I sindacati di categoria Fabi, First Cisl e Fisac Cgil intervengono nel dibattito sulla governance del gruppo Euronext per ribadire che “la crisi in corso non è una disputa tra soci, ma riguarda il futuro industriale del presidio finanziario italiano e la dignità dei lavoratori. Una situazione che si inserisce in un quadro di relazioni industriali ai minimi storici e di prospettiva industriale sempre più opaca. La mobilitazione prosegue con lo sciopero di mezza giornata il 30 aprile, per rivendicare investimenti, tutela dell’occupazione e delle professionalità e, non ultime, relazioni industriali all’altezza del ruolo strategico dell’infrastruttura”.
Dall’acquisizione del 2021, ricordano le categorie, “il modello federale annunciato dal Gruppo si è progressivamente trasformato in un accentramento decisionale verso Parigi. Eppure, Borsa Italiana resta il principale motore economico di Euronext, contribuendo per oltre il 37% dei ricavi totali (669 milioni di euro nel 2025, quasi il doppio di Parigi). Un ruolo che conferma la centralità della piazza italiana per il sistema Paese, non solo per il gruppo. Nonostante questo ruolo strategico, i rilievi della Consob parlano di una ‘ripetuta e sistematica violazione delle regole di governo societario’, con un Cda italiano ridotto a un ruolo passivo e disinformato rispetto alle decisioni prese all’estero. A conferma di un quadro di criticità più ampio in cui la governance locale risulta indebolita e le scelte strategiche vengono assunte altrove”.
Parallelamente, “si registra un trasferimento costante di knowhow verso Porto, Parigi e Amsterdam, che svuota progressivamente di contenuto la presenza industriale in Italia – aggiungono – a fronte di utili record, l’azienda continua a opporre un rifiuto netto sul lavoro agile, sul contratto integrativo aziendale e sul premio aziendale, mentre peggiorano ritmi e condizioni di lavoro, con carichi crescenti e un monitoraggio sempre più invasivo”.
I sindacati sottolineano inoltre come il confronto con il management sia stato ridotto a una mera formalità: le decisioni su smart working, retribuzioni e organizzazione del lavoro vengono presentate come immodificabili, in un modello che esclude il dialogo sociale e svuota la governance locale. Allo stesso tempo, denunciano l’assenza di politiche di retention e la tendenza a considerare le competenze dei dipendenti come una risorsa sacrificabile, facilmente trasferibile all’estero.
Sul piano economico, i sindacati evidenziano l’incoerenza tra i profitti dichiarati e la chiusura totale dell’azienda su ogni richiesta redistributiva: mentre il gruppo celebra risultati eccezionali, rifiuta di riconoscere una quota del valore generato proprio dai lavoratori italiani.



























