In vista dell’incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy del prossimo 1 ottobre, il Coordinamento nazionale Fim-Cisl ha fatto il punto sullo stato di attuazione del piano industriale 2025-2027 di Beko Italy, definito nell’accordo quadro sottoscritto il 14 aprile 2025 al Mimit.
Secondo il sindacato, a quasi un anno dalla firma dell’intesa permangono “gravi criticità industriali” in tutti gli stabilimenti italiani. I volumi produttivi previsti dagli obiettivi di budget 2026 risultano inferiori di circa il 25% rispetto alla capacità degli impianti, mentre la proiezione di chiusura produttiva dell’anno evidenzia un calo del 15% rispetto agli stessi obiettivi di budget.
Le maggiori preoccupazioni riguardano l’area della cosiddetta “cottura”, considerata strategica per il gruppo Beko-Arçelik. Negli stabilimenti di Cassinetta (Varese), dove vengono prodotti forni e microonde e dove il piano prevedeva risultati significativi già dal 2026, la Fim segnala un calo medio dei volumi tra il 13% e il 15%. A Melano (Ancona), sito produttivo dei piani cottura, la proiezione è inferiore del 10% rispetto agli obiettivi di budget, già ritenuti dal sindacato sottodimensionati rispetto alla piena saturazione degli impianti.
Sul fronte della cassa integrazione, le giornate utilizzate nel primo semestre restano elevate nonostante le numerose uscite volontarie. Nei siti produttivi, denuncia la Fim, i lavoratori maggiormente esclusi dall’attività lavorativa sono spesso quelli con limitate capacità lavorative, una situazione già più volte segnalata dalle Rsu e ritenuta “non accettabile”.
Anche nello stabilimento di Comunanza (Ascoli Piceno), dedicato alla produzione di lavatrici, il ricorso alla cassa integrazione continua a pesare: dall’inizio dell’anno sono già state registrate 34 giornate. Lo stabilimento frigoriferi di Varese, invece, mantiene gli obiettivi di budget.
Criticità vengono segnalate anche per il polo impiegatizio di Fabriano (Ancona), dove il progressivo ridimensionamento degli staff di Ricerca e Sviluppo e delle funzioni strategiche avrebbe determinato, secondo la Fim, un significativo depotenziamento del centro direzionale.
L’unica realtà che oggi presenta prospettive di consolidamento, rileva il sindacato, è il Contact Center. Restano tuttavia circa 90 impiegati che, non avendo aderito al piano di uscite incentivate, sono ancora coinvolti nel percorso di cassa integrazione, con una conseguente situazione di incertezza occupazionale e professionale.
Per la Fim, la mancata crescita dei volumi produttivi è legata sia al calo della domanda che sta interessando il comparto europeo del grande elettrodomestico — con circa 7 milioni di apparecchi venduti in meno nel 2025 rispetto al 2021 — sia alla mancata accelerazione sul rinnovo e sul rilancio della gamma prodotti.
Sul fronte degli investimenti previsti dall’accordo quadro del 14 aprile 2025, che prevedeva 300 milioni di euro complessivi nel triennio 2025-2027, il sindacato denuncia un’attuazione ancora parziale, pari a circa il 20% del totale.
Nel dettaglio, a Cassinetta risultano investiti circa 68 milioni di euro sui 136 milioni previsti; a Melano 14 milioni sui 62 milioni indicati dal piano; mentre a Comunanza il dato viene definito “particolarmente preoccupante”, con meno di 1 milione di euro impiegato rispetto ai 15 milioni programmati. Anche nello stabilimento logistico di Carinaro (Caserta), aggiunge la Fim, gli investimenti strutturali risultano ancora insufficienti.
“La grave carenza di investimenti – afferma il sindacato – si riflette nello scarso sviluppo di nuovi prodotti in tutti i settori”. Dagli stabilimenti emerge inoltre una maggiore attenzione ai prodotti a marchio Beko rispetto a quelli a marchio Whirlpool, che secondo la Fim presenterebbero una maggiore marginalità. Anche il trasferimento di produzioni dagli altri stabilimenti del gruppo turco verso i siti italiani viene giudicato ancora modesto.
Rispetto allo stabilimento di Siena, la Fim riferisce che dagli incontri svolti nell’ultimo mese con le istituzioni locali emergerebbero possibili sviluppi nel prossimo autunno sul percorso di reindustrializzazione, con impegni tecnici relativi ai tempi di realizzazione. “Resta fermo – sottolinea il sindacato – che il perimetro occupazionale da recuperare è di 300 posizioni, corrispondenti agli occupati presenti al momento dell’annuncio della dismissione produttiva nel 2024”.
“L’accordo firmato nel 2025 – ricorda la Fim – aveva come primo obiettivo una risposta di sostegno sociale, soprattutto nei territori occupazionalmente più fragili come le Marche e la provincia di Caserta. L’atteggiamento rinunciatario del management Beko sta facendo riaffiorare una forte preoccupazione sociale”.
In vista del tavolo ministeriale del 1 ottobre, la Fim chiede a Beko Italy “un piano dettagliato per il completamento del percorso industriale definito dall’accordo 2025, con tempi certi sull’attuazione degli investimenti, sul lancio di nuovi prodotti e sulla valorizzazione dei marchi storici attualmente in portafoglio, garantendo il mantenimento occupazionale ed evitando il prolungarsi dei periodi di cassa integrazione”.
Al Governo, il sindacato torna a chiedere “azioni di politica industriale a sostegno del settore”, già sollecitate da tempo insieme a Fiom e Uilm.
“Gli obiettivi dell’accordo del 14 aprile 2025 – conclude la Fim – prevedevano un piano di trasformazione industriale nel triennio 2025-2027, sostenuto da 300 milioni di euro di investimenti per la modernizzazione e il miglioramento dei siti produttivi. Come già evidenziato nell’incontro al Mimit del 28 aprile scorso, questi obiettivi restano ancora sulla carta: manca il salto di qualità nei processi e nei prodotti necessario ad aumentare i volumi di vendita”.



























