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Home - Primo Piano - La Cgil verso il congresso: intervista ad Alessandro Genovesi (Fillea)

La Cgil verso il congresso: intervista ad Alessandro Genovesi (Fillea)

di Nunzia Penelope
27 Gennaio 2023
in Interviste
Genovesi, le contraddizioni tra sindacato e politica si sanano facendo bene il nostro mestiere

E’ iniziato, un po’ in sordina, il percorso congressuale della Cgil. Abbiamo fatto il punto del dibattito interno ed esterno al sindacato con Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea. Che al Diario dice: “con la destra al governo sono necessarie le alleanze a sinistra. L’autonomia della Cgil non è indipendenza né neutralità. E la discussione nel Pd deve interessare anche noi”.

 

Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea, la Cgil ha iniziato il percorso congressuale ma se ne parla poco. Il tutto avviene un po’ in sordina. Come mai?

Intanto c’è da dire che a questo congresso siamo arrivati dopo una serie di mobilitazioni, giuste e necessarie, ma che hanno però pesato organizzativamente sul percorso. E poi c’è stato il cambio di fase: abbiamo elaborato il documento congressuale quando al governo c’era Mario Draghi, e, con tutti i limiti di quell’esecutivo, non c’è dubbio che la situazione con l’attuale governo sia molto diversa. Poi abbiamo dovuto rinviare il congresso a causa delle elezioni di settembre e, poi ancora, abbiamo dovuto prendere le misure al governo Meloni, un governo di destra-destra. E si è visto in poche settimane che aria tira: decreto rave, autonomia differenziata, smantellamento del super bonus, aiuti fiscali indirizzati ad alcune categorie specifiche, e nulla sull’emergenza salariale. Ormai è chiaro: questo governo si rivolge a un blocco sociale che certamente non è lo stesso cui facciamo riferimento noi.

La vostra discussione congressuale ha risentito di questi scossoni? Dalle assemblee che si stanno svolgendo nei luoghi di lavoro, cosa emerge?

Emerge molta preoccupazione per la situazione economica del paese. E del resto siamo all’ombra di un cigno nero: abbiamo l’inflazione al 12 per cento, la guerra in Europa e una quantità di crisi industriali di cui nemmeno una si sta risolvendo. Soprattutto manca una programmazione per la riconversione ambientale e digitale del nostro manifatturiero mentre gli altri paesi corrono.

Per questo, durante le assemblee, si parla certamente del documento congressuale, ma poi si passa subito ad affrontare i temi quotidiani: le crisi, l’inflazione, la povertà che aumenta.

E sul piano interno? Cosa uscirà dai congressi?

 Nessuna sorpresa: si va verso la riconferma del gruppo dirigente, a partire dal nostro segretario generale Landini.  Il documento della maggioranza, d’altra parte, ha preso circa il 97 per cento dei consensi e da noi, in Fillea, siamo al 99,25.

 Quali sono, secondo lei, i nodi cruciali di cui oggi si dovrebbe discutere?

Intanto, la realizzazione del Pnrr e che esso produca lavoro stabile e di qualità. Cioè fare presto, ma anche fare bene. E poi tre capitoli urgenti: i bassi salari, la precarietà – tenendo conto che questo governo temo la aumenterà, con i voucher antipasto di quello che accadrà sui contratti a termine – e politiche industriali all’altezza, la cosa più urgente di tutte.

Perché la più urgente?

 Gli Usa hanno messo in campo un bazooka da centinaia di miliardi di dollari per l’innovazione e la riconversione green, la Ue sta discutendo di fare qualcosa di simile e comunque Germania, Francia e Spagna intanto si organizzano anche da soli. Ma noi? Qualcuno si sta chiedendo cosa vogliamo fare per reggere la sfida dell’innovazione? Per ora siamo fermi alle polemiche sull’Europa “cattiva” perché ci impone di aumentare di qualche livello l’efficienza energetica delle case. Invece il punto è che o si avvia la più grande riconversione industriale degli ultimi decenni o siamo destinati, se va bene, a essere terzisti di Francia e Germania; oppure andremo verso una colossale serie di dismissioni. Dove collochiamo il paese, cosa facciamo del nostro sistema di imprese dove convinco poche grandi e tante medie e piccole? Non si sa. E dire che se si affrontasse seriamente questa discussione vi sarebbero occasioni interessanti per molti, anche per il sindacato.

