L’impressione è di un paese già in frenata. Se non ha gettato la spugna. Gli ultimi dati dell’Istat sull’economia e l’occupazione, nonostante i tentativi di tingerli di rosa, non lasciano alcuno spazio all’ottimismo. Ancor meno alle celebrazioni. E, questo, ancora prima di mettere nel conto l’ondata di devastazione economica che Donald Trump, aprendo la Terza Guerra del Golfo, ha scatenato senza scrupoli sull’Europa. Lo ricordino i tanti entusiasti della claque pro-trumpiana, sparsa fra Italia, Francia, Germania e Est Europa. La guerra farà schizzare, comunque, i prezzi dell’energia – petrolio e metano – con pesanti ripercussioni sulle bollette, industriali e no, e, dunque, sull’inflazione, e, dunque, sul potere d’acquisto, e, dunque, sui consumi e, dunque, sul Pil. Molto dipende da quanto dura la guerra. E il pedale sul freno lo ha solo Trump. Ma il presidente americano può contare sulla sostanziale impermeabilità degli Usa, indipendente sul piano dell’energia, ad uno choc mondiale. L’Europa, che l’energia la deve importare, no. Noi, il prezzo lo pagheremo per intero.
Il problema è che l’Italia arriva a questo appuntamento con la storia in condizioni molto più precarie di quanto il governo si senta di ammettere. Meloni e Giorgetti sono riusciti a tenere i conti pubblici in ordine, ma, da due anni, l’economia marcia esclusivamente grazie ai fondi europei del Pnrr. Nel 2025, il Pil è cresciuto di un magrissimo 0,5 per cento. Nel 2026, secondo le proiezioni ufficiali, dovrebbe arrivare ad un modesto 0,8 per cento. Ma è una accelerazione più immaginaria che realistica. Lo staff di Giorgetti presumeva che, nonostante il contributo nullo delle esportazioni (il tradizionale motore di sviluppo del paese), l’economia potesse prendere fiato grazie ad una rilancio del potere d’acquisto e, quindi, dei consumi. Dove il governo avesse individuato la leva del miglioramento dei bilanci familiari non è chiaro e, probabilmente, era solo un miraggio. Quello che è sicuro, però, è che, grazie alla guerra di Trump, più che alla leva per l’ascesa, bisogna pensare alla botola per la discesa.
La congiuntura, insomma, si oscura. Ma le congiunture sono ballerine e transitorie. Le tendenze di fondo, no e quelle che individua una lettura non propagandistica dei dati dell’Istat sono deprimenti. In due parole: il miracolo della crescita dell’occupazione – su cui da tempo si esercitano le cronache di governo – è stato, in buona misura, fasullo.
Tentano di riempirci gli occhi con i dati di gennaio. Ed ecco 80 mila occupati in più, rispetto a dicembre, e 100 mila disoccupati in meno. Ma com’è che i due dati non coincidono? Dove sono finiti i 20 mila disoccupati che non ci sono più, ma che non hanno trovato da lavorare? Qui interviene un noto inghippo statistico: viene dichiarato disoccupato solo chi, nella settimana precedente, ha cercato senza fortuna lavoro. Se non si è dato da fare, non viene neanche censito. E sono questi – quelli che hanno gettato la spugna – a colmare il gap. Il numero degli inattivi – cioè di quelli che non solo non cercano lavoro, ma non fanno altro, come, ad esempio, studiare – è cresciuto, fra dicembre e gennaio, di 35 mila unità.
Ma se, invece di farci convincere a guardare gennaio, alziamo gli occhi e guardiamo, anche i due mesi precedenti, cioè l’ultimo trimestre (novembre-gennaio) i dati sono anche meno trionfalistici. L’aumento di occupazione (nonostante la crescita di gennaio) si riduce a 23 mila unità. I disoccupati sono diminuiti in tutto di 125 mila, e la differenza si spiega con 112 mila persone in più che hanno deciso di non lavorare e di non studiare e, ufficialmente, passano le giornate su una panchina. Sono i dati di un trimestre anomalo? Prendiamo, allora, gli ultimi 12 mesi. Rispetto a gennaio 2025, gli occupati in più sono, in tutto, solo 70 mila (di fatto, insomma, quello di gennaio è solo un recupero) e, soprattutto, la crescita degli inattivi sembra inarrestabile: ormai, un italiano su tre, in età di lavoro (15-64 anni), ha rinunciato non solo a crearsi un presente, ma, visto che neanche studia, pure un futuro.
Attenzione, perché il dramma degli inattivi, infatti, si aggrava se guardiamo all’età. Nella fascia fra 15 e 24 anni, fra gennaio ’25 e gennaio ’26, si registrano 217 mila inattivi in più, a segnalare anche, probabilmente, vista l’età, derive di abbandono scolastico. Altro aumento massiccio (pari al 7,3 per cento nell’arco dei dodici mesi) per la fascia 25-34 anni, il cuore pulsante del futuro mercato del lavoro: 107 mila in più.
I dati Istat confermano, inoltre, con chiarezza il dualismo crescente di questo mercato del lavoro. Gli occupati diminuiscono sistematicamente in tutte le fasce decisive dell’occupazione: ventenni, trentenni, quarantenni. L’unica a crescere è la massa dei prepensionandi. Gli ultracinquantenni al lavoro sono aumentati (forse bisogna chiedersi con quale contratto) di 358 mila unità nell’ultimo anno. Quanto basta a più che compensare il deflusso dei meno anziani.
Anche l’ultimo elemento, a prima vista positivo, suscita qualche perplessità. Il numero dei lavoratori a termine è diminuito, nel 2025, di quasi 200 mila. In parte (71 mila) grazie all’aumento delle posizioni permanenti. E gli altri? C’è un aumento, parallelo, di lavoratori autonomi, quasi identico (195 mila)alla riduzione dei contratti a termine. Da precario a partita Iva? Difficile togliersi il dubbio. Comunque, le nuove partite Iva 2025 sono 250 mila.
Maurizio Ricci




























