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Home - Approfondimenti - Diario delle crisi - Chimica, Eni chiude l’impianto di polietilene a Brindisi. Cgil e Filctem: “il governo lo fermi prima che sia troppo tardi”

Chimica, Eni chiude l’impianto di polietilene a Brindisi. Cgil e Filctem: “il governo lo fermi prima che sia troppo tardi”

13 Luglio 2026
in Diario delle crisi, In evidenza
Deciso tavolo per Eni, ma i sindacati confermano la mobilitazione

“L’annuncio della fermata dell’impianto di polietilene di Versalis a Brindisi rappresenta un nuovo e gravissimo passo nello smantellamento della chimica di base italiana. Dopo la chiusura del cracking e la cessazione della produzione di etilene e propilene, dopo l’annuncio della chiusura dell’impianto di polipropilene di LyondellBasell entro il 31 dicembre 2026, motivata proprio dall’interruzione delle forniture provenienti dal cracking di Versalis, oggi arriva anche la fermata del polietilene. È esattamente la sequenza che avevamo previsto quando decidemmo, nel marzo 2025, di non sottoscrivere il Protocollo promosso da Eni e Governo”. Affermano Gino Giove e Marco Falcinelli, rispettivamente segretario nazionale della Cgil e segretario generale della Filctem Cgil.

“Allora fummo accusati di fare allarmismo – proseguono – . Oggi, purtroppo, sono i fatti a dimostrare che avevamo ragione. Lo avevamo detto con chiarezza: spegnere il cracking avrebbe innescato un effetto domino destinato a travolgere progressivamente l’intero petrolchimico di Brindisi. Era per questa ragione che rifiutammo di sottoscrivere un accordo che consideravamo l’inizio di un vero e proprio delitto industriale ai danni del Paese. Oggi quella previsione si sta realizzando punto dopo punto. Non è in discussione la sorte di un singolo impianto, ma il futuro dell’intera filiera della chimica di base italiana. Dopo il polietilene saranno inevitabilmente coinvolte anche le altre produzioni presenti nel petrolchimico brindisino, con conseguenze pesantissime per l’occupazione diretta, per gli appalti, per l’indotto e per un territorio che rischia di perdere uno dei suoi principali insediamenti industriali. Ma il danno non riguarda soltanto Brindisi”.

“La chimica di base – continuano i due segretari – è una produzione strategica dalla quale dipendono l’automotive, la farmaceutica, la meccanica, l’edilizia, il packaging, gli elettrodomestici, il tessile e gran parte della manifattura italiana. Rinunciare a produrre etilene, propilene e polimeri significa rendere il nostro Paese sempre più dipendente dalle importazioni provenienti da altri continenti. In una fase storica caratterizzata da guerre, crisi geopolitiche, instabilità delle rotte commerciali e crescente competizione internazionale, questa scelta espone l’Italia a una pericolosa dipendenza strategica, destinata a tradursi in un aumento dei costi delle materie prime e in una nuova perdita di competitività dell’intero sistema manifatturiero nazionale. È una scelta tanto più incomprensibile perché avviene mentre l’Unione europea procede nella direzione opposta. La Commissione europea sta infatti costruendo il Critical Chemicals Act, riconoscendo la chimica di base come una produzione strategica da preservare e rafforzare per garantire l’autonomia industriale del continente. L’Italia rischia invece di diventare l’unico grande Paese europeo che decide volontariamente di abbandonare questo settore”.

“L’aspetto più grave è che tutto questo non è imposto dal mercato. Ma è il risultato delle decisioni di una società partecipata dallo Stato – fanno presente Giove e Falcinelli -. Da oltre vent’anni Eni manifesta la volontà di uscire progressivamente dalla chimica di base. Questo Governo, anziché contrastare quella strategia nell’interesse nazionale, rischia di diventarne il principale esecutore, consentendo il definitivo smantellamento di una filiera che negli ultimi decenni ha già perso oltre 20mila posti di lavoro altamente qualificati, senza che venissero costruite vere alternative industriali. Con gli impianti non si stanno spegnendo soltanto produzioni. Si stanno disperdendo competenze, professionalità e conoscenze tecnologiche costruite in oltre mezzo secolo di storia industriale, un patrimonio che difficilmente potrà essere ricostruito una volta perduto. Per queste ragioni guardiamo con grande interesse e favore alla decisione assunta dalla Regione Puglia di svolgere un ruolo attivo nella ricerca di un grande operatore internazionale disposto a investire nel petrolchimico di Brindisi.

È un’iniziativa importante che va sostenuta con convinzione – insistono -. Chiediamo che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la Regione Puglia e l’advisor incaricato lavorino insieme per individuare rapidamente un soggetto industriale in grado di acquisire l’intero ciclo produttivo, dal cracking agli impianti di polietilene e polipropilene. Solo una soluzione unitaria può garantire la continuità della chimica di base, salvaguardare l’occupazione e rilanciare il polo industriale brindisino. Proprio per questo continuiamo a nutrire forti dubbi sulla reale volontà di Eni di favorire una cessione degli impianti. Il progressivo spegnimento delle produzioni rischia, infatti, di ridurre il valore industriale del sito e di rendere sempre più difficile l’individuazione di un investitore. Se un grande operatore mondiale decidesse di acquisire questi impianti, verrebbe definitivamente smentita la tesi secondo cui la chimica di base non avrebbe più futuro in Europa”.

“I fatti dimostrano che le ragioni che ci hanno portato a non sottoscrivere il Protocollo erano fondate. Eppure, il Governo continua a considerare quel dissenso come un elemento da emarginare, arrivando perfino a escludere le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative del settore dal Tavolo di monitoraggio sul Piano Versalis. Colpire il dissenso anziché confrontarsi con il merito delle questioni non è un buon segnale per la qualità della democrazia industriale del nostro Paese. CGIL e FILCTEM continueranno a battersi perché venga fermato questo processo di deindustrializzazione. Difendere la chimica di base significa difendere il lavoro, la competitività della nostra manifattura, l’autonomia strategica dell’Italia e la sua capacità di produrre valore industriale. Chi spegne il cracking non spegne soltanto un impianto: spegne un pezzo dell’autonomia industriale del Paese. Il Governo ha ancora il dovere e gli strumenti per impedirlo”: concludono Giove e Falcinelli.

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