Just Eat, finora l’unica grande piattaforma del food delivery in Italia ad aver adottato un modello di assunzione diretta dei rider con contratto subordinato, ha avviato una procedura di licenziamento collettivo che riguarda 42 lavoratori su circa 3.000 dipendenti. La procedura è stata aperta nell’ambito della legge 223/91 e riguarda figure di coordinamento operativo, gestione territoriale e supporto ai rider. L’azienda motiva l’intervento con la necessità di razionalizzare i costi, semplificare la struttura organizzativa e ridurre i processi manuali, anche attraverso una maggiore digitalizzazione delle attività.
Secondo la Filt Cgil nazionale, però, la scelta non può essere letta come un intervento meramente organizzativo, ma si inserisce in un contesto più ampio che riguarda l’intero settore del food delivery e il progressivo assestamento dei modelli di lavoro nelle piattaforme digitali. «La nostra contrarietà ai licenziamenti è netta», spiega a Il diario del lavoro Danilo Morini del dipartimento nazionale Merci e Logistica della Filt Cgil. «Non è solamente una questione numerica: riguarda le persone coinvolte, ma soprattutto il ruolo che queste figure svolgono dentro un sistema che, nel caso di Just Eat, è costruito proprio sulla presenza di un’organizzazione del lavoro strutturata e sul lavoro subordinato».
Il sindacato colloca la vicenda anche nel quadro delle recenti evoluzioni normative e regolatorie. Da un lato il decreto Primo Maggio, che introduce un’attenzione ai temi del caporalato digitale e dello sfruttamento del lavoro tramite piattaforma, seppur non agendo in maniera prescrittiva; dall’altro gli interventi dell’Antitrust su Glovo e Deliveroo e le indagini della Procura di Milano, guidata dal pm Paolo Storari, che ha attivato misure di controllo giudiziario in casi di presunto caporalato nel lavoro dei rider per le stesse piattaforme. «Siamo in una fase in cui il legislatore e la magistratura stanno attenzionando in modo strutturale le criticità del settore», prosegue Morini. «Per questo sorprende che proprio una piattaforma che ha scelto un modello più regolare e contrattualizzato intervenga ora con una riduzione di personale che colpisce funzioni centrali per l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, per la sua tenuta quotidiana, con evidenti ricadute sulla sicurezza».
Tra le figure coinvolte infatti ci sono anche operatori presenti sul territorio, in particolare nelle città di medie e piccole dimensioni, che svolgono un ruolo non solo di coordinamento operativo, ma anche di presidio concreto delle attività e delle condizioni di sicurezza, anche in qualitàdipreposti. Secondo la Filt Cgil, proprio questo è uno dei punti più delicati della procedura. «Si tratta di persone che non si occupano soltanto di organizzazione», spiega Morini, «ma intervengono direttamente nella gestione delle emergenze, nella sospensione delle attività in caso di allerta meteo, nel coordinamento in situazioni critiche e nella risoluzione dei problemi quotidiani dei rider. La loro eventuale eliminazione rischia di indebolire in modo significativo il presidio della sicurezza sul territorio».
Il sindacato contesta anche l’ipotesi di una progressiva remotizzazione o automazione di queste funzioni. «Riteniamo improprio e inefficace pensare di remotizzare il controllo sulla sicurezza in un’attività come quella dei rider, che è per sua natura distribuita e ad alta intensità operativa. Il ruolo del preposto non è sostituibile da sistemi automatizzati o da gestione a distanza se si vuole garantire efficacia e tempestività di intervento” afferma Morini.
Nel corso del primo incontro con l’azienda, tenutosi lunedì 18, è stata aperta formalmente la procedura e fissato un aggiornamento alla prossima settimana. La Filt Cgil ha chiesto il ritiro dei licenziamenti, in subordine la revisione del perimetro degli esuberi, l’attivazione di percorsi di ricollocazione o formazione e di strumenti di sostegno al reddito. «L’unico margine che consideriamo fisiologico riguarda eventuali uscite volontarie, con incentivazione condivisa», precisa Morini. «Su quel terreno si può discutere, salvaguardando comunque la presenza delle figure necessarie a garantire il miglior livello di sicurezza sul lavoro. Per il resto, al momento, l’azienda ha confermato le proprie posizioni, riservandosi una valutazione delle richieste sindacali nei tempi previsti dalla procedura».
Sul piano industriale, il sindacato legge la decisione anche alla luce della crescente pressione competitiva nel settore del delivery e del peso dei modelli a più basso costo adottati dai competitor. «Just Eat soffre una concorrenza basata su forme di dumping dei costi del lavoro», osserva Morini. «Inoltre il cambiamento della compagine proprietaria può aver inciso su una maggiore pressione verso la riduzione dei costi e il miglioramento della redditività nel breve periodo».
Resta infine il nodo del modello organizzativo e del ruolo della tecnologia. «L’azienda parla di semplificazione e riduzione dei processi manuali, ma il rischio è che questo si traduca in una progressiva sostituzione delle persone con soluzioni tecnologiche. Noi continueremo a batterci per la tutela dei posti di lavoro e della sicurezza dei rider», conclude Morini.
Elettra Raffaela Melucci























