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Home - Approfondimenti - La nota - L’ex Ilva e il “gioco dei tre cantoni”

L’ex Ilva e il “gioco dei tre cantoni”

di Fernando Liuzzi
8 Agosto 2025
in La nota
Scioperare per rilanciare l’industria: tutte le (buone) ragioni dell’iniziativa dei metalmeccanici

TARANTO- EX ILVA, GLI IMPIANTI

Rispetto alle vicende vissute negli ultimi 13 anni dall’Ilva o, se preferite, dalla ex Ilva, abbiamo scritto più volte che tali vicende hanno dato luogo alla storia industriale più ingarbugliata che il nostro Paese abbia mai conosciuto. Appare quindi quasi impossibile pensare che tale storia, nell’ultima settimana, si sia ancor più ingarbugliata. Eppure è proprio questo ciò che è accaduto in questi giorni.

Per tentare di venire a capo del senso e della direzione di questi ulteriori sviluppi, ci pare utile ripercorrerli collocandoli nei tre luoghi in cui si sono prodotti: due a Roma e uno a Taranto.

Cominciamo quindi con uno dei due luoghi romani, ovvero con la sede del Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, sito in pieno centro storico, all’angolo tra via Vittorio Veneto e via Molise.

È da qui che giovedì 7 agosto il Ministro Adolfo Urso ha autorizzato la pubblicazione della cosiddetta nuova Lettera di Procedura relativa alla vendita degli asset aziendali di Ilva in Amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia, anch’essa in Amministrazione straordinaria.
La lettera, implicitamente rivolta ai gruppi che fossero interessati all’acquisto delle imprese sopracitate, prende le mosse “dalla nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA)” che è stata “rilasciata per il sito di Taranto il 25 luglio scorso, con validità di 12 anni e una capacità produttiva autorizzata fino a 6 milioni di tonnellate annue”.

Nel suo comunicato, Il Mimit sottolinea che “il nuovo testo introduce importanti novità”. Novità la più importante delle quali, a nostro avviso, sta nel fatto che “la decarbonizzazione del sito di Taranto non è più un’opzione, ma diventa un obbligo vincolante”. Infatti, il comunicato prosegue affermando che “i soggetti interessati dovranno impegnarsi allo spegnimento delle aree a caldo alimentate a carbone nel più breve tempo possibile, alla realizzazione fino a un massimo di tre forni elettrici per coprire l’intera capacità produttiva autorizzata e al pieno rispetto delle prescrizioni contenute nella nuova AIA”.

“Un’ulteriore novità – è scritto ancora nel comunicato – riguarda lo stabilimento di Genova (Cornigliano): potrà essere prevista la realizzazione di un forno elettrico e di impianti di prima lavorazione funzionali alla attività del sito.”

Fin qui, apparentemente, tutto bene. Nel senso che, come si era già capito al termine della settimana scorsa, il ministro Urso – appoggiandosi sul rilascio da parte del Mase (Ministero dell’Ambiente e dell’Energia) della nuova AIA – ha deciso di forzare i tempi per la redazione e la pubblicazione del nuovo bando per la messa in vendita dell’Ilva Spa in AS, società proprietaria degli impianti siderurgici di Taranto, Genova (Cornigliano), Novi Ligure e Racconigi, e di Acciaierie d’Italia Spa in AS, la società che gestisce tali impianti e la loro attività produttiva.

Però, nel comunicato emesso il 7 agosto dal citato Ministero, si fa riferimento, con una certa enfasi, alla “intesa raggiunta il 31 luglio al Mimit dal ministro Urso con le istituzioni nazionali, la Regione Puglia e gli Enti locali, che hanno espresso un accordo unanime e deciso a favore della piena decarbonizzazione secondo la progettualità più rapida e sfidante dal punto di vista tecnologico”. Una frase in cui si omette di ricordare che, nello stesso incontro del 31 luglio, non è stato possibile firmare l’atteso accordo interistituzionale di programma che, dopo il rilascio della nuova Aia, avrebbe dovuto costituire la successiva indispensabile tappa sulla via della costruzione delle condizioni necessarie a dare il via a una nuova fase nella vita dell’impianto siderurgico di Taranto (con annessi e connessi).

