Quando si guarda e si analizza il caporalato non lo si deve derubricare a un fenomeno che tocca solo poche mele marce, perché si tratta di un meccanismo ben radicato in alcune filiere produttive, e, al tempo stesso, non va affrontato solo sul tema della legalità, come un qualcosa che disturba le nostre coscienze, ma come una pratica con dei risvolti economici. È questo uno dei tanti spunti del convegno organizzato dalla Flai-Cgil “Dieci anni della legge 199/2016. Buone pratiche, criticità, prospettive” che si è tenuto a Roma presso il Centro Congresso Frentani, al quale hanno partecipato esponenti della politica ed esperti.
“L’evento di oggi – ha detto Giovanni Mininni, segretario generale della Flai-Cgil – non è una semplice commemorazione ma un bilancio. La commemorazione guarda solo al passato, il bilancio guarda al passato ma per proiettarsi in avanti. È un lungo percorso quello ha portato alla 199. È una legge che non solo contrasta lo sfruttamento lavorativo ma protegge la dignità umana”.
Che il caporalato e lo sfruttamento lavorativo non fossero delle cose sconfitte dalla modernità e relegate a un passato ormai superato dalle nostre campagne la Flai lo aveva messo in evidenza già con l’iniziativa del 2009 “Oro rosso”, che si occupava della raccolta del pomodoro. E dai territori arrivavo racconti che parlavano di soprusi, contratti non rispettati, salari da fame, orari di lavoro disumani e vessazioni.
Prima di arrivare alle 199 nel paese si erano verificate diverse manifestazioni: la rivolta di Rosarno del 2010 o lo sciopero alla Masseria Boncuri a Nardò nel 2010. Sotto il profilo normativo nel 2011 arrivò il decreto Sacconi che portò all’articolo 603 bis del codice penale che parlava, per la prima volta, di intermediazione illecita di manodopera. “Tuttavia il decreto – ha spiegato Mininni – non era scritto così bene e prevedeva degli indici di sfruttamento poco applicabili. Inoltre con l’articolo 8 si dava la possibilità ai contratti aziendali o territoriali il potere di deroga verso i contratti collettivi nazionali o alle leggi dello stato. A dare una spinta decisa verso la 199, grazie anche alla grande eco che ebbe sulla stampa, la tragica morte di Paola Clemente. L’iter legislativo fu molto rapido, anche grazie alla sensibilità dimostrata dal governo di allora e dalla stretta alleanza con le parti sociali, e questo dovrebbe essere un insegnamento anche per oggi dove i corpi intermedi sono messi sotto pressione e non c’è ascolto da parte della politica”.
Per Mininni è importante capire che il caporalato “offre un servizio efficace ed efficiente alle aziende, come nel caso della logistica, e se i ghetti nascono in precise aree non è per puro caso ma perché si trovano nel posto strategicamente più adatto per i caporali a trasportare i braccianti nei campi”. E se la 199 ci ha consegnato novità importanti sul versante della repressione, della confisca preventiva dei beni o della continuità produttiva dell’azienda sotto controllo giudiziario per garantire ai lavoratori una fonte di reddito, il terreno sul quale i passi in avanti sono stati più incerti è stato quello della prevenzione. “Ancora siamo indietro sulla Rete del lavoro agricolo di qualità – spiega Mininni -, manca un piano di accoglienza dei migranti, va migliorato l’incontro tra domane e offerta e se un lavorate denuncia non viene protetto. Inoltre negli anni abbiamo assistito a una riduzione del numero di imprese ma a un accrescimento della loro dimensione. È poi cresciuto il numero dei salariati e si è ridotto quello dei lavoratori che appartengono alla famiglia dell’imprenditore. Tutto questo ci dice che si verso un nuovo tipo di agricoltura che però ha ancora bisogno dei caporali”.
