Grande clamore in questi giorni attorno alle divisioni sindacali. La polemica si è riaccesa perché mentre Cisl e la Uil approvano il decreto lavoro emanato dal governo, la Cgil lo critica aspramente. Se si guarda alla vicenda con un certo distacco, le sottolineature delle divisioni hanno una loro ragion d’essere. Il sindacato, con il decreto lavoro, ha ottenuto, in realtà, un vero successo. Assieme alle grandi associazioni datoriali, Cgil, Cisl e Uil hanno costretto l’esecutivo a fare marcia indietro, ritirando il proposito di accreditare i contratti “maggiormente applicati” invece di quelli firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative; e la differenza, come si sa, è sostanziale. La Cgil, criticando il decreto che quella vittoria sanciva, non ha però capitalizzato questo successo, e per qualcuno ha perso un’occasione. E questa sarebbe la “prova provata” che il sindacato è diviso, quindi debole, esposto a tutti i venti.
Ma la realtà è ben diversa, anche se molti non lo vogliono capire. Perché il sindacato è diviso, nessuno lo mette in dubbio, e le confederazioni sono tre, ognuna con la propria storia, i propri valori, le proprie abitudini. Ma questo non è un segno di debolezza, al contrario: è un punto di forza. È anche grazie a questa realtà tripartita che il movimento sindacale ha maggiori capacità attrattive. E poi, al momento giusto, le tre organizzazioni sanno bene come recuperare unità d’azione. Non a caso, tutte le federazioni di categoria dei tre sindacati si ritrovano unite al momento del rinnovo dei contratti di lavoro. I casi in cui si è finito con accordi separati sono rarissimi, eccezioni che non mettono in discussione la capacità e la voglia di stare assieme ai tavoli di contrattazione.
Non è un caso se le tre confederazioni stanno trattando da mesi assieme alle grandi associazioni datoriali per definire un accordo generale sui temi basilari del lavoro, cioè la rappresentanza e la contrattazione. E se questo negoziato registra qualche battuta d’arresto o qualche difficoltà, ciò non è dovuto alle divisioni nel sindacato, bensì a quelle dello schieramento padronale, dove le differenze di fondo sono spesso assai marcate, più che nelle organizzazioni dei lavoratori, che tra loro non hanno importanti problemi di concorrenza.
I lavoratori, che sono gli azionisti delle organizzazioni sindacali, conoscono le divisioni interne al movimento e non se ne fanno un problema. Sanno che le tre confederazioni sono differenti tra loro, ma sanno anche che, al momento buono, le divisioni vengono messe da parte per la miglior tutela dei loro interessi, che è poi l’obiettivo del sindacato nel suo insieme. E se le politiche divergono, questo non incide sulla strategia delle singole organizzazioni. La Cgil promuove i referendum abrogativi perché ritiene così di difendere i lavoratori, mentre Cisl e Uil non credono in questa iniziativa? Poco male. Vorrà dire che i lavoratori che credono in questa azione la sosterranno, gli altri si faranno da parte.
Tanti, troppi osservatori continuano a parlare di divisioni nel sindacato come fosse una tragedia per i lavoratori. Non è così, si tratta di entità differenti che ragionano in modo diverso, ma che, quando occorre, sanno stare assieme. Questo non significa che non sarebbe meglio se ci fosse un’unità organica, un unico sindacato e non tre, ma la storia ci ha condotto a questa realtà. Prendiamone atto.
Massimo Mascini
























