L’intelligenza artificiale non è più un fenomeno, ma una costante delle nostre vite: chatbot come ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot; assistenti vocali negli smartphone; dispositivi per la domotica; smartwatch che analizzano i nostri dati biometrici e monitorano la salute. Una gigantesca entità astratta fatta di stringhe e numeri, che i più riescono a figurarsi, al massimo, come il codice verde di Matrix. Niente paura: questa è la tecnologia dal volto amico che un branco di cervelloni della Silicon Valley si è prodigato a portare nelle nostre case. Una tecnologia che non discrimina, non esclude, qui solo per aiutarci a vivere meglio e a farci sembrare meno stupidi (forse). E, al netto degli abbonamenti, il prezzo da pagare per questa facilitazione è soltanto uno: alimentare il Tamagotchi con bocconcini di dati.
Naturalmente, ancora una volta, si tratta di una distopia. Una di quelle a cui siamo ormai abituati, da quando l’uomo ha imparato a estrarre valore dai suoi simili e dalla terra su cui posa lo sguardo — o anche solo da quella che riesce a immaginare. È una storia fatta di sfruttamento e occultazione, ambientata ancora nel Sud del mondo, i cui protagonisti sono uomini e donne reclutati per fame e disperazione da predatori occidentali senza scrupoli. È la storia raccontata dal regista Henri Poulain nell’illuminante documentario In the Belly of AI, che entra letteralmente nella pancia del sistema per svelare la condanna cui le Big Tech sottopongono i cosiddetti data worker (tra i 150 e i 420 milioni nel mondo, secondo la Banca Mondiale). Un viaggio sconvolgente dietro le quinte dell’AI, che delinea un futuro artificiale: un paradiso tecnologico per pochi, come sintetizza efficacemente Francesco Sinopoli, presidente della Fondazione Di Vittorio, a margine della proiezione organizzata dalla Cgil di Roma e del Lazio lo scorso 30 aprile, nel percorso verso il Primo Maggio. L’obiettivo è riportare al centro il tema del lavoro dignitoso, in una fase in cui innovazione e sviluppo non possono essere separati dalla tutela dei diritti, dalla qualità del lavoro e dalla dignità delle persone.
Quella raccontata da Poulain — che ha scritto il documentario insieme ad Antonio Casilli e Julien Goetz — è una vera e propria forma di coercizione. Uomini e donne sono posti davanti a un’alternativa brutale: un lavoro “pulito e sicuro” oppure, quando c’è, uno fatto di miseria e marginalità, in contesti sociali e politici in cui la democrazia è fragile, quando non del tutto assente. Non più l’astrazione dei grandi centri di ricerca californiani, ma lavoro umano invisibile, indispensabile al funzionamento dell’AI attraverso un estenuante addestramento dei modelli. Bassa manovalanza in outsourcing — Africa, Asia, Sud America, ma anche i margini della rassicurante Europa o la progredita Finlandia — composta da giovani tra i 18 e i 30 anni, i più produttivi, costretti a lavorare fino a 60 ore a settimana per paghe che, nella migliore delle ipotesi, raggiungono i 9 dollari al giorno (0,83 dollari per ogni task eseguita, racconta una lavoratrice anonima). Il loro compito è rifornire di dati il sistema, filtrando la “sporcizia”: stupri, violenze su minori, omicidi, cadaveri, per consegnare agli utenti occidentali contenuti “puliti”. Va da sé che un’esposizione quotidiana a immagini brutali altera profondamente lo stato mentale dei trainer, con effetti post-traumatici — ansia, disturbi del sonno, stress cognitivo ed emotivo. Tutto questo per paghe da fame, che a malapena consentono la sopravvivenza, e senza alcuna possibilità di supporto psicologico, considerato una perdita di tempo. Né, ovviamente, di sindacalizzazione.
Ma il ventre dell’AI coincide anche con quello della terra, spogliata delle sue risorse per alimentare questo prodigio tecnologico. Rame, cobalto, zinco: negli ultimi anni si è registrato un aumento del 60% dell’attività estrattiva destinata alla costruzione dei data center, cui si aggiunge un consumo massiccio di acqua ed energia per il loro funzionamento. Anche qui nulla di nuovo: per un futuro migliore, si dice, è necessario qualche sacrificio. Ma il futuro di chi? Quando in gioco c’è l’estinzione stessa della specie umana, a partire dalle popolazioni che stanno già subendo un prolungamento dell’apartheid e nuove, più subdole forme di colonizzazione.
In realtà, la risposta è evidente. Non serve nemmeno cercarla tra le righe: è inscritta nel manifesto ideologico della Silicon Valley, che prefigura un futuro post-umano riservato alle élite tecnologiche. Il termine TESCREAL, coniato nel 2023, descrive un insieme di correnti futuriste — transumanesimo, estropianesimo, singolaritarismo, cosmismo, razionalismo, altruismo efficace, lungoterminismo — concepite come un “pacchetto” ideologico coerente. Un acronimo che rimanda a una visione del mondo capace di giustificare progetti radicali — dall’intelligenza artificiale generale all’estensione indefinita della vita, fino alla colonizzazione dello spazio — facendo leva su scenari di rischio esistenziale e su una proiezione estrema verso il futuro. Diversi studiosi sottolineano i rischi etici e politici di questa impostazione: concentrazione del potere nelle élite tecnologiche, deriva elitaria. L’obiettivo, in ultima analisi, sarebbe la nascita di una nuova specie di esseri umani superintelligenti, anche al prezzo della distruzione dell’umanità attuale. Il loro bene superiore. In questa direzione si collocherebbe anche il sodalizio tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il magnate della tecnologia Elon Musk.
La proiezione del documentario segue quella avvenuta durante il convegno “L’azione sindacale nell’epoca del lavoro digitale e dell’intelligenza artificiale”, svoltosi l’11 settembre a Bologna e organizzato dalla Fondazione Di Vittorio insieme a INDL, all’Università di Bologna Alma Mater Studiorum, a INCA (Increase Corporate Political Responsibility and Accountability) e alla Cgil Emilia-Romagna, con il patrocinio dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite) e della Regione Emilia-Romagna. Nel solco di questa iniziativa, la Cgil e le sue federazioni continuano a interrogarsi sul ruolo del sindacato in uno scenario che cambia a una velocità sempre più difficile da afferrare. Non senza criticità, autocritica e contraddizioni — segnali, tuttavia, di un’organizzazione ancora vitale, capace di rinnovarsi e di restare contemporanea a sé stessa.
Elettra Raffaela Melucci























