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Home - Approfondimenti - La nota - Mestre, la moschea negata divide la comunità bengalese: lo sciopero si arena

Mestre, la moschea negata divide la comunità bengalese: lo sciopero si arena

di Elettra Raffaela Melucci
28 Agosto 2026
in La nota
Mestre, la moschea negata divide la comunità bengalese: lo sciopero si arena

ULTIMA PREGHIERA DI FINE RAMADAN ALL’EX PALASHARP PRIMA DEL TRASFERIMENTO NELL’EX PARCHEGGIO DI TRENNO. RELIGIONE MUSULMANA COMUNITA' ISLAM PRATICA ISLAMICA MUSULMANI

La comunità bengalese di Mestre minaccia lo sciopero dei suoi lavoratori dopo il no del neo sindaco Simone Venturini alla costruzione della moschea nell’area dell’ex segheria Rosso, nei pressi della stazione ferroviaria. Alla base del diniego una questione urbanistica che, tuttavia, si intreccia anche a questioni politiche, se non propriamente ideologiche. Ma il mancato accordo tra i fedeli mette a rischio la mobilitazione.

I prodromi della vicenda risalgono al 2023, quando cittadini bengalesi dell’associazione Ittihad prendono in affitto un ex supermercato di via Piave, trasformandolo in un centro culturale islamico e ricavandovi successivamente anche uno spazio per la preghiera. L’amministrazione di Luigi Brugnaro ne ordina la chiusura perché l’immobile ha destinazione d’uso commerciale e non viene presentata richiesta di modifica. Ittihad impugna il provvedimento al Tar del Veneto, che in un primo momento sospende l’ordinanza, salvo poi respingere il ricorso. L’associazione si rivolge quindi al Consiglio di Stato, che nell’aprile 2025 conferma la decisione del tribunale amministrativo e del Comune. Anche sulla spinta delle opposizioni, Brugnaro dichiara però di essere favorevole alla realizzazione di un luogo di culto regolare nell’area.

Nel maggio 2025 viene sottoscritto il preliminare d’acquisto del terreno (del valore di un milione e mezzo) da parte dell’associazione “Giovani per l’umanità”, facente capo a Prince Howlader, componente del direttivo di Fratelli d’Italia a Mestre ed esponente della comunità. L’area, di circa 8 mila metri quadrati, dovrebbe ospitare un centro culturale e religioso e, ancora una volta, per trasformarla in luogo di culto è necessaria una variante urbanistica per il cambio di destinazione d’uso a zona di attività a interesse collettivo, da sottoporre al Consiglio comunale e rimasta pendente nel passaggio dall’amministrazione Brugnaro.

La questione, inevitabilmente, entra nella campagna elettorale per le amministrative del 24 e 25 maggio 2026. L’8 aprile la Lega lancia una campagna con lo slogan «No moschea», a sostegno del candidato sindaco indipendente di centrodestra Venturini. Il segretario provinciale della Lega e vicesindaco Sergio Vallotto spiega che, nella posizione del partito, non si tratta di una battaglia «contro l’Islam o la comunità bengalese», ma della richiesta di rispettare «le leggi e la Costituzione italiana».

In particolare, il richiamo è all’articolo 8 della Costituzione, che stabilisce che «tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge» e che le confessioni diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, purché non contrastino con l’ordinamento italiano. Lo stesso articolo prevede che i rapporti con lo Stato siano regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. L’Islam, però, non rientra tra le confessioni che hanno stipulato un’intesa con lo Stato italiano. Ma la mancanza di un’intesa non impedisce la realizzazione di un luogo di culto, come stabilito anche da una sentenza della Corte costituzionale del 2016, che riconduce l’apertura dei luoghi di culto alla tutela dell’articolo 19 della Costituzione. Restano naturalmente ferme le regole urbanistiche ed edilizie applicabili all’area.

Il Pd, per parte propria, schiera tra i suoi candidati due rappresentanti della comunità bengalese, Rhitu Miah e Kamrul Syed, attirando – tra le altre – le accuse del centrodestra di voler intercettare il voto della comunità anche in relazione al progetto della moschea. La Lega arriva a parlare di candidati che avrebbero voluto «far entrare Allah in Comune», mentre il senatore di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon solleva la questione del ruolo delle donne, affermando che per il suo partito «il rispetto del valore del ruolo delle donne non è negoziabile». Il Pd respinge il ragionamento, sostenendo che candidare cittadini di origine straniera che vivono e lavorano a Venezia sia, al contrario, una forma di partecipazione alla vita politica della città.

Al fine, Venturini viene eletto sindaco con il 51,02% dei consensi. Howlader – inizialmente candidato e poi escluso dalle liste su pressione dei movimenti di estrema destra – sostiene che una parte dei bengalesi (circa due mila, sua stima) abbia votato direttamente per Venturini, anche nella speranza che il progetto venisse varato. Ma la posizione dell’amministrazione resta netta: al momento non ci sono le condizioni per autorizzare la moschea. Il sindaco, anzi, conferma che la questione resta legata a ulteriori passi avanti della comunità in tre ambiti: integrazione delle donne, apprendimento dell’italiano e partecipazione alla vita della comunità cittadina.

Da qui la minaccia di sciopero, annunciata proprio da Howlader. Le prime riunioni per organizzare la protesta, sostiene il rappresentante della comunità, sono già cominciate e l’obiettivo è arrivare entro settembre a una manifestazione e a uno sciopero. La mobilitazione, nelle sue intenzioni, non dovrebbe riguardare soltanto i bengalesi ma allargarsi ai musulmani veneziani. A Venezia la comunità bangladese rappresenta una presenza numerosa e fortemente inserita nel mercato del lavoro, soprattutto nei servizi, nella ristorazione e nel sistema degli appalti.