Infatti, da un punto di vista industriale, non basta sostituire progressivamente i 3 auspicati forni elettrici (più un quarto a Genova) agli attuali altiforni. Per alimentare i forni elettrici serve il cosiddetto preridotto (in inglese DRI – Direct reduced iron), e quindi, ci si immagina, altrettanti impianti che, partendo da minerali di ferro, producano tale preridotto. Serve inoltre una forte e continua fornitura di energia che possa alimentare sia i forni elettrici che gli impianti produttivi del preridotto. A tale proposito, si era parlato di una nave rigassificatrice, ancorata, quanto meno, nei pressi del porto, che possa fornire con continuità il gas necessario a tali alimentazioni. Solo che, senza il citato accordo interistituzionale di programma, ovvero senza una volontà convergente ed esplicitata del Comune e della Provincia di Taranto e della Regione Puglia con le Istituzioni nazionali coinvolte, sarebbe semplicemente impossibile anche solo tentare di attuare un simile programma.
Adesso ci spostiamo dalla prima, citata, località sita nella Capitale, alla non ancora citata località tarantina. Stiamo parlando della sede del Municipio.
Come si ricorderà, dopo il mancato raggiungimento dell’accordo di programma nell’incontro di giovedì 31 luglio, il Mimit aveva convocato un nuovo incontro del tavolo interistituzionale per la mattinata di martedì 12 agosto. Solo che, nella serata di mercoledì 6 agosto, il neo Sindaco di Taranto, il piddino Piero Bitetti, ha fatto sapere due cose. Primo: ha disdetto la riunione del Consiglio comunale convocata, per lunedì 11 agosto, in vista dell’incontro del giorno successivo al Mimit. Secondo: trincerandosi dietro alle volontà espresse dalla maggioranza che lo sostiene, ha comunicato di non avere nessuna intenzione di firmare il famoso accordo.
Nel frattempo, lo stesso Mimit ha fatto sapere di aver convocato i sindacati per il pomeriggio del medesimo martedì 12 agosto. Ciò allo scopo di informarli sugli esiti del tavolo interistituzionale programmato per la mattinata dello stesso giorno.

A questo punto del nostro racconto, si potrebbe fare una battuta sulle agendine di amministratori, manager, commissari e sindacalisti piene di appuntamenti segnati, cancellati e riscritti. Ma, per carità di Patria, la omettiamo. E ci spostiamo, invece, verso la sede dei sindacati dei metalmeccanici, sita a Roma al n. 36 di corso Trieste.
I quali sindacati hanno, innanzitutto il compito di rappresentare le lavoratrici e i lavoratori dell’universo Ilva. Un universo composto dalle centinaia di dipendenti dell’ancora esistente Ilva in Amministrazione straordinaria, posti da lungo tempo in Cassa integrazione. Ma anche dalle migliaia di dipendenti di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria i quali, oltre a soffrire per le ripetute dosi di Cassa integrazione, dosi che abbattono i loro redditi annui, sono anche sempre più angosciati di fronte a un futuro sempre più incerto. Per non parlare delle lavoratrici e dei lavoratori di un variegato indotto che, oltre a soffrire degli stessi mali e delle stesse angosce, si trovano a volte anche in una posizione sindacale più debole.

Ma, al di là di questi problemi, che già non sono cose da poco, questi stessi sindacati devono anche pensare alle sorti della nostra industria metalmeccanica. Ovvero di un’industria che, in alcuni dei suoi principali sub-settori, si basa sulla possibilità di accedere a robuste quantità di acciaio di buona o ottima qualità nonché disponibile, sperabilmente, a prezzi non esosi.

“La decisione del Sindaco Bitetti e della sua maggioranza di non sostenere il piano di decarbonizzazione dell’ex-Ilva che prevede, in otto anni, la realizzazione di quattro forni elettrici, quattro impianti di DRI e la fornitura di gas attraverso una nave rigassificatrice, condanna lo stabilimento di Taranto alla perdita di oltre 7.000 posti di lavoro, tra dipendenti diretti e dell’indotto.” Così, ieri sera, si è espresso Ferdinando Uliano, Segretario generale della Fim-Cisl.

“Le comunicazioni a mezzo stampa degli Enti locali e del Governo sono la dimostrazione della mancanza di qualsiasi senso delle Istituzioni. Deve essere chiaro che non c’è condivisione di un piano senza il polo DRI a Taranto e i forni elettrici di Taranto e Genova”, cioè di un piano “che, nel suo insieme, dia una prospettiva e le necessarie garanzie occupazionali.” E ancora: “Riteniamo sia necessario che lo Stato si faccia garante del processo di transizione ecologica attraverso un intervento pubblico che garantisca la continuità produttiva per procedere al graduale spegnimento della produzione a carbone e tuteli l’occupazione e l’ambiente”. Parole di Michele De Palma, Segretario generale della Fiom-Cgil, e di Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della stessa Fiom.

“Diciamo basta al rimpallo di responsabilità, alle ambiguità e ai tatticismi. Chi vuole chiudere l’Ilva lo dica chiaramente e se ne assuma le responsabilità. Oggi è il momento del coraggio, della determinazione e della verità verso i lavoratori e le comunità interessate”. Lo ha detto, ieri sera, Rocco Palombella, Segretario generale della Uilm-Uil.

Il seguito, alla prossima puntata.

Fernando­ Liuzzi

Fernando Liuzzi

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