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Welfare digitale e lavoro di cura, la sfida: «Così si organizzerà il lavoro del futuro”. Il confronto tra studiosi, istituzioni ed esperti internazionali organizzato dall’INAPP

di Emidio Fornicola
17 Giugno 2026
in La nota
Welfare digitale e lavoro di cura, la sfida: «Così si organizzerà il lavoro del futuro”. Il confronto tra studiosi, istituzioni ed esperti internazionali organizzato dall’INAPP

Le piattaforme digitali non stanno cambiando soltanto il modo di lavorare, ma anche il modo in cui i sistemi di welfare organizzano e distribuiscono i servizi di cura. È il messaggio emerso dal convegno “Piattaforme digitali e lavoro di cura: tra formalizzazione, emersione e riorganizzazione del welfare”, promosso dall’Inapp e ospitato nell’Auditorium dell’Istituto il 16 giugno.

Una riflessione che ha messo insieme ricerca, istituzioni ed esperienze internazionali per affrontare alcune delle questioni più urgenti per il futuro del Paese: l’invecchiamento della popolazione, la crescita della domanda di assistenza, la diffusione del lavoro tramite piattaforme e la necessità di far emergere quote ancora consistenti di lavoro irregolare nel settore della cura.

Ad aprire i lavori sono stati il Direttore Generale dell’Inapp, Loriano Bigi, e il presidente Natale Forlani. Quest’ultimo ha invitato a guardare ai cambiamenti tecnologici senza timori ma anche senza sottovalutarne le implicazioni. «Queste sono le basi su cui sarà organizzato il lavoro del futuro», ha affermato Forlani, sottolineando come la trasformazione digitale rappresenti ormai un passaggio inevitabile. Una transizione che presenta ancora ampi margini di incertezza ma che, secondo il presidente dell’Inapp, non deve tradursi in una perdita di valore per il sistema produttivo. Al contrario, l’innovazione sociale può nascere proprio dalla collaborazione tra persone e tecnologie, a condizione di interpretare correttamente la svolta digitale.

Tra i temi centrali della giornata, l’applicazione dei modelli innovativi di regolazione del lavoro tramite piattaforma e il ruolo crescente del management algoritmico.

Massimo De Minicis ha presentato i risultati della sperimentazione di Inapp Workmeter, uno strumento innovativo che consente di osservare direttamente l’organizzazione algoritmica del lavoro negli ambienti digitali. L’applicazione registra tempi di esecuzione, percorsi, velocità, pause e modalità operative dei lavoratori, permettendo di superare i limiti delle tradizionali indagini basate su interviste o questionari. L’obiettivo è rendere più trasparenti i processi decisionali governati dagli algoritmi e ridurre le asimmetrie informative tra piattaforme e lavoratori. Una tecnologia che potrebbe assumere anche una funzione pubblica, contribuendo a garantire maggiore trasparenza e responsabilità nell’utilizzo dei sistemi algoritmici.

Nel corso del panel sono stati inoltre illustrati i risultati intermedi del progetto internazionale Fairwork, realizzato da Inapp insieme alla Sapienza Università di Roma e all’Oxford Internet Institute.

Secondo il Professore Andrea Ciarini, la riflessione sul lavoro di cura non può essere separata dal tema della non autosufficienza. Un nodo particolarmente delicato riguarda l’indennità di accompagnamento che, pur rappresentando uno strumento fondamentale di sostegno alle famiglie, rischia in alcuni casi di alimentare segmenti informali del mercato socio-assistenziale. Da qui la necessità di ripensare le modalità di organizzazione futura del sistema.

Le piattaforme dedicate ai servizi alla persona rappresentano un’opportunità di innovazione ma anche una fonte di nuove criticità, tant’è che Rosita Zucaro ha evidenziato come le prime evidenze empiriche mostrino un quadro ambivalente: da un lato le piattaforme favoriscono l’emersione di lavoro precedentemente sommerso, dall’altro continuano a riprodurre condizioni occupazionali fragili e spesso caratterizzate da bassi livelli di tutela. Il problema principale, ha spiegato, non riguarda tanto la perdita del lavoro quanto la sua discontinuità. Una condizione che rende più difficile costruire percorsi professionali stabili e accedere alle protezioni sociali.

«Le trasformazioni digitali non modificano soltanto il lavoro, ma anche le condizioni di vita delle persone», è stata una delle riflessioni emerse dal dibattito. Per questo la sfida riguarda non solo l’organizzazione del lavoro, ma anche la capacità del welfare di rispondere a bisogni sociali in continua evoluzione.

