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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - L’unità d’azione sindacale, una pratica possibile

L’unità d’azione sindacale, una pratica possibile

di Massimo Mascini
1 Dicembre 2025
in L'Editoriale
I sindacati spaccati e la lezione di Lama: uniti si vince, divisi si diventa deboli

Il 2026 sarà l’anno in cui Cgil, Cisl e Uil ritroveranno la strada dell’unità sindacale? L’interrogativo, datato fine novembre 2025, può far credere che chi lo pone abbia scarsa dimestichezza con i problemi del mondo del lavoro. Le tre confederazioni viaggiano infatti per strade differenti e che sembra non possano incontrarsi. Non partecipano agli stessi scioperi, nemmeno alle stesse manifestazioni, polemizzano tra loro duramente. Anche la coesione che c’era tra Cgil e Uil è tramontata: la confederazione di Bombardieri si è allontanata da Landini e non sembra voler tornare indietro.

Eppure, eppure il quadro non appare così nitido. Un autorevole sindacalista, parlando giorni fa del futuro delle relazioni industriali e convenendo sul fatto che la mancanza di unità costituisca un freno per lo sviluppo di una buona contrattazione, affermava che il prossimo anno sarà così terribile, soprattutto per lo sviluppo dell’economia e per l’incombere delle transizioni, che le tre confederazioni saranno spinte a riprendere i rapporti. Potrebbe non avere torto.

Nessuno pensa all’unità organica, quella che all’inizio degli anni 70 del secolo scorso stava per portare al superamento delle divisioni. L’unità d’azione è altra cosa, è una pratica che potrebbe riprendere in tempi anche brevi, se ce ne fosse la convenienza. E convenienza sembra esserci, dal momento che le tre centrali sindacali, così divise, stanno perdendo forza, protagonismo e centralità. Il rapporto con l’esecutivo e con il potere legislativo si sta affievolendo ogni giorno di più: il governo Meloni non è amico del sindacato, tutt’altro, lo considera un centro di potere da contrastare e indebolire. Nella visione della leader di Fratelli d’Italia, che evidentemente ha dimenticato la propria appartenenza alla “destra sociale”, il sindacato deve lasciare tutto lo spazio alla politica. È da questa angolazione, allora, che si dovrebbe guardare all’utilità del ritorno all’unità di azione tra i tre sindacati.

Le divisioni interessano principalmente le confederazioni, che non cercano un reale confronto e, quando lo fanno, ai congressi per esempio, litigano. Nelle categorie è diverso, si continua a marciare assieme, specie in quelle industriali. Il successo dei metalmeccanici, approdati al rinnovo del contratto nazionale dopo una battaglia all’arma bianca durata un anno e mezzo, non sarebbe stato possibile se Fim, Fiom e Uilm non fossero state testardamente unite. Ma anche l’unità delle federazioni di settore vacilla quando la vicinanza con il comparto politico è più forte. Prova ne sia quanto avviene nella contrattazione del pubblico impiego, dove le divisioni, di mese in mese più marcate, portano a contratti separati, non firmati cioè da tutte le federazioni di categoria.

L’unità in questo modo si sgretola e si allontana. Eppure, a spingere verso l’unità, sempre d’azione, sia chiaro, ci sono tanti segnali, spesso evidenti. Le tre confederazioni, ad esempio, trattano con il governo chiedendo le medesime cose. Su pensioni, sanità, casa e salari hanno le medesime idee. E anche il giudizio sulle decisioni del governo è analogo, per lo più critico. Se i giudizi nel merito convergono, Cgil, Cisl e Uil si dividono però sul giudizio politico e reagiscono quindi in maniera differente. Lo stesso avviene nel confronto con Confindustria per il nuovo patto sociale che le confederazioni portano avanti assieme con determinazione.

Se si abbandonasse la strada della contrapposizione, i motivi dell’allontanamento forse svanirebbero. Anche perché i diretti interessati, che non sono i sindacalisti bensì i lavoratori, stentano a comprendere le differenze e le ragioni della divisione. Non comprendono perché si facciano scioperi o manifestazioni separati quando è comune il pensiero che il governo stia sbagliando. I giovani soprattutto, troppo spesso non sufficientemente informati, non comprendono perché i sindacati siano tre e si facciano guerra tra loro. Il numero delle tessere non scende, è vero, ma le incomprensioni crescono. E non è un buon segnale in un momento in cui l’affluenza alle urne per le elezioni regionali si è fermata sotto il 45%.

Per giustificare le divisioni si dice che Cgil, Cisl e Uil hanno avuto riferimenti ideologici diversi. In passato era viva l’appartenenza alle differenti formazioni politiche: la Cisl alla Dc, la Cgil a Pci e Psi, la Uil al Psi. Oggi però quei partiti non ci sono più, si sono anzi uniti sotto la stessa bandiera. Ma, si dice ancora, la Cisl è per la contrattazione, la Cgil per la legge; la Cisl per i contratti di prossimità, la Cgil per quelli nazionali. È vero, queste differenze esistono, ma esistevano, e anzi erano molto più forti, anche quando era viva l’unità d’azione. E se le differenze non costituivano allora un reale impedimento, perché lo dovrebbero essere adesso? Forse un bagno di realismo non farebbe male ai vertici sindacali, sicuramente farebbe bene ai loro rappresentati.

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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