In particolare, secondo quanto riferito da Michele Valentini, segretario generale della Fiom Cgil di Venezia, e riportato dal Corriere del Veneto, negli appalti di Fincantieri a Marghera i lavoratori bengalesi sarebbero tra i mille e i 1.500 su circa cinquemila addetti, senza contare il peso di questi lavoratori nel settore dei servizi e del turismo. Valentini osserva che l’eventuale adesione dei lavoratori bengalesi, ma anche di musulmani di altra provenienza, potrebbe essere elevata, considerando la partecipazione alle mobilitazioni contrattuali e il possibile peso, in questo caso, della motivazione identitaria. La Fiom, tuttavia, si riserva di valutare se e come sostenere l’eventuale mobilitazione.

Per parte propria, Daniele Giordano, segretario generale della Cgil di Venezia, invita a non creare alcun baratto tra fede religiosa e diritti e chiede di riaprire il dialogo, evitando uno sciopero che rischierebbe di dividere i lavoratori. Il principio, sostiene, è che il rispetto delle regole deve valere per tutti, indipendentemente dal credo professato. Secondo Giordano, l’idea di subordinare il rispetto delle regole civili a concessioni sulla libertà di culto è «indegna di una città e di uno Stato» la cui Costituzione riconosce la libertà religiosa come diritto inviolabile. Le regole, osserva, non possono essere usate come merce di scambio né essere sottoposte a condizioni legate alla fede di chi le deve rispettare.

Il segretario della Cgil contesta inoltre l’idea che rinunciare alla richiesta della moschea possa diventare la condizione per ottenere tolleranza nei confronti di eventuali comportamenti irregolari. A suo giudizio, subordinare l’integrazione alla rinuncia a un diritto costituzionale riproporrebbe «una logica di discriminazione» che la storia dovrebbe aver già insegnato a riconoscere.

Giordano chiede però lo stesso rigore sul fronte del lavoro. Se alla comunità bengalese viene richiesto il pieno rispetto della legalità, osserva, altrettanto dovrebbe essere preteso dalle imprese che impiegano quei lavoratori. Richiama in particolare il procedimento sullo sfruttamento negli appalti Fincantieri e il fenomeno del lavoro nero e dello sfruttamento nel settore turistico veneziano. Il principio delle regole, sostiene, deve valere anche per chi trae profitto dal lavoro povero e irregolare.

L’appello finale è rivolto direttamente alla comunità bengalese, alla quale Giordano chiede di privilegiare il confronto rispetto a scioperi e blocchi della città. Il rispetto, sottolinea, deve essere reciproco e non può essere la fede a diventare il criterio con cui giudicare le persone. Richiamando don Milani, conclude che non si possono pretendere rispetto e obbedienza alle regole da chi viene sfruttato «nell’indifferenza generale», mentre chi sfrutta continua a rimanere indisturbato.

Sul fronte politico, il no del Comune trova sponda nel leader della Lega Matteo Salvini, che definisce inaccettabile l’ipotesi di utilizzare lo sciopero come forma di pressione sulle istituzioni veneziane. «Inaccettabili le minacce di chi pensa di poter ricattare Venezia e le sue istituzioni: le segnalazioni del caso saranno trasmesse alle autorità competenti. Lo ribadisco: NO alla moschea a Venezia e in tutta Italia. STOP a ogni concessione di spazi a realtà islamiche finché non ci sarà un’intesa con lo Stato italiano, nel pieno rispetto delle nostre leggi, dei nostri valori e delle nostre regole. Basta arroganza e basta ricatti», scrive il segretario della Lega.

Howlader, dal canto suo, si rivolge direttamente al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Stimo molto il presidente e mi appello a lui, garante della nostra Costituzione: siamo o no ancora uno Stato di diritto? Quell’area ci è stata suggerita dall’ex sindaco Brugnaro, ci sono stati incontri, ora invece ci sono solo porte chiuse. A questo punto, entro settembre, metteremo in campo una manifestazione allargata a tutti i cittadini mussulmani e aperta a chiunque voglia sostenere la nostra battaglia e uno sciopero. Se si fermano Fincantieri e il turismo…».

Nel frattempo la minaccia di sciopero sembra essersi arenata. La mobilitazione continua a non avere una data e, soprattutto, non appare condivisa dall’intera comunità. Howlader continua a sostenere la necessità di una manifestazione, ma per ora resta solo nei suoi intenti, mentre invece prende corpo l’ipotesi di riaprire il dialogo con l’amministrazione e di procedere per vie legali.

Intanto si apre un altro fronte, quello della raccolta dei fondi per la moschea. Il progetto, secondo quanto riferito dai promotori, dovrebbe essere finanziato attraverso le donazioni e l’autotassazione dei fedeli, con un costo stimato nell’ordine dei 15-20 milioni di euro. La Regione Veneto ha chiesto all’associazione «Giovani per l’umanità», presieduta da Prince Howlader e iscritta al Registro unico nazionale del Terzo settore, di pubblicare entro trenta giorni i rendiconti relativi agli anni dal 2022 al 2025. Howlader assicura che non c’è «nulla da nascondere» e che i pagamenti sono tracciati.

Elettra Raffaela Melucci

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