Lo studio presentato successivamente dalla Dott.ssa Ivana Pais ha analizzato le piattaforme italiane operanti nell’assistenza agli anziani e nei servizi di pulizia domestica. La ricerca mostra un settore molto frammentato, composto da numerose realtà di piccole dimensioni, e individua quattro modelli organizzativi principali: digital agency, marketplace, on demand e regulated marketplace. La differenza principale riguarda il grado di intermediazione esercitato dalla piattaforma e il livello di tutela garantito ai lavoratori. Se le digital agency tendono a offrire maggiori garanzie, i marketplace si limitano spesso a mettere in contatto domanda e offerta senza assumere responsabilità sulle condizioni di lavoro. Un’eterogeneità che rende particolarmente complesso costruire regole valide per l’intero settore.

Sul fronte delle condizioni di lavoro, l’esperta sociologa Luisa De Vita ha richiamato l’attenzione sui rischi legati alla governance algoritmica. Le piattaforme, ha osservato, presentano modelli di business molto diversi tra loro, ma condividono spesso problemi di trasparenza nei meccanismi di gestione e valutazione dei lavoratori. Il risultato è una sorta di “professionalizzazione senza empowerment”: aumentano la visibilità professionale, i sistemi reputazionali e i rating, ma non migliorano necessariamente salari, diritti o protezione sociale. A pesare è anche il ruolo dei contesti istituzionali. In Italia, ad esempio, il settore è caratterizzato da una pluralità di contratti collettivi nazionali e da una regolazione frammentata che rende difficile comprendere quali tutele vengano effettivamente applicate.

Una domanda aleggia su tutto: chi pagherà la non autosufficienza? L’invecchiamento della popolazione è destinato ad aumentare in modo significativo la domanda di assistenza nei prossimi decenni. Marcello Morciano ha ricordato che la spesa per la Long Term Care (LTC) crescerà inevitabilmente, soprattutto, senza nuove riforme. Il problema, quindi, non è se i costi aumenteranno, ma come finanziare il sistema. Tra le opzioni discusse figurano una tassa dedicata alla non autosufficienza, modelli assicurativi obbligatori sul modello tedesco, imposte patrimoniali o una riallocazione delle risorse già esistenti nel welfare. «Il finanziamento della LTC non è un problema tecnico ma una scelta distributiva», è stata una delle considerazioni emerse dal dibattito. «Non esiste una soluzione ottimale», ha spiegato Morciano. «Il finanziamento della non autosufficienza è una scelta distributiva che richiede un mix equilibrato di strumenti» occorre quindi individuare un equilibrio tra diverse basi imponibili e strumenti di finanziamento.

Uno dei momenti più seguiti della giornata è stato il confronto sul modello francese CESU+, presentato come esempio di piattaforma pubblica capace di coniugare innovazione, semplificazione amministrativa e contrasto al lavoro irregolare. Il sistema, nato con il Piano Borloo del 2005, consente alle famiglie di gestire in modo semplice il lavoro domestico e di cura grazie a procedure digitalizzate e a consistenti incentivi fiscali. Tra questi, un credito d’imposta pari al 50% delle spese sostenute.

Secondo gli esperti intervenuti, il successo del modello francese dimostra come le piattaforme possano diventare strumenti di formalizzazione del lavoro se integrate all’interno delle politiche pubbliche. Alessio Bertolini, dell’Oxford Internet Institute, ha ricordato che la piattaformizzazione del lavoro di cura si inserisce in due grandi tendenze globali: l’invecchiamento della popolazione e la crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro. In questo scenario, iniziative come Fairwork mirano a individuare standard e pratiche capaci di migliorare concretamente le condizioni occupazionali.

Le esperienze francesi di Flavi, We Casa e We Help mostrano inoltre come le piattaforme possano svolgere funzioni che vanno oltre il semplice incontro tra domanda e offerta, favorendo la formazione professionale, la conoscenza dei diritti e l’inclusione delle lavoratrici.

La conclusione condivisa dai partecipanti è che gli effetti delle piattaforme dipendono soprattutto dal contesto nel quale operano. Le tecnologie, da sole, non garantiscono né migliori condizioni di lavoro né maggiore efficienza dei servizi. Sono le regole, gli incentivi e le politiche pubbliche a determinare il risultato finale. Non è un caso che modelli di business affermatisi in altri Paesi abbiano incontrato maggiori difficoltà in Italia, dove il peso del lavoro sommerso continua a incidere profondamente sul settore dei servizi alla persona.

L’esperienza francese dimostra invece che, quando il costo del lavoro regolare viene reso competitivo rispetto a quello informale e la semplificazione amministrativa riduce gli oneri burocratici, la formalizzazione può produrre benefici per lavoratori, famiglie e finanza pubblica. Il messaggio emerso dal convegno è chiaro: la digitalizzazione può rappresentare un’opportunità per far emergere il lavoro sommerso, migliorare la qualità dei servizi e rafforzare il welfare, ma solo se accompagnata da adeguate politiche pubbliche, regole trasparenti e strumenti capaci di tutelare lavoratori e utenti. In altre parole, le piattaforme non sostituiscono le istituzioni: ne amplificano, nel bene e nel male, le caratteristiche.

Emidio Fornicola

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