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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Tre guerre, tre pantani: il mondo travolto dal fallimento della forza

Tre guerre, tre pantani: il mondo travolto dal fallimento della forza

di Maurizio Ricci
11 Maggio 2026
in Poveri e ricchi
A grandi passi verso la Terza Guerra Mondiale, di Pino Scorciapino. Edizione EdiSud Salerno

JOINT STARS LA PIÙ IMPORTANTE ESERCITAZIONE DELLA DIFESA, SCHIERAMENTO BRIGATA GARIBALDI, MILITARE, MILITARI, SOLDATO,SOLDATI

Merz, il cancelliere tedesco si guarderà bene dall’interpretare una seconda volta il ruolo di bambino di Andersen che addita il re nudo, ripetendo che Donald Trump è stato “umiliato”. Eppure, dopo gli ayatollah iraniani che lo hanno intrappolato a Hormuz, ora Putin reclama, per uscire dal pasticcio ucraino, una mediazione europea, mettendo da parte proprio l’amico Donald, che si era vantato di saper chiudere la guerra in un paio di giorni. Il fatto che la svolta di Putin avvenga, probabilmente, con la benedizione dello stesso Trump non cambia la cosa. Con il riflesso infantile che lo contraddistingue, il presidente americano ha deciso che, siccome non vince, si annoia, non gioca più e torna a casa. Da un bambino stizzoso, aspettiamoci che, se mai si giungesse alla pace, se ne attribuisca comunque il merito.

In realtà, il passaggio cruciale è che, per la prima volta in quattro anni, Putin pare disposto, anziché imporre ultimatum, a trattare. Ma quanto, fino a che punto e dove questo possa portare è molto presto per dirlo. Forse non è presto, però, per trarre qualche indicazione dalle parabole parallele delle tre avventure belliche che, dopo 70 anni di pace, hanno incendiato il mondo nel giro di poche decine di mesi: l’Ucraina, Gaza, l’Iran.

L’invasione dell’Ucraina ha frantumato quello che, probabilmente, gli storici chiameranno “il secolo della pace”. Tutto il sistema internazionale, con i suoi principi, i suoi valori, le sue salvaguardie veniva travolto: i carri armati lanciati oltre confine annunciavano che le controversie fra paesi tornavano ad essere materia di bombe e fucili, da risolvere solo in base alla legge del più forte. Questo ritorno alla barbarie fra i popoli era la cifra del nuovo (dis)ordine mondiale, di cui tutti, prima o poi, saremmo stati chiamati a pagare il prezzo.

E, poi, cosa è successo?

Qui non sono in discussione le motivazioni, assai diverse, che hanno portato ai tre conflitti. La paranoia imperiale di Putin, i “futili motivi” (così, forse, li definirebbe un magistrato) di Trump, la reazione istintiva e furente di Israele all’oltraggio e alla violenza del 7 ottobre. Il punto, invece, è che, in nessuno dei tre casi, la guerra sembra essere stata una scelta che ha pagato. Ha travolto l’aggredito, ma ha rivelato le debolezze dell’aggressore. Strategiche, prima ancora che militari: nel senso che, per vincere, non basta la superiorità, anche schiacciante, degli eserciti. Le guerre, insomma, sono, di fatto, ancora in corso, ma si fa fatica a dire che Netanyahu, Trump, Putin stiano vincendo.

A Gaza, si è avuta la conferma che il terrorismo è un fatto di coscienze, prima che di fucili e, quindi, non si sconfigge con le bombe. Gli abitati sono stati rasi al suolo, fame, sete e topi dominano la Striscia, ma Hamas è ancora lì, controlla il 40 per cento del territorio. Anche cedesse, come reclama Netanyahu, le armi che ancora possiede, risorgerebbe domani. Perché il terrorismo si doma solo offrendo un’alternativa di speranza e dignità che, sul tavolo, non c’è. E, allora, l’unica strada militare è lo sterminio o la deportazione di centinaia di migliaia, forse milioni, di persone, svuotando la Striscia. Un’operazione impraticabile per un piccolo paese come Israele che ha già perso, grazie a questa guerra, il suo posto nel mondo. L’impasse può costare a Netanyahu il governo e l’impunità dai processi.

L’impresa dilettantesca di Trump in Iran si scontra con un vicolo cieco, specificamente sotto il profilo logistico-militare, non troppo diverso. Occupare un paese immenso con 90 milioni di abitanti non è possibile e metterlo a ferro e fuoco non basterebbe a piegare un apparato clerico-militare volto anzitutto a preservare se stesso, soprattutto dopo che ha scoperto di poter ricattare Trump dove è più debole: in patria, alla pompa di benzina. Gli esperti calcolano che l’Iran, anche se gli americani strangolassero le sue esportazioni di petrolio, trascinando Teheran nel blocco di Hormuz, dispone di riserve economiche per andare avanti almeno altri tre mesi. Agosto: per Trump, la benzina a 5 dollari in piena estate significa perdere le elezioni di novembre, il Congresso e finire (forse) in manette.

Anche Putin ha un problema di riserve, economiche e militare. Il paradosso della sua guerra è che l’Ucraina ne esce quasi meglio di come ci è entrata, la Russia peggio. A Kiev il Pil ( a prezzi correnti in dollari) sta tornando verso i livelli del 2021, a Mosca sta frenando, mentre il deficit statale decolla. Dietro alla decisione di Putin di aprire, per la prima volta, ad una mediazione e, dunque, ad un vero negoziato, c’è un paese con il fiato sempre più corto. Il miniboom determinato dalla moltiplicazione della spesa militare si è esaurito, ma ha fatto in tempo a mangiare tutto il resto dell’economia e, di rimbalzo, anche la stessa industria militare. Putin non è più in grado di rimpiazzare tank e cannoni persi al fronte. Soprattutto, di ricostituire le truppe. Gli esperti calcolano che la Russia stia perdendo, al fronte, più soldati di quanti riesca a reclutarne, in una spirale disastrosa per le operazioni. Tutto, per guadagnare, negli ultimi due anni, solo una manciata di chilometri quadrati. Dopo venticinque anni di dittatura, dicono i cremlinologi, per la prima volta Putin rischia, se non esce dalla palude ucraina, di essere detronizzato.

Sono tutte guerre che dovevano chiudersi in pochi giorni e sono in sospeso da anni. Trarne conclusioni è azzardato. Tranne che la lacerazione nell’ordine internazionale è avvenuta, ma il successo non è arrivato.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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