Per la mattinata di martedì 28 luglio, era già stato convocato, da qualche giorno, un incontro sull’ex Ilva a palazzo Chigi. Diciamo subito che tale incontro non era frutto di un’impellente volontà, espressa dal Governo, di cercare un’interlocuzione con i sindacati rappresentanti dei lavoratori del complesso siderurgico; al contrario, era il risultato dell’iniziativa sindacale. Infatti, di fronte alla scomparsa delle vicende dell’ex Ilva dal panorama dell’azione governativa, i sindacati dei metalmeccanici avevano annunciato che, nel caso di una mancata convocazione da parte dell’Esecutivo, avrebbero assunto loro, come già accaduto nei mesi scorsi, l’iniziativa di un’autoconvocazione di fronte al portone di palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E ciò per la giornata del 15 luglio.
E’ solo a questo punto che, un po’ stancamente, era arrivato ai citati sindacati l’atteso invito. Dopodiché, la data prescelta per l’incontro, come si è detto quella del 28 luglio, aveva fatto sorridere qualcuno fra gli osservatori delle nostre vicende siderurgiche. Sorridere amaramente, s’intende. Perché certo, pareva impossibile immaginare una convocazione meno vicina all’inizio delle vacanze estive.
Ma in quella che sulle pagine del nostro Diario abbiamo definito come la never ending story dell’ex Ilva, non si può mai escludere una qualche novità che, all’improvviso, muti il quadro degli eventi. Ed eccola, la novità. Nella mattinata di lunedì 27 luglio, viene diffusa la notizia che la corte d’Appello di Milano ha emesso un decreto in base al quale, come ha sintetizzato Domenico Palmiotti sul Sole 24 Ore del 28 luglio, “entro novanta giorni l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, la parte più importante dell’acciaieria, deve fermarsi”.
Qualcuno dei nostri lettori più affezionati ricorderà forse che proprio un anno fa, ovvero nel luglio del 2025, la concessione della nuova AIA (Autorizzazione integrata ambientale) costituì un passaggio importante lungo il percorso di costruzione dell’intesa fra il Governo, i poteri locali e le citate imprese che doveva portare verso l’avvio della decarbonizzazione del grande impianto siderurgico di Taranto.
Ma in Italia c’è sempre un ma. Nel febbraio 2026, il Tribunale di Milano “riprendendo – come scrive ancora Palmiotti – la sentenza di giugno 2024 della Corte di Giustizia Europea, e ritenendo alcune prescrizioni ambientali dell’AIA 2025 carenti e inadeguate”, aveva stabilito, con una sua sentenza, “tempi certi e ragionevolmente brevi” entro cui nuove prescrizioni avrebbero dovuto trovare “effettiva attuazione”. In caso contrario, dal 24 agosto 2026 sarebbero dovute iniziare “le attività tecniche ed amministrative necessarie alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento”.
Nei confronti di questa sentenza, erano però stati presentati dei ricorsi che, forse, hanno portato alcuni dei protagonisti di questa vicenda a sottovalutare gli effetti della sentenza stessa.
Fatto sta che, all’inizio di questa settimana, e cioè – appunto – lunedì 27 luglio, la Corte d’Appello di Milano, si è pronunciata – spiega ancora Palmiotti – sui ricorsi avversi alla citata sentenza del febbraio scorso presentati, con obiettivi fra loro diversi, sia dalle società Ilva, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, tutte in Amministrazione straordinaria, che da un gruppo di cittadini di Taranto e dall’associazione Genitori Tarantini.
Morale della favola: la Corte d’Appello ha disposto che entro 90 giorni, che partono “dall’ultima comunicazione del provvedimento”, le tre citate società dovranno completare, riporta ancora Palmiotti, “le operazioni di sospensione sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo”. Insomma, atteso che sospendere le attività dell’area a caldo di un impianto siderurgico a ciclo integrale, come quello di Taranto, è una cosa più complicata di spengere la luce in una stanza premendo su un interruttore, entro 90 giorni l’area a caldo dello stabilimento di Taranto deve essere ferma.
Apriti cielo. Palazzo Chigi emette una nota in cui si specifica che il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato d’urgenza una riunione “a seguito del decreto della Corte d’Appello di Milano”. Nella stessa nota viene anche affermato che tale decreto “interviene proprio nel momento in cui si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico”.
Al termine della riunione governativa, tenutasi lunedì pomeriggio, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rincara poi la dose dicendo che la decisione della Corte d’Appello di Milano costituisce “un fatto che stravolge la fase di cessione abbastanza avanzata, prossima alla definizione con la controparte”.
Da notare che, nella citata nota, così come nelle parole di Giorgetti, il nome del candidato acquirente non viene fatto ma, con ogni evidenza, si tratta del gruppo indiano Jindal.
