Il ministero dell`Economia “ci ha garantito che lo Stato non scenderà mai sotto il 51%” del capitale di Poste Italiane. Il Governo ha confermato che darà la “priorità nel percorso di privatizzazione a una quota per i lavoratori aprendo alla nostra proposta per una maggiore partecipazione nelle scelte dell`azienda. Abbiamo vinto la nostra battaglia”. Lo ha sottolineato Raffaele Roscigno, segretario generale dell’Slp-Cisl, al termine dell’incontro al Mef sulla privatizzazione di Poste.
“Ci hanno comunicato che ci sarà un nuovo Dpcm entro tre settimane, che modificherà quello attuale che non ha ancora concluso l’iter in Parlamento – ha detto – ci riteniamo soddisfatti. Non vendere alcuna quota sarebbe l’ideale, ma è fondamentale che il Governo abbia confermato che la presenza pubblica nel capitale di Poste resterà saldamente oltre il cinquanta per cento. Voglio ringraziare il nostro segretario generale Luigi Sbarra per il sostegno che ha dato alla nostra categoria in questi mesi nella nostra battaglia per difendere Poste Italiane che è un asset strategico del nostro paese”.
“Il contestato progetto di svendita di ulteriori quote di Poste italiane registra oggi un mezzo passo indietro del Governo”. Sono il Segretario confederale Cgil Pino Gesmundo e Nicola Di Ceglie, Segretario nazionale Slc, a “prendere atto” del cambio di posizione dell`esecutivo dopo l`incontro tra Governo e Sindacati, tenutosi stamani al Mef, su sollecitazioni reiterate dei sindacati e dopo le forti pressioni di piazza delle lavoratrici e dei lavoratori di Poste.
“Finalmente, con colpevole ritardo, il Governo ha ascoltato le ragioni dei sindacati sostenute dal massiccio presidio nazionale di protesta dei lavoratori radunati davanti al dicastero di via XX settembre” commentano i due sindacalisti mentre danno conto dell`annuncio del Capo di gabinetto di avere allo studio una modifica al DPCM di inizio marzo che impegnava l`esecutivo a vendere l`intera quota di Poste in possesso del Mef.
“La modifica – fanno sapere Gesmundo e Di Ceglie – dovrebbe prevedere l`inserimento di un limite alla percentuale di azioni vendibili tale che, considerando anche la quota in possesso di Cassa Depositi e Prestiti, il controllo pubblico non scenda sotto la soglia del 51 per cento”.
“Preso atto delle comunicazioni governative – dicono Cgil ed Slc- restiamo in attesa che agli annunci seguano i fatti, dal momento che non esiste, ad oggi, alcun testo scritto”.
Positivo il giudizio sulla modifica che verrebbe introdotta: “se non altro -affermano- perché il mantenimento della maggioranza assoluta delle azioni andrebbe nella giusta direzione di riconoscere il Gruppo Poste Italiane quale asset strategico per il Paese, da non cedere quindi nelle mani di terzi”.
Cgil e Slc confermano in ogni caso la propria “ferma contrarietà alla vendita anche se `solo` di una quota residua di azioni”, e spiegano le motivazioni che ne stanno alla base, richiamate con forza nell`incontro odierno: “vendendo la quota di Poste, il ricavato andrebbe obbligatoriamente destinato ad abbattere il debito pubblico, ottenendo un risparmio inferiore a quanto lo Stato incassa dai dividendi di Poste. Questa operazione -rimarcano Gesmundo e Di Ceglie- produrrebbe un danno di milioni di euro l`anno alle casse dello Stato”.
C`è da rilevare infine che, “a detta dello stesso Capo di Gabinetto, qualora approvata, la modifica al Dpcm non imporrebbe al Governo di procedere obbligatoriamente con la vendita delle quote”. Ecco perché, per Cgil ed Slc “si può ancora fermare questa operazione che, seppur magari ridotta nelle quantità, rimane comunque pericolosa ed ingiustificata dal punto di vista economico”. Motivo per cui la Confederazione di Corso d`Italia ed Slc “proseguiranno nel contrasto a questa ed alle altre privatizzazioni annunciate dal Governo”.
e.m.























