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Home - Approfondimenti - La nota - Le nozze d’argento dei fondi interprofessionali per la formazione: preoccupano quelli pirati e l’emergere di logiche commerciali e concorrenziali. Le evidenze nella ricerca realizzata da For.Te e Adapt

Le nozze d’argento dei fondi interprofessionali per la formazione: preoccupano quelli pirati e l’emergere di logiche commerciali e concorrenziali. Le evidenze nella ricerca realizzata da For.Te e Adapt

di Tommaso Nutarelli
19 Maggio 2026
in La nota
Lombardia, firmato accordo regionale per studenti apprendisti

Con la legge 388 del 23 dicembre del 2000 nascevano i fondi paritetici interprofessionali per la formazione. A distanza di oltre 25 anni dalla loro istituzione questi fondi rappresentano i principali canali di finanziamento delle formazione continua nel nostro paese. Proprio la formazione, oggi più che mai, alla luce dei mutamenti repentini e profondi del mercato del lavoro, diviene la principale leva per agganciare il salario alla produttività, garantire l’occupabilità e quindi la difesa del lavoratore in caso si shock. Venticinque anni dei quali è possibile tracciare un bilancio sul fatto se i fondi di formazione interprofessionali abbiano o meno abdicato alla loro missione originaria e di come questa sia cambiata nel tempo. Tutti temi al centro del convegno organizzato dal fondo For.Te “L’alchimia della formazione: trasformare l’esperienza in futuro”, durante il quale sono stati presentati i risultati della ricerca condotta con Adapt sullo sviluppo dei fondi di formazione, e al quale hanno partecipato anche esponenti delle parti sociali.

“La formazione – ha detto il presidente di For.Te, Paolo Arena – è a tutti gli effetti una necessità da cui non si può prescindere. È un asset strategico per la competitività e per la crescita imprenditoriale, per l’acquisizione costante di competenze e lo sviluppo delle persone. L’occupabilità è oggi più che mai collegata alle competenze: la migliore sicurezza personale sta nel disporre di un portafoglio di competenze”.

Se la fine del Duemila sancisce la creazione dei fondi, già nel Protocollo Ciampi-Giugni del 1993 e nel successivo Patto per il lavoro del 1996 era stato posto il tema di valorizzare l’integrazione tra formazione e lavoro. Un ruolo centrale per la governance e l’implementazione del sistema dei fondi è stato riconosciuto, fin dall’origine, agli attori delle relazioni industriali, che attraverso l’uso delle risorse raccolte tramite lo 0,30%, ossia il versamento effettuato dai datori di lavoro, avevano il compito di sviluppare strumenti bilaterali per la formazione. Nel tempo, afferma la ricerca, questa origine nell’alveo delle relazioni industriali si è persa. I motivi sono da ricercare nel fatto che già in molti atti costitutivi di questi fondi non è stato indicato un settore di riferimento. Anzi molti fondi hanno preferito preservare questa autonomia dal perimetro contrattuale per poi muoversi in un logica concorrenziale con gli altri. La competizione tra i fondi è stata amplificata dal 2009, quando è stata introdotta la portabilità delle risorse ossia la possibilità per le aziende di trasferire le risorse da un fondo a un altro, alimentando così logiche legate alla convenzione economica e alla facile fruizione dei servizi piuttosto ché alla qualità della formazione o all’aderenza ai reali bisogni formativi dei lavoratori.

I numeri dei fondi professionali, si legge nella ricerca, raccontano come le risorse generate dallo 0,30% siano cresciute in modo costante negli ultimi 15 anni: dal 2008 al 2023 il gettito è cresciuto da 717 milioni di euro a un miliardo. Complessivamente, nello stesso periodo, sono stati prelevati 14,3 miliardi di euro. Tuttavia solo il 68,5% di questi, pari a 9,8 miliardi di euro hanno alimentato realmente i fondi, mentre 4,5 miliardi sono rimasti fuori. Questo mancato gettito è dovuto a due fattori: da un lato la scelta delle singole imprese di non destinare tutto lo 0,30% ai fondi, dall’altro al prelievo strutturale di 120 milioni di euro annui introdotto nel 2014. Risorse che da tempo le parti sociali chiedono di riavere. Sul fronte delle adesioni nel 2023 erano circa 765mila, pari al 48%, le imprese che hanno aderito a un fondo. Il 78% di queste sono micro imprese, per il 18,4% di piccole e solo per il 3,6% di grandi. Se guardiamo nello specifico il fondo For.Te questo conta 1,5 milioni di lavoratori e 138mila imprese del terziario di mercato e dei trasporti, con una maggioranza del commercio all’ingrosso e al dettaglio, il 34% delle imprese, e nei servizi di alloggio e ristorazione (31%).