Che genere di occasioni?

In questa necessaria discussione sul futuro del paese io vedo uno spazio nuovo per le relazioni industriali. Con le grandi aziende, in particolare – quelle che per competere devono investire nell’innovazione e riconvertire non solo produzioni, ma anche le persone, formandole e rendendole adeguate ai nuovi processi – c’è la possibilità di rilanciare un nuovo modello di relazioni industriali. Magari parlando anche quelle piccole imprese che vogliono scommettere sulla loro qualificazione. Non dico un patto sociale, ma forse si dovrebbe chiedere a Confindustria: a voi interessa un dialogo, un confronto, su come mantenere una sovranità industriale? O vi va bene essere comprati (se saremo fortunati) dai grandi fondi sovrani di altri paesi? Ecco, mi piacerebbe che anche al congresso Cgil si parlasse di questo, e di come rilanciare la contrattazione collettiva.

E come Fillea, qual è il vostro obiettivo?

Prima di tutto dovremo difendere le conquiste contrattuali di questi anni: dal Durc di congruità alla parità di trattamento tra lavoratori in appalto e sub appalto, ai vincoli “sociali” quanto si prendono incentivi pubblici. Siamo l’unico grande settore, oltre ai porti, che grazie alla legge 25 /2022 subordina gli incentivi ai privati – in questo caso per le ristrutturazioni – all’obbligo di applicare uno dei quattro contratti firmati dalla categoria con Ance, Cooperative, Confapi o artigiani. Stiamo vedendo, grazie a queste nostre conquiste, una fortissima emersione di lavoro nero, condizione che riguardava almeno un terzo dei 200 mila circa nuovi “assunti” tra operai e impiegati nel settore.

Perché parla di conquiste che vanno difese? Le ritiene a rischio? 

Si. Perché temo che questo Governo non creda alla qualificazione del settore, nonostante proprio il PNRR tra Missione 3 (infrastrutture) e Missione 5 (rigenerazione) ci offra grandi possibilità. Per esempio, sui subappalti il governo sta già facendo cose che vanno in direzione opposta: allungando a dismisura la catena dei subappalti, col cosiddetto sistema a cascata, si finisce per creare nuovamente aree grigie. E se si liberalizza il subappalto ci vanno di mezzo anche la qualità delle opere. Il governo fa una operazione furbesca: lascia apparentemente le norme cosi come sono, ma di fatto se si portano a 7, 8, i livelli dei subappalti, la realtà è che sarà molto difficile, per non dire impossibile, svolgere gli adeguati controlli. Con gravi ripercussioni sui lavoratori, sulla sicurezza, sulla qualità dei materiali: l’ultimo anello della catena penserà solo a risparmiare il più possibile.

C’è anche un grosso problema di mancanza di personale nel vostro settore. Quanto pesa?

È un problema enorme, ma che al Governo non interessa. Mancano 150 mila operai e tecnici nel privato, e, tra blocco del turn over e mancati investimenti, abbiamo perso 17 mila tecnici nelle Pubbliche Amministrazioni, vale a dire il vero motore che permette di far partire e svolgere presto e bene gli appalti. Al comune di Roma, per dire, è rimasta solo una quarantina di ingegneri, a cui non possiamo chiedere miracoli. È soprattutto questo che causa i famosi ritardi nell’avvio dei cantieri. Altro che i tempi di esecuzione.

Tuttavia è di questo che in genere si parla: della lentezza dell’esecuzione delle opere. Non le risulta?

Da quando si decide un’opera all’avvio del cantiere, in Italia abbiamo una media di attesa di 7,8 anni, mentre la media Ue, a parità di intervento, è di 2,1. Ma poi, una volta avviato il cantiere, per quanto riguarda l’esecuzione siamo in perfetta linea con i tempi del resto d’Europa. Per farle un esempio concreto: la ricostruzione del sisma in centro Italia tardava perché mancavano i tecnici e il personale agli Uffici Speciali per la Ricostruzioni. Poi è arrivato il commissario Legnini, ha assunto quelli che servivano, ha responsabilizzato di più i professionisti, e la ricostruzione è subito decollata.

