Uno scenario suggestivo quello che ha fatto da sfondo all’assemblea nazionale di Ferdermanager tenutasi il 26 maggio. In concomitanza con il meeting del G7 di Taormina, nel centro congressi Augustinianum accanto alla basilica di San Pietro si è tenuto un congresso laico, sicuramente, ma caricato di una umanità inedita anche se rappresentata da diversi punti di vista. Si è parlato di industria ma soprattutto dei protagonisti dentro e fuori il processo produttivo e dirigenziale. Al centro di tutto, la persona.
Stefano Cuzzilla, il presidente di Federmanager, ha aperto i lavori parlando di speranza come scommessa necessaria per guardare al futuro senza paura ma anzi con il coraggio di riuscire a cambiare un paese che, nonostante la leggera ripresa, richiede una spinta in più. Per questo motivo, presupposto fondamentale sarà ridefinire l’identità dei manager all’interno della società, ha sostenuto Cuzzilla, identità che si è sempre contraddistinta come “spina dorsale dell’industria italiana”. Oggi, però, non sembra essere sufficiente parlare esclusivamente del ruolo del manager all’interno dell’industria. Cuzzilla ha insistito “dobbiamo essere capaci sempre più di uscire dalla dimensione d’impresa e calarci nella società”. L’aumento delle disuguaglianze, paradossalmente, pesa anche nelle scelte della classe dirigente e per Cuzzilla l’antidoto “urgente” non può che essere, addirittura, la condivisione “del valore aggiunto per promuovere la coesione sociale”. Quella coesione messa a dura prova da un contesto in cui si è stati con il fiato sospeso su diverse appuntamenti elettorali e referendari: Brexit, il partito della Le Pen, la novità Trump negli Stati Uniti fino all’instabilità politica dell’Italia. Convinto che “la possibilità di costruire un sistema economico vitale passa dalla possibilità che ci diamo di tener salda la coesione sociale”, il presidente di Federmanager ha messo alla base di tutto il fattore umano, mood dell’intera assemblea di venerdì scorso.
A partire dalla funzione stessa di Federmanager, ha continuato Cuzzilla, che come corpo intermedio tra stato e mercato deve affinare una capacità di fare rappresentanza che guardi al basso e che ripensi un paese differente. La contrattazione di secondo livello continua a giocare un ruolo centrale e per fare innovazione è necessario svecchiare l’industria. Innovare per Federmanager vuol dire scommettere sulle risorse umane promuovendo l’occupazione giovanile e, attraverso la formazione, l’esplosione della creatività necessaria. Ma per favorire questo processo “alla vergogna degli ‘scontrinisti’ va opposto il paradigma che imperava al tempo della vecchia fabbrica, quello dell’ascensore sociale per cui chiunque lo meritasse poteva nutrire un’aspettativa legittima di successo, a prescindere dalle sue condizioni di partenza”. Un’Italia utopica a vederla dalla platea, tanto quanto quella di rinnovare la base produttiva italiana. Il Presidente di Federmanager ha lanciato un messaggio chiaro: per poter crescere come paese bisogna ripensare l’industria e nonostante l’export sia trainato ancora dal made in Italy, non si può pensare che la spinta possa avvenire solo dall’artigianato e dal turismo. La nostra industria è troppo piccola, ha incalzato Cuzzilla, per essere competitiva: c’è bisogno di investire di nuovo nella manifattura, “a meno che non si ritenga, a mio avviso follemente, che questa nostra Italia possa campare di solo turismo e di piccolo artigianato”. E rivolgendosi alla politica, Cuzzilla ha ribadito la necessità di continuare a lavorare per un’amministrazione più digitale che sbaragli la burocrazia “farraginosa”, abbattendo il cuneo fiscale, lottando contro la corruzione e l’evasione fiscale e stabilendo delle “zone franche” al sud dove siano previste delle agevolazioni per investire e fare industria. Mentre guardando all’Europa ma soprattutto a “un’Europa più forte” ha individuato in “difesa, immigrazione, fisco e politica monetaria” le determinanti su cui agire.
Ospiti in rappresentanza dell’Italia in Europa a questa edizione dell’assemblea nazionale di Federmanager, sono stati Sandro Gozi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio per le Politiche e gli Affari Europei e Roberto Gualtieri, Presidente della Commissione Problemi Economici e Monetari del Parlamento Europeo che hanno illustrato i progetti futuri e i lavori in corso per dare più forza alla coesione europea e a una politica monetaria che possa favorire la crescita.
A tenere il ritmo degli interventi successivi lo splendido discorso del Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Ravasi ha basato il suo discorso sulle parole economia e lavoro. Citando “Etica ed economia” di Amartya Sen ha affermato che il distacco dell’etica dall’economia rappresenta l’indebolimento dell’economia stessa. Secondo il cardinale l’errore che si continua a fare riguarda proprio l’incapacità di distinguere gli strumenti dalla visione d’insieme. Così come in economia avviene per la finanza, quest’ultima indiscutibilmente uno strumento della prima. “Viviamo in un mondo in cui alterniamo alla bulimia dei mezzi, l’atrofia dei fini” ha apostrofato Ravasi, ecco perché si vive una realtà di piccoli gruppi di uomini con grandi beni e milioni di persone si devono accontentare degli scarti. Non si può, secondo il cardinale, confondere il mezzo, la proprietà privata con la distribuzione universale dei beni . La proprietà non può essere la meta ma uno strumento. Allo stesso modo la civiltà digitale sta confondendo il virtuale con la realtà sulla base della quale si sta creando un fenotipo di uomo. E’ necessario quindi “non dimenticare l’umanità ovvero la visione d’insieme” nell’economia come per tutto il resto. Per quanto riguarda il lavoro, Ravasi, ne ha ricordato l’importanza anche in termini di soddisfazione e appagamento: “Il lavoro è lo specchio della persona e definisce l’uomo stesso”. Ragion per cui non sono tollerabili nel nostro paese “8 milioni di disoccupati e 4 milioni di poveri.” Inoltre, attraverso le parole di Padre Ernesto Calducci, “perché è necessario smuovere le coscienze”, ha suggerito: Non rassegnarsi ma lottare; Non odiare ma amare; Non reprimere lo sdegno ma esprimerlo in forza costruttiva e servizio; Non calcolare ma rischiare; Non servire i potenti ma i deboli; Non cedere ma credere; Non ripetere ma pensare; Non restare soli ma pregare; Non intristire ma godere l’amicizia; Non chiudere i confini ma aprire gli spazi dello spirito. Delle vere e proprie linee guida che ha consegnato all’assemblea del 26 maggio.
Infine, è intervenuta il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci che ha rinnovato l’impegno e la saldatura tra gli imprenditori e i manager di Italia anche qui ricordando che il rapporto diretto con l’impresa e il territorio è affidato alle persone in questo caso interamente rappresentate da Federmanager.
Un’assemblea ambiziosa, quindi, quella di venerdì che ha rinnovato intese, propositi e speranze verso il futuro dell’industria e della dirigenza italiana che punta ad innovare prima di tutto investendo sulle persone come motore principale del paese. Un cambio di passo, si può dire, ma tutte da verificare nella pratica e nelle azioni concrete del futuro.
Alessia Pontoriero






















