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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Quanto (e come) i petrolieri stanno accumulando extraprofitti malgrado Hormuz

Quanto (e come) i petrolieri stanno accumulando extraprofitti malgrado Hormuz

di Maurizio Ricci
21 Aprile 2026
in Poveri e ricchi
Quanto (e come) i petrolieri stanno accumulando extraprofitti malgrado Hormuz

Extraprofitti? Quali extraprofitti con lo Stretto di Hormuz chiuso? E, invece, no, nonostante i petrolieri non amino discuterne, gli extraprofitti ci sono. Magari temporanei – dipende da quanto dura la guerra – ma cospicui. Solo che bisogna sapere dove guardare.

Non serve, ad esempio, guardare le quotazioni del greggio sui giornali. Sono i dati sui futures, titoli che rappresentano una scommessa su quanto varrà il petrolio fra due, tre, sei mesi. Questi titoli vengono scambiati decine e decine di volte, nel corso di questi mesi, secondo una logica strettamente finanziaria: quanto varrà, su questo mercato di futures, il barile fra dieci minuti o domani? Barili di carta che solo alla scadenza l’ultimo acquirente tramuterà in barili concreti: “fisici” è il termine tecnico.

E, siccome tutti sono convinti che la guerra durerà poco, le quotazioni sono alte, rispetto a due mesi fa, ma relativamente contenute: 95 dollari al barile, in questi giorni di negoziato, per una consegna a maggio, 80-85 a settembre. Ma i barili, quelli veri, quelli imbarcati sui tanker due mesi fa, quando valevano 60 dollari al barile e ancora in viaggio verso Rotterdam o Yokohama, quanto costano? Circa 140-150 dollari al barile, dice chi monitora questo mercato.

Eppure, non è con il rincaro del greggio che hanno estratto dai loro pozzi, che giganti come Bp, Shell, Total, le tre maggiori compagnie europee stanno facendo più soldi in queste settimane. I profitti, infatti, dice una analisi compiuta dagli specialisti della Reuters, si fanno con il petrolio degli altri, in particolare quello “fisico”. Ovvero con i “trading desk”, gli uffici aziendali che si occupano di commerciare il petrolio – proprio e altrui – sfruttando le differenze di prezzo fra regioni e cavalcando i rincari, soprattutto, di diesel e jet fuel, il carburante per aerei, nei posti in cui più mancano.

Al trading, le majors europee (ma non c’è ragione di pensare che compagnie più piccole, dalla spagnola Repsol all’italiana Eni non facciano lo stesso) dedicano da anni risorse e personale. E, se guardiamo i volumi di greggio interessati, le compagnie sembrano più commerciali che produttive. Secondo i dati della Reuters, i trading desk delle compagnie comprano e vendono ogni anno greggio per volumi pari a 10 volte quanto producono nei loro pozzi e 8 volte quanto raffinano nei loro impianti. I risultati sono significativi: nei primi tre mesi di quest’anno (quindi con solo marzo di guerra) i trading desk delle tre majors hanno portato a casa, sfruttando la volatilità delle quotazioni, determinata dagli alti e bassi dello scontro nel Golfo Persico, ricavi per 2,5 miliardi di dollari. Rispetto a fatturati complessivi che si contano in centinaia di miliardi, i ricavi del trading possono apparire ridotti, ma, in queste settimane, hanno più che compensato le perdite di una produzione a singhiozzo dei pozzi.

Infatti, nonostante caos, blocchi e trivelle bombardate, le azioni Bp, Shell e Total sono salite fra il 10 e il 20 per cento (l’Eni ha fatto anche meglio, con il titolo cresciuto del 30 per cento, rispetto a gennaio). E, a conferma dell’importanza del trading, le compagnie americane, come Exxon e Chevron, alla borsa di Londra, non hanno registrato gli stessi risultati. In America, infatti, il trading ha un ruolo limitato: le majors Usa si preoccupano, piuttosto, di ottimizzare i flussi interni all’azienda, fra produzione, raffinazione e distribuzione.

Non è il caso, però, di piangere sulla sorte delle “sorelle” americane. Una società di consulenza, la Rystad, valuta che i margini di guadagno siano passsati, nelle aziende Usa, dai 10-15 dollari a barile anteguerra, a 20-25 attualmente. In questo caso, la leva sono i contratti per la fornitura, ai vecchi prezzi, del greggio canadese o messicano.

Un po’ tutti, nell’ambiente, infatti parlano di risultati – fra Europa e America – “eccezionali”, che si rifletteranno nei bilanci trimestrali in arrivo a fine mese. Per sapere se la bonanza durerà tutto l’anno, bisogna, però, chiedere quali siano i piani bellici di Donald Trump.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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