Non sono ancora iniziati gli incontri tra le parti sociali impegnate a cercare un accordo sui temi, centrali, della rappresentanza e della contrattazione. Dopo l’intesa intervenuta il 7 luglio tra le associazioni datoriali, i sindacati speravano di avviare subito il confronto. Era prevista già una data, il 14 luglio, ma non è stato possibile incontrarsi. Le tre confederazioni sindacali hanno insistito, chiedendo con una lettera ai presidenti delle 14 associazioni datoriali una nuova e, se possibile, ravvicinata data, ma non hanno avuto una pronta risposta. Circola l’idea di un nuovo incontro il 29 o il 30 luglio, ma è evidente che il negoziato tende ormai inevitabilmente a slittare a dopo la pausa estiva.
Perché il confronto non sarà né facile, né breve, i temi in discussione sono tanti e tutti difficili. I sindacati hanno affrontato la gran parte di questi argomenti, offrendo al confronto il loro punto di vista, ma un accordo è certamente lontano. Le associazioni imprenditoriali nell’accordo raggiunto al loro interno si sono concentrate soprattutto sui temi della rappresentanza, della rappresentatività e della perimetrazione della contrattazione, tutti argomenti sui quali esistevano divergenze abbastanza forti. Che forse non sono tutte scomparse, ma il fatto stesso di aver raggiunto un’intesa fa credere che si possa procedere verso un accordo a tratto generale.
Molto importante appare la decisione delle associazioni datoriali di ribadire i criteri per individuare i soggetti comparativamente più rappresentativi. Negli scorsi mesi il governo aveva a più riprese insistito perché si tenesse conto solo del numero dei lavoratori ai quali veniva applicato un determinato contratto nazionale. Un criterio che le associazioni avevano fermamente respinto, anche con un passo formale. Avevano infatti inviato a Palazzo Chigi una richiesta affinché si tenesse conto di tre diversi criteri: la seniority dell’organizzazione, la sua partecipazione a organismi di rappresentanza europea nel dialogo sociale, l’esistenza, nel contratto specifico, di istituti volti a sostenere forme di welfare.
A questi tre criteri, confermati nell’ultimo accordo, è stato aggiunto un altro metro di valutazione: il numero dei dipendenti che vedono regolato il proprio rapporto dalla contrattazione collettiva del settore rappresentato. È, in qualche modo, il criterio del contratto maggiormente applicato che, uscito dalla porta, rientra dalla finestra, ma le associazioni hanno voluto aggiungerlo agli altri, che restano i più importanti, per affiancare un dato quantitativo a quelli qualitativi.
Sull’importanza di questo possibile patto sociale non dovrebbero esserci dubbi. Il Patto della fabbrica, l’ultimo accordo tra le parti sociali sugli stessi temi, fu sottoscritto nel 2018 e da allora quasi tutto è cambiato. Quell’accordo fu molto generoso, introdusse criteri di comportamento assai interessanti, ma necessitava di un ulteriore intervento, di un approfondimento che consentisse una reale soluzione dei problemi che affaticavano, se non impedivano, lo scorrere fluido della contrattazione.
L’ulteriore fase di confronto non c’è mai stata. Per responsabilità diverse, non attribuibili a una sola parte. Sicuramente il passaggio di consegne al vertice delle confederazioni sindacali, e il variare delle urgenze che ne derivò, non aiutò. Chi doveva insistere per la ripresa del confronto non se l’è sentita di andare fino in fondo. Da qui il rallentamento.
Sono tanti adesso i problemi da risolvere: come debba svolgersi la contrattazione, quali siano i soggetti abilitati, come sia possibile risolvere problemi di fondo quali lo stallo delle retribuzioni, il ritardo dei rinnovi, la funzione del welfare contrattuale, la realtà della partecipazione, il nodo della formazione. Temi complessi, ma c’è da dire che in questi anni la contrattazione nazionale, come del resto anche quella aziendale, è stata molto ricca e ha offerto soluzioni diverse, in tanti casi valide ad appianare le contraddizioni. Non si parte da zero, semmai è proprio la varietà delle soluzioni praticabili che potrebbe dare adito a qualche complicazione, perché ognuno è geloso delle proprie decisioni e cambiare partito spesso risulta complesso. Resta la generale disponibilità al confronto. E non è poco.
Massimo Mascini




