C’è poi il nodo della proliferazione dei fondi interprofessionali esploso in questi venticinque anni, che ha portato alla nascita di fondi spuri e in certi casi pirata. Nel 2000 erano quattro, oggi se ne contano più di venti e solo undici hanno alle spalle Cgil, Cisl e Uil. Una frammentazione che rispecchia quella della contrattazione collettiva, specie in alcuni settori come il terziario. Il mancato ancoraggio di alcuni fondi ai contratti firmati dalle organizzazione maggiormente e comparativamente più rappresentative rischia di compromettere la qualità della formazione erogata, può innescare processi concorrenziali che puntano esclusivamente a strapparsi a vicenda le imprese e può danneggiare i fondi virtuosi in un contesto di controlli ancora poco orientato a verificare l’effettiva qualità della formazione fornita ai lavoratori.

“Il dumping contrattuale provoca un danno tutto il paese. E anche quando ci sono fondi che non c’entrano nulla con la formazione anche questo è un danno al paese” ha spiegato Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio. “I contratti pirati – ha proseguito – causano anche un danno economico ai lavoratori. Quindi va bene rispettare l’articolo 39 della Costituzione sulla libertà sindacale ma questo deve essere agganciato all’articolo 36 che riconosce il diritto a ricevere una retribuzione dignitosa. E quando le parti sociali maggiormente rappresentative si muovono in modo compatto, portano la politica a subire questa compattezza. Lo abbiamo visto con il decreto del Primo di Maggio.  ”. In merito alla formazione continua Barbieri la definisce “una leva strategica per la competitività delle imprese e la qualità del lavoro. I fondi interprofessionali hanno dimostrato la loro efficacia nel rispondere ai bisogni concreti di aziende e lavoratori, ma oggi è necessario rafforzarne il ruolo, ampliando la partecipazione soprattutto delle micro e piccole imprese e garantendo pienamente le risorse destinate alla formazione. La sfida delle competenze è centrale per accompagnare le trasformazioni di commercio, turismo e servizi. Per questo Confcommercio sostiene un modello fondato su bilateralità, rappresentanza e collaborazione tra le parti sociali, nella convinzione che investire nella formazione significhi investire nel futuro del paese, nella produttività e nelle opportunità delle persone”.

Giuseppe Benincasa della Cgil nazionale ha evidenziato lo stretto legame “tra formazione e salario. I fondi gestiscono risorse pubbliche e quindi è auspicabile anche un maggiore trasparenza”. Anche Benincasa ha posto l’accento sulla necessità di limitare l’azione dei fondi spuri precisando che quelli costituiti da Cgil, Cisl e Uil hanno un radicamento molto forte nella contrattazione”. Anche la Cisl, attraverso Annamaria Trovò, non ha nascosto il fatto “che dietro a molti fondi che sono nati in questi anni ci siano soggetti che non hanno un minimo di rappresentatività. Tuttavia – ha precisato – molti fondi hanno espletato al loro ruolo, offrendo una formazione di qualità ha lavoratori”. Paolo Percassi della Uil ha detto come “prima dello 0,30% non c’era praticamente nessuno che faceva la formazione. Quando poi negli anni si è assistito alla proliferazione dei fondi si è passati a una logica meramente commerciale e concorrenziale. Per questo serve la volontà politica di mettere un freno ai fondi spuri”.

Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, ha detto che “bisognerebbe arrivare a una norma selettiva per chi può costituire i fondi, così come servirebbe una norma per delimitare l’azione di un fondo a quello che dovrebbe essere il suo perimetro contrattuale di competenza”, evitando così quei fondi trasversali, che presentano un bacino contrattuale limitato ma che registrano adesioni sproporzionate rispetto ai contratti delle parti costituenti. Infine Natale Forlani, presidente dell’Inapp, ha posto la necessità di “dare risposte formative che tengano il passo dei cambiamenti senza doverli sempre inseguire. Occorre una governance più efficace, una cornice condivisa tra tutti gli attori e un maggior uso delle risorse, comprese quello umane”.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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