Proseguono intensi i colloqui tra sindacalisti e imprenditori per mettere a punto un nuovo patto sociale sui temi della contrattazione e della rappresentanza. L’obiettivo dichiarato è quello di chiudere il confronto entro il mese di settembre per cogliere la attuale piena disponibilità delle parti e prepararsi così alla prossima stagione contrattuale. Difficile prevedere se le parti sociali riusciranno nel loro intento. Il fitto calendario di incontri stilato a fine luglio certamente aiuta, ma il tempo a disposizione porrebbe non essere sufficiente perché le materie da affrontare sono veramente dei macigni, gli stessi che per anni hanno diviso sindacalisti e imprenditori e la fretta non è mai buona consigliera. E del resto l’ambizione dichiarata delle parti è quella di dirimere le incomprensioni e definire un testo che vada bene come punto di riferimento per parecchi anni. Qualcosa come fu l’accordo del 1993, anche se i paragoni non sono mai calzanti.
Pierpaolo Bombardieri, alla vigilia del primo di questi incontri, è stato lapidario. “Basta che approvano le nostre richieste, ha affermato, e l’accordo è subito raggiunto”. In realtà, e lui lo sa bene, è tutto molto più complesso. Anche perché le due parti tra giugno e luglio hanno prodotto due documenti che specificavano unitariamente le loro posizioni. Ma si tratta di documenti non sovrapponibili. Le associazioni datoriali si sono riferiti essenzialmente al tema della rappresentatività, specificando quali debbano essere i criteri perché una confederazione possa essere valutata come maggiormente rappresentativa. I sindacati hanno invece trattato un po’ tutti gli argomenti in discussione, non trovando però sempre riscontro nelle posizioni delle due parti. Un esame delle due posizioni mette in evidenza i tratti comuni e le possibili divergenze.
Sicuramente le parti non sembrano d’accordo sulla estensione dell’applicazione dei contratti nazionali. I sindacati affermano che le disposizioni del contratto firmato dalle organizzazioni più rappresentative devono potersi applicare a tutti i lavoratori nel territorio nazionale. Il che richiederebbe una legge ad hoc, ma gli imprenditori non sembrano dell’avviso. Il loro documento si limita ad affermare che, stante la non applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, non è prevedibile che il contratto “giusto” abbia validità per tutti. Importante è cosa preveda quel contratto e per questo gli imprenditori affermano che chi applica un contratto diverso, ma con uguali contenuti, possa comunque usufruire dei benefici di legge.
Sempre sulla contrattazione c’è da osservare che i sindacati chiedono un meccanismo uguale a quello previsto dai contratti dei metalmeccanici e del legno: una revisione annuale, nel mese di giugno che, della dinamica salariale sulla base dei dati Ipca Nei, suggerisca possibili aumenti del salario, se necessari. I sindacati lo richiedono, non è detto che i rappresentanti delle imprese siano d’accordo, anche perché le polemiche sono state alte. Anche perché i sindacati chiedono che in caso di ritardi nei rinnovi, quel meccanismo comunque continui a funzionare in regime di ultrattività, e questo è sicuramente un costo.
Alle associazioni datoriali interessa soprattutto il tema dei perimetri contrattuali, per questo nel documento si sono impegnati formalmente a “evitare impropri ampliamenti di questi perimetri” e hanno deciso di dar vita a un Osservatorio che monitori i comportamenti e intervenga nel caso in cui gli impregni non vengano rispettati. I sindacati non si esprimono al riguardo, chiedono però regole comuni che prevedano tra l’altro l’obbligatorietà per le aziende di rendere note le scrizioni ai sindacati.
Il documento degli imprenditori prevede poi indicazioni molto precise per la individuazione delle associazioni più rappresentative. E fa riferimento a una precisazione che tutte le grandi confederazioni datoriali sottoscrissero nella primavera scorsa. Afferma infatti che la maggiore rappresentatività comparata delle organizzazioni datoriali sia acclarata in base a tre criteri: la seniority dell’organizzazione, cioè la presenza storica e continuativa nel sistema delle relazioni industriali; la partecipazione di tale associazione negli organismi riconosciuti parte del dialogo europeo; l’esistenza nei loro contratti di istituti strutturati volti a sostenere forme di welfare. Il documento indica però poi un quarto criterio, quantitativo, fondato sul numero di dipendenti che vedono regolato il loro rapporto di lavoro dal contratto di organizzazione.
I primi tre criteri sono certamente i più importanti, ma desta preoccupazione, e potrebbe creare dei problemi, questo quarto criterio, che del resto era stato individuato dal governo proprio quando cercava di boicottare la battaglia contro i contratti pirata. E del resto è il documento datoriale ad affermare che “l’unico criterio universale quantitativo oggettivo che consente di misurare la rappresentatività dei soggetti dal lato datoriale è quello della diffusione del contratto tra i lavoratori del settore”. I sindacati potrebbero non gradire questa posizione, che hanno già combattuto.
Già l’indicazione di questi possibili punti di frizione mette in allarme gli osservatori. Ma poi c’è da tener presente che i sindacati nel loro documenti avanzano richieste anche in materia di formazione, salute e sicurezza, partecipazione. Tre macigni che potrebbero mettere in crisi il confronto. Ma la volontà comune resta quella di arrivare all’accordo entro settembre.
Massimo Mascini

























