“Noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è circondata da un sonno”. Fragilità destinata a svanire nel nulla, suggerisce il Prospero shakespeariano, un ossimoro messianico in cui il buio è vita e la luce è morte. Ma come si può concepire che l’amore, “che ci sembra così solido, presente”, possa smaterializzarsi così? Dove va a finire questa materia non misurabile eppure titanica, quando si accende la luce e il sonno svanisce? Diventa atomo, memoria? Piuttosto, una malattia ereditaria che innesca la rincorsa ad afferrarne un grumo e a non sciuparlo. Succede con gli affetti e anche con la Storia. Ma è nel buio che i profili si vedono meglio, il nostro conforto lo ritroviamo in una dimensione nera che in realtà è la somma dei colori, lo spettro delle emozioni. Come al cinema, dove veniamo inghiottiti dal tepore di un’astrazione e in cui i colori dominano il nostro sogno a occhi aperti.
Il racconto de L’invenzione del colore di Christian Raimo si può condensare così: un’alternanza letterale e letteraria tra la fragilità del sogno – una compagna da amare, un padre da capire, una giustizia sociale per la democrazia – e l’immanenza della realtà al risveglio – la rottura, la morte, la dismissione di una giustizia sociale per la democrazia. Il libro è stato proposto da Luciana Castellina tra gli eleggibili del Premio Strega 2026 e presentato lo scorso 18 maggio presso la sala Fredda della Cgil di Roma e del Lazio. Una discussione partecipata cui hanno preso parte ex dipendenti della Technicolor, direttori della fotografia e registi, nonché rappresentati di un sindacato che dimostra ancora una volta l’attenzione agli spazi del confronto culturale.
Raimo racconta di un mondo che è stato – quello della Technicolor, la più importante fucina di post produzione in Europa, in particolare dello stabilimento di Roma, bottega artigiana su scala industriale dei più grandi talenti italiani, a cui suo padre Raffaele Raimo, prima chimico e poi quadro, ha dato 38 anni della sua vita -, di quello che è – la demolizione della fabbrica dei colori in favore di una concessionaria di automobili – e di quello che potrebbe essere – la “Valley” del cinema in un Paese in cui pure si è smesso di dare un peso di sviluppo alla cultura. È l’epica dei lavoratori e delle lavoratrici accomunati da un’intelligenza collettiva in quella che è una missione di arte e bellezza e in cui il privato si conficca come una scheggia che viene assorbita da un’esperienza totalizzante.
Ma è anche lo scontro tra la classe operaia – “la più colta del mondo” – e la miopia della classe dirigente che ha avallato la lenta dismissione della fabbrica del colore: gli americani fondatori, gli investitori francesi della Thomson, gli inglesi della Carlton Communications, “colonizzatori” da mastica e sputa. Il toyotismo contro la qualità, il digitale che divora la pellicola, il presente surclassato dal futuro. La memoria, invece, resta in qualche modo ignifuga alle fiamme dell’oblio e Christian rincorre suo padre e la storia dello stabilimento lungo tutto il romanzo-memoire, attraverso un affastellarsi di voci e piani temporali: il ricordo che morde i garretti del presente e occlude il futuro, il sogno che forse tale non è. Cerca di riacciuffare un senso del proprio stare al mondo, consegnato a una sorta di laico fatalismo, come una figura mitologica, novello Orfeo e sempiterno Telemaco.
Raffaele Raimo muore nel 2009 – tumore alle vie biliari, malattia professionale che ha falciato tante altre vite in Technicolor -, lo stabilimento di Roma chiude nel 2013 (i lavoratori che restano da licenziare sono circa novanta, erano millecinquecento nel 1960) e l’azienda definitivamente nel 2025. L’agonia di un uomo è contemporaneamente l’agonia del corpo della Technicolor, ma “Finché è vivo, non è morto”. Christian soffre un dolore collettivo e da allora non ha mai smesso di interrogare e interrogarsi per ricostruire le assenze e i silenzi, i volti, i ricordi, compresi quelli degli spazi dello stabilimento rievocati in una fissità pompeiana. Ricompone la diaspora delle intelligenze – quelle stesse che sono entrate in Technicolor senza mestiere, imparandolo direttamente a bottega – e compone un’elegia della fabbrica in cui la parola ricorrente è “famiglia”: quella degli uffici, dei laboratori di sviluppo, dei turni senza orari e dei picchetti senza fine; la classe operaia che da rurale s’è fatta borghese, di cui Roma ha sempre temuto la temperatura e per questo l’ha espulsa – non si vuole una Roma operaia perché non si vuole una città bollente. E che pure il sindacato, allora forte e presente, non ha saputo proteggere – “Con la politica delle vertenze ci siamo instupiditi”.
Inevitabile, poi, che questa sia anche la storia del cinema, che è sempre stata raccontata attraverso il set e la sala, Effetto notte o Nuovo cinema paradiso, e mai attraverso i laboratori e i suoi operai, il rosso di Suspiria o il nero di Apocalypse Now -“Il cinema del Novecento che nasce da una camera oscura, operai anonimi trasformano la luce e la offrono agli spettatori”. È il culto dell’immagine di cui parla Giovanni Bivi, ex dipendente Technicolor, secondo il quale questo non è un mestiere da praticare se non si ha un rispetto religioso per quello che veniva impresso sulla pellicola. Oggi, invece, è tutto il processo di delega alla post produzione digitale, in cui per dolo o per colpa si lavora in maniera meno collettiva alla ricerca dell’immagine, alla sua incarnazione attraverso il colore per la creazione di un sogno. La regola di Luciano Tovoli, storico direttore della fotografia che ha lavorato con alcuni dei più grandi maestri italiani della regia, è proprio questa: sui set non si pronuncia la parola postproduction, altrimenti significa che nessuno ha capito niente di cosa significhi davvero il processo creativo in collettività. Senza colore non c’è emozione, ma il colore va costruito con la sinergia delle intelligenze al lavoro.
Christian Raimo, nella sua carriera di autore, giornalista e insegnante, ha scelto con chiarezza da che parte stare. Un collocamento intellettuale che porta inevitabilmente ad amarlo o detestarlo, quasi un dazio da pagare in un’epoca di gentrificazione della cultura. La sua scrittura non è ammorbidita da vezzi stilistici, ma intagliata da un ritmo che segue quello dell’urgenza; quasi una febbre lucida che contagia il lettore. In questo senso, L’invenzione del colore smette presto di essere soltanto auto (o) biografia, per arrivare alla fine delle quasi 400 pagine come un racconto di lotta familiare, generazionale e sociale.
Elettra Raffaela Melucci

Titolo: L’invenzione del colore
Autore: Christian Raimo
Editore: La nave di Teseo – Collana: Oceani
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 384 pp.
ISBN: 978-88-346-2286-5
Prezzo: 20,00€


