Nel ricordare il percorso politico di dieci anni fa Maurizio Martina, allora ministro dell’Agricoltura, ha messo in luce gli ottimi risultati della norma per la repressione ma il poco funzionamento della prevenzione. “Trasporti e alloggi continuano a essere zone grige che alimentano il caporalato e che bisogna maggiormente presidiare. Inoltre forse dieci anni fa la 199 non colse ancora il fenomeno del caporalato digitale” ha detto Martina. Andrea Orlando, ministro della Giustizia sotto il governo Renzi, ha raccontato come una parte delle associazioni datoriali dettero una mano mente altre si opposero alla legge. “La 199 impose una responsabilizzazione della filiera, non solo si colpiva il caporale ma anche chi usa l’intermediazione illecita di manodopera. Fondamentali sono le politiche industriali per redistribuire lungo la filiera il valore ed evitare che una parte di essa non possa sopravvivere senza lo sfruttamento” ha affermato Orlando.
Nel corso della giornata sono intervenuti anche coloro che il caporalato lo hanno combattuto sul campo. Ludovica Vaccaro, oggi procuratore a Lecce, quando lo era a Lecce rafforzò l’azione di un pool di magistrati esperti contro lo sfruttamento lavorativo. “Le prime inchieste – spiega Vaccaro – sono state un fallimento perché c’era un muro di omertà e paura difficile da rompere, e quando sembrava che alcuni lavoratori potessero parlare questi poi svanivano nel nulla. Così nel tempo le indagini si sono fatte sempre più complesse, seguendo i caporali, analizzando le imprese che facevano ricorso a questa manodopera, usando le intercettazioni, incrociando i dati, entrando nei ghetti. A tutto questo ci permette di arrivare a delle ipotesi di reato costruite non unicamente sulle denunce ma su altri elementi. Si colpisce così tutta la filiera e i lavoratori vedono nelle forze dell’ordine un alleato e hanno davanti a sé una prospettiva diversa perché possono ottenere la regolarizzazione del contratto di lavoro e un permesso di soggiorno”. Per Vaccaro i punti sui quali intervenire sono “i trasporti e un incrocio trasparente tra domanda e offerta. Ma attenzione anche ai piccoli produttori schiacciati, tra la grande distribuzione e il costo dell’energia e dei fertilizzanti. Per questo serve forse un prezzo minimo per i prodotti per evitare che poi i piccoli scarichino tutto sui lavoratori”.
Secondo Iolanda Rolli, prefetto ed ex Commissario del governo per l’area di Manfredonia e il superamento del ghetto, bisogna arrivare a una regia unica che tanga assieme tutte le informazioni che si raccolgono per farle dialogare. Per Rolli un’altra misura potrebbe essere una badge simile a quello di cantiere presente in edilizia.
Per Bruno Giordano, già a capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro, “le ispezioni sono il tallone d’Achille che inficia la parte preventiva. Il punto non è solo il numero degli ispettori ma anche della qualità dei controlli e della loro efficacia. Serve un accesso a tutte le banche date disponibili. Bisogna far sì che il profitto illegale non convenga. Il tema è il lavoro grigio che nasce quando ci sono dei colletti bianchi che dicono come poter arginare i controlli. Quando ci imbattiamo nel caporalato ci imbattiamo in un controllo del territorio e di quelle persone che hanno un disgraziato bisogno di sopravvive”.
Le conclusioni sono state affidate al segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ha puntato il dito “contro un modello di fare impresa che punta sull’esternalizzazione e il massimo ribasso. Ma anche i part time involontari e contratti pirata sono una forma di sfruttamento”. Secondo Landini il caporalato non può essere sconfitto solo “colpendo l’anello ultimo e più debole ma il committente che deve avere la responsabilità di ciò che accede nell’intero processo. Un altro tema è quello di garantire la protezione di denuncia lo sfruttamento. bene al paese. Bisogna poi arrivare a una rapida cancellazione della legge Bossi-Fini. Siamo un paese che sta invecchiando e se vogliamo mantenere un certo livello industriale abbiamo bisogno di lavoratori stranieri” ha concluso.

























