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Home - Rubriche - Giochi di potere - La ramazza di Giorgia e il rischio autogol. La comunicazione di Meloni fa cilecca, latita il tocco magico

La ramazza di Giorgia e il rischio autogol. La comunicazione di Meloni fa cilecca, latita il tocco magico

di Alberto Gentili
30 Marzo 2026
in Giochi di potere
Una premier nella corrente

Giorgia Meloni non ne azzecca più una. Anche dopo la batosta del “No”, conseguenza di una campagna referendaria dissennata che ha avuto lo stesso effetto di un harakiri, invece di prendersi una pausa di riflessione per mettere a fuoco le ragioni della sconfitta, la premier ha impugnato la ramazza. Via il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. Via Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio. Al diavolo anche Daniela Santanché, inseguita da numerose inchieste. E se Giorgia non ha licenziato pure Nordio, è solo perché non ha mai amato i rimpasti di governo. Non li amava prima che era forte e con il vento in poppa, ne è terrorizzata adesso che è indebolita e ha preso una dolorosa musata. Santanché infatti è stata cacciata strappandole le deleghe, cambiare anche il Guardasigilli avrebbe richiesto, invece, una nuova fiducia del Parlamento e la nascita di un Meloni-bis. Con tutti i rischi connessi. E addio trofeo per il record di governo più longevo della Repubblica.

La decisione di cacciare Delmastro, compagno di appartamento del fido Giovanni Donzelli, di sfrattare Bartolozzi che pure aveva offerto sponda sul delicato caso Almasri e di liberarsi della Santanché, è maturata sull’onda di un incontenibile moto di rabbia innescato dalla sconfitta. “Basta, sono stufa, ora mi libero delle zavorre”, è stata sentita gridare Meloni martedì scorso al primo piano di palazzo Chigi. E c’è da dire che la premier di ragioni da vendere ne aveva: Delmastro è stato beccato a gestire una Bisteccheria con un camorrista, Bartolozzi è quella che in tv ha urlato: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione”. Santanché da tempo è alle prese con diverse inchieste giudiziarie innescate da presunti imbrogli nel ruolo di imprenditrice. Ma, al momento del redde rationem, quando è stata obbligata a rassegnare le dimissioni, la (ex) ministra del Turismo ha avuto facile gioco ad accusare Meloni di averla scelta come capro espiatorio della sconfitta del referendum: “Sono abituata a pagare i mei conti e spesso anche quelli degli altri”.

Ecco, sta qui l’errore di comunicazione di Meloni. Se Delmastro, Bartolozzi e Santanché erano inappropriati per il governo, se erano impresentabili o inadeguati, come mai la premier non li ha mandati via prima della vittoria del “No”? Farlo a urne chiuse, è apparso come una reazione emotiva e, sostiene la ministra del Turismo, come una furbata: trovare qualcuno contro cui scaraventare addosso la colpa e la responsabilità della valanga di 15 milioni di “No”.  Insomma, Meloni agli occhi una parte dell’opinione pubblica è apparsa come la furbetta che salva la pelle facendo fuori quelli che fino al giorno prima erano i suoi fedelissimi. Non proprio una postura che raccoglie simpatie.

E il deficit di simpatia, dopo una lunghissima luna di miele con gli italiani, appare adesso il vero problema di Giorgia. Ciò che è successo il 22 e il 23 marzo ha del clamoroso. Oltre 15 milioni di italiani sono corsi alle urne, stracciando ogni previsione, per dire “No” alla presidente del Consiglio. Una mobilitazione di popolo, soprattutto di giovani e della gente del Sud. Insomma, la rabbia e il voto di pancia che erano stati la fortuna di Meloni e che nel 2022 le hanno permesso di conquistare palazzo Chigi, le si sono rivoltati contro. La prova: in tutto il Sud il “No” è stato straripante, spesso più forte che nelle Regioni rosse.

La batosta è figlia di gravi errori di comunicazione di Meloni. Avere deciso, dopo mille esitazioni, di personalizzare e di gettarsi a capofitto nella campagna elettorale, ha fatto scattare la mobilitazione di chi ha colto nel voto referendario l’occasione per evitare di dare “pieni poteri” alla premier e per dirle: “Ora basta”.

Giorgia, infatti, ha svolto la campagna referendaria con una sorprendente arroganza comunicativa. Ha battuto a tappeto tutte le tv pronte a spalancarle i palinsesti, ha frequentato capillarmente i social e ha avuto dalla sua la gran parte dei giornali grandi e piccoli. Ebbene, in tutte le uscite, invece di spiegare nel dettaglio la riforma con la separazione delle carriere e il doppio Csm, ha preferito calcare la mano contro i magistrati, arrivando a dire: “Se vince il No i giudici metteranno in libertà stupratori, pedofili, spacciatori e migranti illegali”. Una frase, declinata in varie versioni, che ha trasformato il voto in un plebiscito pro o contro i magistrati, pro o contro Meloni. La premier pensava di spuntarla, è ovvio, altrimenti non avrebbe tentato l’azzardo. Ma gli italiani, che tra l’altro non amano essere trattati da idioti, le hanno mandato a dire che tra politici e toghe, si fidano più delle seconde. Fin dai tempi di Mani Pulite.

Il rosario di scelte comunicative sbagliate ha riguardato anche il fronte estero. In prossimità del voto, per Meloni sarebbe stato salutare creare una distanza tra lei e Donald Trump. Uno che è inviso nel suo Paese (la popolarità è crollata al 36%), figurarsi in Italia. Invece no. Giorgia ha battuto diversi record di “vicinanza” a The Donald. È stata l’unica leader europea a definire “legittima” la decisione del tycoon di sequestrare nottetempo il presidente del Venezuela Nicolas Maduro; l’unico capo di governo del G20 a spedire il suo ministro degli Esteri al comitato di affari per la spartizione di Gaza che Trump ha chiamato pomposamente Peace of board; l’unica in Europa a non criticare la guerra in Iran e a prendersela con Teheran per la sua “reazione scomposta”. E questo mentre gli italiani si sono ritrovati in pochi giorni con i prezzi di benzina e gasolio alle stelle, il carrello della spesa sempre più caro e la certezza che gli speculatori avrebbero sfruttato il conflitto senza alcuno scrupolo. Nel meglio della tradizione italica. Meloni ha provato a metterci una pezza con il decreto che, alla vigilia del referendum, ha tagliato per 20 giorni le accise di gasolio e benzina di 25 centesimi. Ma, anche qui, gli italiani non sono fessi e non si sono fatti incantare. Tanto più che alla pompa lo “sconto” è arrivato più che dimezzato. Se non addirittura divorato dall’ingorda rete di distribuzione.

Matteo Renzi, che se ne intende come dimostra la sua storia, ha detto che Meloni “ha perso il tocco magico”. Forse sì, forse no. Saranno i prossimi mesi a dirci se l’ex Rottamatore ha ragione. Di certo, per risalire la china Giorgia dovrà cambiare i consiglieri per la comunicazione. E smetterla di credere di essere la più amata dagli italiani. L’amore, anche in politica, va conquistato.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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