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Home - Approfondimenti - La nota - ETS, rincari fino a 11 miliardi per il trasporto su gomma e fino a 4 miliardi per le utenze. I dati nello studio Cer-Confcommercio

ETS, rincari fino a 11 miliardi per il trasporto su gomma e fino a 4 miliardi per le utenze. I dati nello studio Cer-Confcommercio

di Tommaso Nutarelli
20 Maggio 2026
in La nota
ETS, rincari fino a 11 miliardi per il trasporto su gomma e fino a 4 miliardi per le utenze. I dati nello studio Cer-Confcommercio

PASQUALE RUSSO CONFCOMMERCIO STEFANO FANTACONE CER

Nuovi costi in arrivo per famiglie e imprese con il mercato europeo delle emissioni. A lanciare l’allarme è un rapporto Cer-Confcommercio sugli ETS. Senza correttivi si rischia un rincaro su carburanti, gas e riscaldamento che potrebbe superare gli 11 miliardi per il trasporto su gomma, e toccare i 4 miliardi per le abitazioni. Colpite anche le attività commerciali che potrebbero vedere un appesantimento delle spese fino a 1,7 miliardi.

Il sistema degli ETS, Emissions Trading System, nasce nel 2005 con lo scopo di tassare le emissioni di Co2 per reimmettere nel mercato queste risorse sottoforma di incentivi per superare le fonti di energia fossili. Una prima attuazione si è avuta nel 2024 per il trasporto marittimo. Dal 2028 questo meccanismo verrà esteso al trasporto su strada, alle attività commerciali e al settore residenziale (ETS2).

Il sistema degli ETS, si legge nel rapporto, è nato in un contesto del tutto diverso da quello attuale. Nel 2005 il gas costava 16 euro a mega watt ora, oggi oltre 50, nelle bollette il prezzo dell’energia era di 59 euro MWh, oggi 110 euro, e il petrolio che venti anni fa veniva venduto a 55 dollari al barile oggi è il doppio. La crisi in Iran, in aggiunta, potrebbe comportare una crescita dell’inflazione di fondo dello 0,7% e una perdita dello 0,2% di crescita del Pil. Nel report vengono dunque identificati due scenari: il primo, ottimista, prevede un prezzo di 45 euro per tonnellata di Co2 equivalente grazie a un limite imposto dalle autorità, mentre nel secondo, che proietta al 2028 i trend di crescita del biennio 2024-2025,  il prezzo schizzerebbe a 107,5 euro.

Questo duplice binario si ripercuote a cascata su tutti i settori presi in analisi. Nel trasporto su gomma si andrebbe da un rincaro di 4,7 miliardi fino a un massimo 11,3 miliardi. La quota principale dell’onere ricadrà sul diesel, con un incremento stimato fino a circa 7,7 miliardi di euro nello scenario peggiore. La benzina andrebbe a costare 21 centesimi in più al litro, per arrivare 1,99 euro al litro con un aumento del 14%, mentre il diesel 29 centesimi, che toccherebbe 2,41 euro al litro con un balzo del 17%. Nel complesso la componente degli ETS inciderebbe per un 10% sul prezzo finale. Le famiglie che hanno un’auto a benzina dovrebbero così sostenere un aggravio annuo che va da 107 a 256 euro, mentre per quelle che hanno un’autovettura a diesel la forbice si muove tra i 149 e i 355 euro. Per i bus da gran turismo l’esborso si collocherebbe tra 2.970 e 7.096 euro all’anno, mentre per gli autocarri pesanti tra 4.752 e 11.354 euro.

Anche le abitazioni private risentiranno degli ETS, visto che il 50% di queste ricorre al gas, con un aumento che, nello scenario migliore, sarebbe di 1,7 miliardi e, in quello peggiore, di 3,9 miliardi. Le famiglie con i rialzi maggiori nelle utenze sarebbero quelle della Valle d’Aosta (+162,5 euro annui), Veneto (160,5 euro) e Emilia-Romagna (153,6 euro). Per quanto riguarda le attività commerciali e la pubblica amministrazione l’aggravio annuo varierà tra 0,7 e 1,7 miliardi di euro. Si va da i bar, con un rincaro nei dodici mesi tra 168 e 400 euro, fino agli alberghi medi che dovranno pagare in più tra 1.370 e 3.272 euro.