Legnini è stato rimosso dall’attuale governo, in base allo spoil system. Ora cosa succederà alla ricostruzione?

Purtroppo la destra al governo non capisce che quando una persona, diciamo un tecnico, è bravo, lo si tiene a prescindere dal colore politico. Ora speriamo che il sostituto di Legnini non faccia l’errore di voler ricominciare daccapo.

Il congresso della Cgil in qualche modo sta scorrendo in parallelo a quello, tormentatissimo, del Pd. È una discussione, quella che si sta svolgendo nella politica a sinistra, che riguarda anche il sindacato?

Certamente. Pur nella nostra autonomia, io credo che le difficoltà della sinistra, dei progressisti, degli ambientalisti e quindi anche del Partito democratico, debbano non solo interrogarci ma interessarci. C’è una crisi democratica perché la sinistra ha smarrito la sua anima. Eppure per gli interessi che noi rappresentiamo a difendiamo, cioè i lavoratori ed i pensionati, avere alleati nelle istituzioni è fondamentale. E penso, visto il pericolo che questa destra rappresenta per chi materialmente proviamo a rappresentare, che se si ricostruisce un fronte contro i conservatori questo possa far bene a tutti. Alla democrazia e a noi.  Questo non vuol dire fare sconti agli errori del passato: vuol dire aiutare a non ripeterli, aiutare a fare cose che tutelano chi per vivere ha bisogno di lavorare. E che magari, pur lavorando, non arriva a fine mese. Insomma: l’autonomia della Cgil non è indipendenza né neutralità. Se guardo a questi nostri anni in Fillea, non possiamo negare che le conquiste importanti che abbiamo ottenuto, quelle di cui parlavo prima, le abbiamo ottenute tramite accordi con le associazioni datoriali, certo, ma anche grazie a ministri di sinistra: da Andrea Orlando a Paola De Micheli, a Giovannini, Speranza. Non è “uguale” destra e sinistra: per me come per il sindacato. Non può essere uguale.

Come vede la questione delle alleanze a sinistra, tema che ha scandito tutta la discussione congressuale del Pd? 

Personalmente sono a favore di un fronte ampio: vedo con favore tutto ciò che può spostare il Pd e le altre forze progressiste verso il lavoro e soprattutto verso un’altra “narrazione” rispetto a questo modello di sviluppo che fa aumentare le ingiustizie e distrugge il pianeta. Un messaggio che non parla solo agli operai o ai precari sfruttati, ma anche al ceto medio, ai professionisti, agli imprenditori seri, che ci sono e che sanno che un nuovo “compromesso sociale e ambientale” è necessario per collocare l’Italia e l’Europa nella parte alta della nuova divisione internazionale del lavoro. Ma non è più tempo di un campo largo inteso come cartello elettorale: servono anche riferimenti sociali forti, energie da attivare. La destra li ha questi riferimenti, sa a chi deve parlare, ma la sinistra? Mi si passi la battuta: c’è ancora una guerra di classe, il problema è che al momento la stanno vincendo gli altri. 

Lo sa vero che con questi discorsi rischia l’etichetta di “estremista di sinistra”?

Non siamo noi gli estremisti: sono estremisti quelli che vogliono sottopagare un ingegnere, quelli che mandano un ragazzo di 16 anni a lavorare alla catena di montaggio con l’alternanza scuola lavoro. Estremisti sono quelli dei voucher, quelli che abbassano le tasse sulle rendite finanziarie al 14 per cento e poi se la prendono con chi sta “sul divano” col reddito di cittadinanza. Estremisti sono quelli che sfruttano i migranti disperati nei cantieri o continuano a cementificare le nostre coste. Loro fanno “cose estreme”; noi no. Noi siamo dei moderati che quasi sempre chiedono cose logiche e di buon senso; alcune, tra l’altro, già ampiamente praticate in altri paesi europei, e senza particolare scandalo.

Nunzia Penelope

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