A conclusione della giornata di lunedì 27, la situazione sembra essere questa: il Governo – che ha anche confermato “lo stanziamento di un’ulteriore tranche del prestito necessario ad assicurare la continuità operativa dell’Azienda” – si è mostrato contrariato, più che altro, per il fatto che il decreto della Corte d’Appello di Milano potrà avere un effetto negativo sulle trattative in corso con Jindal. E ciò rischia di far sfumare il risultato politico cui il Governo stesso sembrava puntare: liberarsi, una volta per tutte, della ex Ilva, con annessi e connessi, delegandone la gestione a una nuova proprietà.
Ma ecco che a sera tutti si ricordano che, proprio per il giorno dopo al fatale lunedì, ovvero per martedì 28, c’è il non più rinviabile appuntamento con i sindacati dei metalmeccanici a palazzo Chigi.
Alle 11:00 del mattino, i Segretari generali di questi sindacati – Michele De Palma della Fiom-Cgil, Ferdinando Uliano della Fim-Cisl e Davide Sperti della Uilm-Uil – varcano il portone del palazzo. Ad attenderli c’è una nutrita delegazione governativa composta, in assenza di Giorgia Meloni, dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Mantovano, e, fra gli altri, dai ministri dell’Economia, Giorgetti, delle Imprese, Urso, e del Lavoro, Calderone. Sono presenti, inoltre, i Commissari cui è affidata la gestione di Ilva, AdI e AdIH in Amministrazione straordinaria.
Verso le 14:30 l’incontro finisce e i sindacalisti escono per rilasciare le loro dichiarazioni ai cronisti presenti in piazza Colonna. E con le loro parole il quadro cambia: da una contrariata rassegnazione si passa a una volontà di reagire determinata e unitaria.
Primo punto: proclamazione, da parte di Fim, Fiom e Uilm, di uno sciopero unitario di otto ore. Sciopero che non rappresenta una mossa meramente movimentista, ma costituisce una precisa iniziativa di lotta. Infatti, come spiega il comunicato unitario emesso ieri pomeriggio, lo sciopero, da effettuarsi nei vari stabilimenti secondo le modalità decise localmente, è stato indetto, in primo luogo, “per sostenere la richiesta di un piano straordinario per la continuità produttiva, per l’ambientalizzazione e per la difesa dell’occupazione”, nonché “per sostenere il confronto con il Governo che dovrà assumere la responsabilità primaria del futuro progetto industriale e sociale dell’ex Ilva”. Il tutto finalizzato anche a “impedire che le conseguenze della decisione delle istituzioni ricadano sui lavoratori di Adi in As, Ilva in As e indotto”.
Si tenga presente che quando i sindacalisti parlano di questi lavoratori, non hanno in mente solo le migliaia di dipendenti che continuano a operare all’interno dello stabilimento di Taranto, ma anche quelli posti da tempo in Cassa integrazione, nonché quelli dipendenti dagli stabilimenti di Genova Cornigliano, Novi Ligure (Alessandria) e Racconigi (Cuneo), per non parlare dei dipendenti delle imprese dall’indotto. In tutto, qualcosa come 20 mila fra lavoratrici e lavoratori.
D’altra parte, ciò che va sottolineato nel comunicato sindacale è il fatto che i lavoratori vengono chiamati a sostenere con la lotta “il confronto con il Governo”. Ciò significa che i sindacati non hanno tirato i remi in barca, non si sono – cioè – rassegnati, ma hanno anzi deciso di portare avanti, come visto sopra, “la richiesta di un piano straordinario per la continuità produttiva, l’ambientalizzazione e la difesa dell’occupazione”.
E ciò, come è stato ripetutamente detto ai cronisti presenti ieri in piazza Colonna, non solo per il bene dei lavoratori, ma per quello dell’industria nel nostro Paese. Questo, infatti, è un punto rispetto al quale la posizione di Fim, Fiom e Uilm è, paradossalmente o non paradossalmente, molto simile a quella di Federmeccanica, l’associazione delle imprese metalmeccaniche e meccatroniche aderenti a Confindustria. Un’associazione che, per bocca del suo Presidente, Simone Bettini, si è più volte espressa, in termini espliciti, sulla necessità che la nostra industria, in primo luogo quella metalmeccanica, ha di poter contare su una produzione di acciaio realizzata in Italia, nonché significativa sia sotto l’aspetto quantitativo che sotto quello qualitativo.
E adesso? Adesso, ovvero già dalla settimana prossima e per tutto il mese di agosto, Governo, azienda e sindacati daranno vita a una serie di incontri tecnici. Serie al termine della quale, e cioè, verosimilmente, ai primi di settembre, un nuovo incontro politico potrà essere convocato a palazzo Chigi. Insomma, per chi vive e lavora dentro all’ex Ilva o intorno all’ex Ilva, si prospetta un agosto che, al di là delle insolite temperature estive, potrà essere molto caldo e molto impegnativo.
Fernando Liuzzi


























