Né Giorgia Meloni, né Elly Schlein possono dormire sonni tranquilli. E non per la guerra in Iran, la recessione alle porte, l’inflazione galoppante, i mille problemi che strozzano l’Italia e gli italiani. A insidiare e ad allarmare la premier e la leader del Pd è la voglia, per ora strisciante ma sempre più diffusa in Parlamento e nei palazzi del potere, di puntare dopo le elezioni del prossimo anno su un governo di “responsabilità nazionale”. Su un “tutti dentro”, nel nome dell’Europa e dell’anti-trumpismo, che spiani la strada nel gennaio del 2029 (meno di 3 anni) a una scelta bipartisan e condivisa del nuovo capo dello Stato. Ma affinché ciò accada, sarebbe indispensabile che dalle urne del prossimo anno uscisse un bel pareggio. Una “non vittoria” sia per il centrodestra, sia per il centrosinistra, grazie al complicato sistema di voto del Rosatellum. Ecco perché la sorte di Meloni e Schlein, la loro possibilità di restare o di approdare a palazzo Chigi, è strettamente legata al destino della riforma elettorale cui lavora la premier. In sintesi: se restasse tutto così com’è, è probabile il pareggio; se invece arrivasse la nuova legge elettorale, tra pochi mesi avremo in vincitore chiaro e forte.
A tifare apertamente per lo schema della “non vittoria” e di quello che un tempo si chiamava “inciucio”, è finora solo Carlo Calenda. Non a caso l’unico rimasto fuori dai due schieramenti. “Il migliore risultato, nelle elezioni del 2027, sarebbe il pareggio”, predica il leader di Azione, “così poi si fa un governo politico con dentro tutti quelli che credono nell’Europa e nel superamento del bipolarismo, anzi del bipopulismo”. Da notare che Calenda questa volta non parla di Mario Draghi. Non propone un governo tecnico. L’ex ministro sa bene che a inizio legislatura questo schema non reggerebbe a causa dell’appetito dei partiti vogliosi di incassare potere & poltrone. Il suo obiettivo è disarticolare i due poli e formare un esecutivo politico che tagli fuori le estreme. A destra e a sinistra.
Neppure tanto a sorpresa, dopo il terremoto innescato dentro Forza Italia, a gradire questo schema è Marina Berlusconi. La presidente di Fininvest è stufa di vedere il suo partito scodinzolare dietro a Meloni e lo vorrebbe più grintoso e capace di incidere maggiormente sulle politiche del governo. Ma visto che l’impresa si sta rivelando complessa, sia per la resistenza di Giorgia, sia per la timidezza di Antonio Tajani, la Cavaliera comincia ad accarezzare con favore l’idea del pareggio. A spingere la signora Berlusconi a tifare per la “non vittoria” sono diversi motivi. Il primo è il terrore di ritrovarsi come alleato il generale Roberto Vannacci: raccontano che Meloni, pur di garantirsi il bis a palazzo Chigi, sia pronta ad ampliare la coalizione perfino al leader di Futuro nazionale accreditato fra il 3 e il 4%. Una scelta che spingerebbe ancora più a destra il governo e che renderebbe Forza Italia residuale, un simulacro dell’europeismo e del liberismo predicato da Silvio buonanima. Il secondo motivo è legato alla speranza della Cavaliera di avere un ruolo centrale nella prossima legislatura. Di essere lei a guidare le danze quando ci sarà da formare il un nuovo governo che avrebbe come collante, si diceva, l’europeismo, l’anti-trumpismo, la difesa dei diritti civili, un ritrovato garantismo e un liberalismo economico temperato. Il terzo motivo, forse il più importante: la “non vittoria” del Campo progressista o del centrodestra, aprirebbe la strada alla necessità di un accordo ampio e bipartisan per la scelta del successore di Sergio Mattarella. E la presidente Fininvest intende assolutamente essere della partita.
Ma per raggiungere questi risultati è indispensabile, appunto, fermare la riforma elettorale e lasciare in vigore il Rosatellum che, con il 37% di seggi assegnati grazie al sistema maggioritario uninominale, favorirebbe il campo progressista in quasi tutto il Paese. Dunque, i tifosi del pareggio vogliono fermare lo Stabilucum caro a Meloni: un proporzionale puro, senza i collegi uninominali maggioritari e con un premio di maggioranza per lo schieramento che prende anche un solo voto in più dell’altro.