“Da tempo  – ha detto Pasquale Russo vice presidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto – Confcommercio denuncia i rischi di una certa politica ambientale che genera solo un aggravio dei costi senza raggiungere quello che è il suo obiettivo ossia una decarbonizzazione delle fonti energetiche. Questo lo abbiamo visto con quella che è stata la misura più nota del Green Deal ossia lo stop alla produzione dei motori endotermici a partire dal 2035. Il risultato di questa politica è stato, almeno per l’Italia, il sostanziale annullamento dell’automotive dal punto di vista industriale. Siamo preoccupati che il meccanismo degli ETS possa avere i medesimi effetti su commercio e trasporti, con esiti poi non più recuperabili”.

“Nell’ultimo anno ha proseguito Russo – il gettito prodotto dagli ETS sulla fiscalità generale ammonta a 2,6 miliardi di euro. La direttiva comunitaria prevede che queste risorse siano immesse nel sistema economico sottoforma di incentivi per la decarbonizzazione dei trasporti, rendendo poco appetibili le fonti fossili sotto il profilo dei costi. Ma questo non sta avvenendo perché la legge italiana di recepimento della direttiva europea prevede che metà di questi proventi vada nelle casse pubbliche per ridurre il debito, mentre l’altra metà dovrebbe ritornare ai vari ministeri per le politiche di decarbonizzazione. Sono risorse – afferma – che dovrebbero avere anche un monitoraggio e una rendicontazione ma noi non abbiamo trovato un solo euro che si stato effettivamente speso per politiche di abbandono delle fonti fossili. Anzi. Infatti nel decreto legge fiscale il taglio delle accise è stato fatto proprio con questi soldi. Quindi si sono usati i proventi derivanti dagli ETS che dovrebbero spingere verso il superamento delle energie fossili per tagliare le tasse su benzina e gasolio che di certo non derivano da fonti rinnovabili”.

Per Russo “il tema dell’energia è centrale per un paese come l’Italia che è molto dipendente dall’approvvigionamento estero e che deve essere affrontato in una logica diversa. Il nostro governo sta provando a far cambiare posizione alla Commissione europea sugli ETS anche con un’impostazione giusta nei principi. Il taglio delle accise sta creando problemi ai conti pubblici, perché il mancato raggiungimento del 3% nel rapporto tra deficit e Pil è legato proprio a questo”.

Resta infine aperto il capitolo dello sciopero programmato per il prossimo 25 maggio dalle imprese dell’autotrasporto merci “Se non si troverà una soluzione nella riunione convocata per venerdì  – ha precisato il numero uno di Conftrasporto – potremmo correre il serio rischio di avere un paese paralizzato dove non vengono consegnate le merci. Per scongiurare il blocco dei tir, il settore dell’autotrasporto chiede il recupero dei fondi rimasti inutilizzati a causa dei tetti europei sulle accise”.

“La direttiva comunitaria consente di azzerare gli aumenti delle accise scattati dal 2003 a oggi per le imprese”, ha ricordato Russo, precisando che nella legge di bilancio questa misura strutturale vale circa un miliardo e mezzo di euro. Tuttavia, si è creato un paradosso burocratico con il taglio generale di 20 centesimi alla pompa introdotto per tutti i cittadini. L’Unione europea fissa infatti un livello minimo di accise sotto il quale nessun paese può scendere.

“I 20 centesimi di sconto generale, sommati ai 27 centesimi di agevolazione che i trasportatori già ricevevano sul gasolio professionale, porterebbero il settore sotto il limite minimo dell’Ue”, ha chiarito Russo. “Di conseguenza, per non violare le norme comunitarie, l’autotrasporto non può più recuperare 20 di quei 27 centesimi. Quelle risorse restano congelate e non vengono spese perché le imprese, per non violare la direttiva Ue, non hanno più il titolo per chiederne il rimborso”.

“Chiediamo semplicemente che questi fondi non utilizzati vengano restituiti al settore”. Una restituzione che, per aggirare i vincoli europei sul carburante, dovrà cambiare forma: “non possono esserci ridati come taglio delle accise, altrimenti saremmo di nuovo fuori regola, ma sotto forma di credito d’imposta. Il governo ha già stanziato 100 milioni di euro con questa modalità nel decreto fiscale, ma sono assolutamente insufficienti a coprire i reali extracosti delle imprese”, ha concluso Russo.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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