Il Sulcis Iglesiente sta morendo, stretta tra storiche crisi industriali che non trovano sbocco e una situazione sociale drammatica con un PIL pro capite di soli 20.900 euro, a fronte di una media nazionale di 32.000, e la qualità della vita ferma all’ultimo posto in Italia. L’allarme arriva da Fsm Cisl e Fim Cisl Nazionale, che mercoledì 8 aprile si sono riunite a Portoscuso per fare il punto sulle aziende metalmeccaniche dell’area. All’iniziativa hanno partecipato il segretario generale della Fim, Ferdinando Uliano, il segretario nazionale Fim con delega alla siderurgia, Valerio D’Alò, il Segretario della Ust Cisl Sardegna, Pier Luigi Ledda, il Segretario della UST Sulcis Antonello Saba, le istituzioni regionali e locali e il Responsabile diocesano Antonio Mura.
Uliano e D’Alò hanno denunciato come tutte le vertenze metalmeccaniche del territorio sono ormai da anni al palo. Lo stabilimento ex- Alcoa, fermo dal 2012 e ceduto alla SiderAlloys, non ha mai visto la ripartenza degli impianti che attualmente lavorano a singhiozzo con appena 60 lavoratori, mentre gli oltre 300 lavoratori ex-Alcoa rimasti sono da anni in mobilità in deroga.
Anche Eurallumina, storico impianto per la produzione di allumina nel polo industriale di Portovesme, si trova in grave difficoltà a causa degli elevati costi energetici e di criticità finanziarie della proprietà. L’azienda conta circa 180 dipendenti diretti con CCNL chimico e una trentina di lavoratori con contratto metalmeccanico. Le attività degli appalti risultano oggi discontinue, con lavoratori che sopravvivono grazie agli ammortizzatori sociali.
Situazione analoga alla Portovesme Srl, dove lo spegnimento della linea zinco e il progetto “Black Mass” di Glencore hanno determinato una riduzione occupazionale che potrebbe portare gli addetti da 1.200 a circa 500 tra diretti e indotto.
La centrale a carbone “Grazia Deledda” di Portovesme avrebbe dovuto chiudere il 31 dicembre 2025. Tuttavia, per garantire la sicurezza della rete elettrica sarda, in attesa del completamento di infrastrutture come il Tyrrhenian Link, è stata concessa una proroga. Attualmente, negli appalti Enel operano 6 aziende metalmeccaniche per un totale di 261 lavoratori, ma nonostante la proroga molte imprese stanno già riducendo il personale o ricorrendo alla cassa integrazione.
Per Fim e Fsm “il lavoro deve tornare a essere la priorità assoluta: rilanciare l’industria è fondamentale per la tenuta sociale ed economica del territorio”.
La Fsm, per voce del Segretario generale Marco Angioni e del Segretario regionale Giuseppe Masala, ha inoltre avanzato una serie di proposte per il rilancio industriale, a partire dall’istituzione di un’Agenzia regionale per l’energia e dalla definizione di un mix energetico equilibrato tra metano, idrogeno e fonti rinnovabili. “Vento e sole sono beni comuni – ha dichiarato Angioni – e devono generare benefici diretti per i cittadini sardi, non solo profitti per le multinazionali”.
Tra i pilastri della strategia vi è il rafforzamento di Sotacarbo: il centro di ricerca di Carbonia deve diventare il motore della Hydrogen Valley del Sulcis, guidando la riconversione industriale attraverso l’innovazione tecnologica.
Sul fronte infrastrutturale, la Fsm chiede lo sblocco immediato del dragaggio del porto di Portoscuso, fermo da 15 anni, considerato un intervento strategico per rilanciare la competitività del polo industriale e favorire lo sviluppo di un polo della cantieristica navale nel Mediterraneo.
Infine, vengono richieste misure urgenti per contrastare la cosiddetta “tassa sull’insularità” legata ai costi ETS, che nel 2026 hanno raggiunto i 456 euro a tratta per ogni semirimorchio, penalizzando fortemente le imprese locali.
“Servono responsabilità – concludono Angioni e Masala –: investimenti certi, clausole sociali negli appalti e una vera governance industriale. La Sardegna ha tutte le competenze per ripartire, ma è necessario un impegno concreto e la volontà politica di decidere il nostro futuro”.
























