Nonostante il decreto approvato oggi dal governo, a Napoli la protesta degli autotrasportatori non si ferma. I blocchi ai depositi di carburante e al porto colpiscono distribuzione, servizi essenziali e attività produttive. Nicola Ricci, segretario generale della Cgil Napoli e Campania, descrive una situazione ben diversa dai segnali di distensione che arrivano da altre regioni. Dopo un incontro in Prefettura, i sindacati chiedono di anticipare il confronto con il governo previsto per il 27 ottobre. Anche se i blocchi finissero subito, avverte Ricci, servirebbero giorni per tornare alla normalità.
Ricci, che cosa sta succedendo a Napoli? Il decreto approvato oggi ha cambiato qualcosa?
No. La situazione qui è drammatica, ma a livello nazionale non emerge fino in fondo. I segnali distensivi di altre regioni non corrispondono a quello che vediamo a Napoli. Anche dopo il provvedimento del governo, che dobbiamo ancora leggere nel dettaglio, la prima reazione dei manifestanti è stata di proseguire con i blocchi, spostandosi anche verso i depositi di carburante. C’è un’insoddisfazione evidente per le misure adottate. Qui il grosso della protesta è composto da irriducibili che non si accontentano di un pannicello caldo. La grande distribuzione si ritrova con gli scaffali vuoti e le scorte di benzina e gasolio, secondo le segnalazioni che riceviamo, bastano per appena 24 o 48 ore.
Le difficoltà stanno investendo anche i servizi essenziali?
Certamente. Ci segnalano perfino difficoltà di rifornimento per le auto della polizia. Medici e infermieri che arrivano da fuori città non sanno come raggiungere gli ospedali. Scarseggiano medicinali e beni di prima necessità. Oggi i lavoratori dell’acquedotto mi hanno riferito che ci sono problemi persino con l’approvvigionamento del cloro necessario al trattamento dell’acqua pubblica, che va effettuato periodicamente. Non voglio fare allarmismo, ma qui siamo davanti a un’emergenza vera, con una regione di quasi sei milioni di abitanti nella quale cominciano a scarseggiare persino i beni essenziali.
Qual è il quadro delle attività produttive?
Siamo preoccupati perché il blocco non riguarda più soltanto l’autotrasporto. Alcuni tra i principali pastifici sono fermi e domani rischiano di fermarsi anche le aree industriali di Caivano. Quando manca la materia prima, la produzione si interrompe. E per i lavoratori si apre il problema delle assenze forzate, dell’utilizzo di ferie e permessi e, se la situazione continua, anche della cassa integrazione. Le conseguenze sono pesanti.
Se domani i blocchi terminassero, quanto ci vorrebbe per ripartire?
Non basterebbe riaprire le strade per tornare subito alla normalità. Pensiamo alle aziende alimentari, con cicli produttivi che funzionano sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro. Una volta fermate le linee, servono anche due o tre giorni per la sanificazione e il riavvio. Per rimettere in moto l’intero sistema ci vorrebbero probabilmente sei o sette giorni, anche nell’ipotesi di uno sblocco immediato. Anche se domani arrivasse la pace sociale, non sarebbe tutto bene, madama la marchesa. Avremmo comunque altri giorni di disagio.
Oggi avete incontrato il prefetto. Che cosa avete ottenuto?
Come Cgil, Cisl e Uil abbiamo chiesto di affrontare la particolarità di questa crisi. Il prefetto ha istituito un tavolo permanente con Regione, Comune e altri enti, per individuare rapidamente le criticità. Anche le amministrazioni pubbliche, però, si nascondono dietro decisioni che dovrebbero arrivare da Roma o dai ministeri centrali. Non si capisce perché non si possa estendere lo smart working, almeno dove possibile, per garantire i servizi essenziali. Penso a Poste, Inps, Agenzia delle Entrate. Chi non riesce oggettivamente a raggiungere il lavoro non deve pagare due volte: come cittadino privato dei servizi essenziali e come lavoratore penalizzato per un’assenza involontaria. Non è un’insubordinazione e nemmeno una banale scusa per non presentarsi al lavoro. Sono persone che, per ragioni oggettive, non riescono a raggiungere il proprio posto.
Avete chiesto anche un intervento diretto del governo?
