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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Se possiamo farlo per le armi, perché non per Hormuz?

Se possiamo farlo per le armi, perché non per Hormuz?

di Maurizio Ricci
18 Maggio 2026
in Poveri e ricchi
Auto a zero emissioni, Timmermans: non si riapre l’accordo, no ai biocarburanti

PKN ORLEN POLSKI KONCERN NAFTOWY AZIENDA POLACCA OPERANTE NEL SETTORE DEL PETROLIO E DELLA RIVENDITA DI CARBURANTI CARBURANTE STAZIONE DI SERVIZIO POMPA DI BENZINA AREA RIFORNUMENTO

Se possiamo farlo per le armi, perché non per Hormuz? C’è un buon tasso di ipocrisia dietro l’appello di Giorgia Meloni e gli improperi, in generale, della destra di governo indirizzati verso Bruxelles, per ottenere un minimo spazio di manovra nella crisi della benzina. Come dimostra il sempre più vistoso disimpegno di Trump, quello che, impropriamente, viene chiamato riarmo (in realtà, si tratta di evitare il disarmo, ovvero riempire il buco lasciato dalle truppe americane in partenza) è la inevitabile risposta di lungo periodo alla minaccia di lungo periodo che si è materializzata ad Oriente. Una risposta fatta peraltro di investimenti, debito, insomma, “buono”, per dirla come Mario Draghi, ed è il motivo per cui Bruxelles ha ritenuto di poter allentare la guardia su questo debito. Il tentativo di alleviare l’impatto che il blocco di Hormuz sta avendo sui prezzi di petrolio e metano è, invece, una risposta di breve periodo ad un problema, per quanto grave, contingente. E la spesa relativa che si vorrebbe fare non è per pannelli solari, cioè gli investimenti, ma per assumersi parte dei prezzi: sussidi, insomma, ovvero debito “cattivo”.

Naturalmente, il fatto che tutto questo avvenga per quel maledetto decimale rinvenuto dall’Istat, quando ha fissato il deficit pubblico al 3,1 per cento del Pil, anziché il 3 per cento che avrebbe consentito all’Italia di rimettersi in pari con gli altri paesi, in materia di volume della spesa pubblica, non rasserena gli animi. La destra di governo si trova ad affrontare l’annata preelettorale, non solo senza un euro da elargire nella finanziaria del prossimo autunno, ma con gli elettori esasperati dai rincari alla pompa. Quanto basta per convincere Giorgia Meloni a prendere carta e penna per scrivere a Ursula von der Leyen, anche a costo di mettersi nella scomodissima situazione di supplicante ovvero ad infilarsi in uno dei più classici cliché della politica europea, quello dell’Italia spendacciona.

Cosa risponderà Ursula? In linea di principio, la richiesta italiana non è priva di senso. Il blocco di Hormuz è la classica crisi che gli economisti definiscono “shock dell’offerta”. In buona sostanza, un bene – in questo caso il petrolio – viene a mancare, senza che ci si possa fare nulla. Ma la crisi è contingente e reversibile. Quando il bene tornerà disponibile, la crisi rientrerà e ci si può chiedere fin da subito se valga la pena di tenere ferma la barra del debito, anche se questo significa avviare recessione, inflazione e, alla fine, comunque nuovo debito per questa via.

Tutto questo non giustifica l’avventurismo della banda Salvini, pronta a rivendicare che l’Italia faccia da sola, fregandosene del via libera di Bruxelles, come se questo non fosse un aperto invito alla speculazione perché scateni un’offensiva contro i titoli italiani sui mercati. Ma non è neanche un via libera, in punta di teoria economica, alle richieste di Roma.

Il problema è che shock dell’offerta significa che si è creato uno squilibrio fra offerta e domanda. Il mercato, lasciato ai suoi meccanismi, dicono gli economisti, sana questo squilibrio con i prezzi. Il costo alla pompa della benzina sale fino al punto che chi non è ricco rinuncia a riempire il serbatoio ( o lo fa meno spesso), così che la domanda scenda e si adegui all’offerta disponibile sul mercato. Ma, se lo Stato interviene, tagliando artificialmente il costo (e assumendosene una parte, ad esempio, con lo sgravio fiscale sulle accise), la domanda non scenderà spontaneamente, il prezzo continuerà a salire (ricorrendo magari a barili sempre più lontani e più costosi) e lo Stato si troverà ad aumentare sempre più il volume dei sussidi e il loro peso sulla finanza pubblica.

Non è teoria. E’ quanto è effettivamente avvenuto quattro anni fa, con l’invasione dell’Ucraina. Per contenere il costo alla pompa, l’Italia spese, allora, 13 miliardi di euro, la Germania 15, la Francia 12. L’errore – e il volano che fece aumentare la spesa – fu, secondo le istituzioni internazionali, come la Iea, l’Agenzia per l’energia, che i sussidi furono generalizzati, invece di essere rigorosamente mirati sulle fasce più deboli della popolazione. Cosa significa, infatti, sussidi mirati? Significa che il prezzo viene lasciato salire, inducendo la generalità dei consumatori a ridurre all’essenziale i propri consumi. Il sussidio serve perché anche i più deboli possano, comunque, arrivare a quell’essenziale (si può pensare a buoni benzina, sconti selettivi sulla bolletta, sgravi sulle imposte).

Potrebbe essere, probabilmente, questa la prima condizione di un eventuale via libera di Bruxelles alla lettera della Meloni, con assai scarsa soddisfazione per quello che riguarda le preoccupazioni elettorali del governo. Ma potrebbe essercene anche un’altra a risuscitare un vecchio spettro: il Mes, paralizzato da anni solo dalle pregiudiziali ideologiche, specificamente della destra italiana. In fondo, quello strumento (a cui è appesa l’Unione bancaria e che l’Italia ha già finanziato) doveva servire a tamponare crisi come questa. Un boccone molto grosso, ma forse non indigeribile, per Meloni e Salvini di fronte all’alternativa “benzina o Mes”.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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