Così Forza Italia alla Camera sta frenando la riforma. Tant’è che il programma stilato dal forzista Nazario Pagano, presidente della Commissione affari costituzionali di Montecitorio dove è stata incardinata la nuova legge elettorale, va al passo della tartaruga. Martedì scorso sono cominciate le audizioni e Pagano ha iscritto oltre settanta relatori. Così si perderà maggio. Poi giugno sarà dedicato agli emendamenti e, se va bene, a fine luglio dovrebbe arrivare il via libera di Montecitorio allo Stabilicum. Poi la palla passerebbe al Senato. Un andamento lento che irrita e spaventa Meloni, terrorizzata di “finire nella pantano” dei “giochi di palazzo”, in cui “a decidere non sono i cittadini ma i soliti noti…”. Tant’è che nei giorni scorsi il ministro di FdI ai rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha lanciato un vero e proprio appello a Schlein: “Il Pd ci dica cosa vuole fare sulla legge elettorale, a meno che non preferiscano la palude dei governi tecnici o di larghe intese che si avrebbe restando con il Rosatellum”.
Ma mentre la segretaria dem sta riflettendo – tentata com’è di offrire (senza clamore, in segreto) sponda a Meloni pur di non finire vittima di veti, agguati e caminetti dopo la chiusura delle urne – la “pareggite” si diffonde. Viaggia veloce per i Palazzi ed è contagiosa come il primo Covid.
L’untore più attivo, si è detto, è Calenda. Ma c’è anche Matteo Renzi naturalmente. Ci sono tanti riformisti del Pd che piuttosto di vedere Elly o tantomeno Giorgia a palazzo Chigi, punterebbero su Paolo Gentiloni o un premier moderato. E ci starebbe anche Conte. Il motivo: da buon neo-democristiano, progressista solo per convenienza, il leader 5Stelle con il pareggio avrebbe ampi spazi di manovra e (soprattutto) non dovrebbe incoronare Schlein premier. Senza contare che perfino Matteo Salvini, pur di incassare qualche poltrona e di non marciare al fianco del traditore Vannacci, brinderebbe a un governo con (quasi) tutti dentro. Non va dimenticato che la Lega nella scorsa legislatura sostenne Draghi assieme a Pd, M5S e Forza Italia: i governi di responsabilità nazionale, insomma, sono ormai entrati nel Dna di molti partiti. Se non di tutti. Fratelli d’Italia e Avs esclusi. Però chissà, tra meno di tre anni si dovrà decidere il nuovo capo dello Stato e nessuno ha intenzione di restare fuori dai giochi. Per capire quale sarà l’epilogo, occorrerà osservare il procedere lento e incerto della riforma elettorale.
Intanto, a dimostrazione di quanto diffuso sia il desiderio del pareggio e delle sue presunte proprietà taumaturgiche, vale la pena di leggere cosa ha scritto Mattia Feltri su HuffPost: “Perché un governo che metta insieme partiti di destra e di sinistra sarebbe sacrilego, contro natura, il trionfo della casta all’inciucio? Se ci sono rapporti contro natura, sono quelli dei berlusconiani coi Fratelli d’Italia, di cui si sono dovuti ingoiare ogni legge securitaria, illiberale, manettara, prigionecentrica, o con la Lega e il suo antieuropeismo di tendenza putiniana. Che cosa ci fa Forza Italia con questi trumpiani abbandonati, con queste vedove dell’orbanismo? E che cosa può tenere insieme il Pd coi Cinque stelle, che sulla politica internazionale non si discostano di un passo dalla Lega? O con i Fratoianni e i Bonelli, accanita pubblica accusa dell’Occidente?”.
Difficile dare torto a Feltri. E ancora meno gli si può dar torto quando aggiunge: “Se la Seconda repubblica in fondo non è stata altro che l’allucinato bipolarismo di berlusconiani e antiberlusconiani, bisogna ricordare ai contendenti che Berlusconi è morto. Preso atto del decesso, Pd e Forza Italia dovrebbero chiedersi su che cosa confliggano: la politica estera? L’europeismo? Le politiche economiche? Il garantismo? L’immigrazione? Su che cosa, precisamente, si sentono lontani, più di quanto non lo siano con gli alleati di destra o sinistra?”.
Viva il pareggio, viva l’inciucio, allora? No. Ma c’è da pregare e sperare che, al dunque, le due coalizioni trovino un minimo comun denominatore programmatico e valoriale, che abbia maggior appeal del bipopulismo in cui è tristemente e pericolosamente mutato il bipolarismo.
Alberto Gentili