Il prefetto ha accolto la nostra richiesta di sollecitare il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ad anticipare l’incontro previsto per il 27 ottobre. Non possiamo aspettare quella data. Capisco che non si debba cedere a ricatti e che in ogni vertenza possano esserci distorsioni, sulle quali spetta alle istituzioni fare le proprie valutazioni. Ma le ragioni di fondo della protesta sono vere: il costo dei carburanti, le accise e le difficoltà delle imprese. Occorre una risposta più seria, non qualche intervento temporaneo che lascia intatti i problemi.
Siete solidali con la protesta, ma come giudica blocchi che impediscono ad altri lavoratori di lavorare?
È una delle grandi questioni della democrazia. Quando Cgil, Cisl e Uil proclamano uno sciopero, preannunciandolo e rispettando tutte le regole, veniamo additati come terroristi, come nemici delle famiglie e della collettività. Quando invece protesta un’altra categoria, sembra che in questo Paese tutto sia consentito. Non ne faccio una questione di appartenenza: riconosciamo le ragioni degli autotrasportatori, ma il diritto di protesta deve convivere con i diritti degli altri. Il sindacato ha regole e percorsi di dialogo: non significa rinunciare allo sciopero, ma assumersi una responsabilità verso la collettività.
Molti manifestanti, però, non si riconoscono nelle associazioni che hanno trattato con il governo. È anche un problema di rappresentanza?
È un problema enorme. Ci sono piccoli padroncini e autotrasportatori che non si riconoscono nelle associazioni di categoria, si organizzano autonomamente e continuano a protestare anche quando altri raggiungono un accordo. Manca una legge sulla rappresentanza che chiarisca chi rappresenta chi e con quali numeri. Lo vediamo anche nel lavoro dipendente, con sindacati e contratti pirata. Le proteste possono essere legittime, ma quando ci si auto-organizza senza una rappresentanza riconosciuta si possono creare livelli di sofferenza per il Paese che finiscono per trasformarsi in intolleranza.
Il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, ha evocato la precettazione. Sarebbe una soluzione?
La considero una scelta più politica che di mediazione. Il punto non è soltanto far terminare i blocchi, ma risolverne le cause con un confronto vero e interventi che diano prospettive a imprese e lavoratori.
Il governo sostiene di avere stanziato nuove risorse, tra crediti d’imposta, sospensione dei leasing e altre misure. Perché, secondo lei, il decreto non basta?
Perché siamo davanti a una crisi internazionale che non si esaurisce in una settimana o dieci giorni. La guerra continua e i prezzi dei prodotti petroliferi restano elevati. Non si può affrontare una crisi mondiale con due iniezioni di milioni di euro e misure che durano una settimana o dieci giorni. Non ci si deve limitare ad abbattere le accise di pochi centesimi. Occorre un intervento strutturale e bisogna rastrellare le risorse dove ci sono, che si parli di extraprofitti, di patrimoniale o di altri strumenti. Io stesso, quando sono riuscito a fare rifornimento, ho visto prezzi di 2,50 o 2,60 euro al litro. Ci sono fenomeni speculativi sui quali il governo sembra impotente.
Però il governo dice che le risorse sono limitate.
Non è proprio così, le risorse ci sono ma vengono destinate male. Si trovano 14 miliardi in più nell’arco di alcuni anni per la difesa, mentre abbiamo questa emergenza economica e sociale. C’è anche un problema fiscale: non bastano piccoli ritocchi all’Irpef quando un aumento contrattuale può tradursi in maggiori imposte. Occorre una riforma vera, non interventi che non incidono sui problemi di fondo.
Se i blocchi continuassero ancora per giorni, che cosa teme per Napoli e la Campania?
Temo che si arrivi a una polveriera sociale. Mi raccontano di persone che ai distributori quasi arrivano alle mani perché hanno bisogno di benzina per lavorare. Se tutto questo dovesse proseguire fino al 27 ottobre, e magari oltre, il rischio di tensioni serie sarebbe molto concreto. Non voglio fare il catastrofista, ma non possiamo ignorare quello che sta succedendo. Il governo deve intervenire subito.
Emanuele Ghiani


























