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Home - Relazioni sindacali al tempo della crisi - In banca è ancora di moda la concertazione

In banca è ancora di moda la concertazione

15 Settembre 2011
in Relazioni sindacali al tempo della crisi

E’ stata ripudiata da tempo la logica della contrapposizione, cercando invece di risolvere i problemi guardando sempre al merito, alla sostanza. Il settore bancario da anni vive un periodo felice di relazioni sindacali, che ha consentito una profonda ristrutturazione con bassi costi sociali. Giancarlo Durante, responsabile dei rapporti di lavoro all’Abi, guarda con fiducia anche al prossimo rinnovo contrattuale, sorretto dalla consapevolezza che si cercherà sempre di salvaguardare il patrimonio di rapporti costruito negli anni.

Durante, funzionano le relazioni sindacali nel settore delle banche?
Sono anni che il nostro sistema funziona bene. In pratica facciamo della concertazione, ma quella vera, non di comodo. Ognuno naturalmente tutela gli interessi che rappresenta, ma con un atteggiamento mirato alla soluzione dei problemi. Abbiamo abbandonato la logica della contrapposizione.

Non si litiga più?
Si litiga, ma solo se non c’è altra via. Il punto di svolta è stato tra il 96 e il 97, quando il settore bancario attraversò gravi difficoltà. Facemmo un accordo con sindacati e governo, cercando un rilancio. Non fu facile. Decidemmo tra l’altro il blocco totale delle retribuzioni per due anni. L’obiettivo era quello di migliorare il rapporto tra costo del lavoro e ricavi, almeno per rientrare nella media dei nostri competitori esteri.

Ci siete riusciti?
Sì, l’operazione riuscì, gli obiettivi sono stati tutti raggiunti. Peccato che nel frattempo i nostri competitori abbiano fatto un nuovo salto in avanti, ma è sempre così, tutta una rincorsa. Però abbiamo riorganizzato il sistema in profondità, accompagnando alla pensione 40mila persone.

Avete avuto aiuti?
Noi non abbiamo ammortizzatori sociali, ce li siamo costituiti con il fondo esuberi, che paghiamo interamente noi, senza chiedere un centesimo allo Stato. Un fondo per il sostegno all’occupazione, sia chiaro. Licenziare è sempre l’ultimo atto, prima si tenta di tutto per salvare i posti di lavoro.

Avere buone relazioni sindacali vi ha aiutato a fare buoni contratti.
Ciascuno  ha continuato a fare il proprio mestiere, ma con una coscienza diversa. E abbiamo trovato delle soluzioni originali, spesso anticipando i tempi di altri.

In che senso?
Prenda l’accordo interconfederale del 2009. Noi lo abbiamo firmato con qualche giorno di ritardo rispetto alle altre organizzazioni.

Perché?
Volevamo mantenere i nostri rapporti unitari, un patrimonio da non disperdere. E i fatti ci hanno dato ragione.

Poi però lo avete firmato.
Sì, perché per l’80% conteneva cose che noi avevamo già nei nostri contratti. La contrattazione aziendale è una nostra scelta da svariati decenni, ben prima del 1993. La triennalità ce l’avevamo. Lo stesso per le regole di raffreddamento dei conflitti. Sul piano della rappresentanza e rappresentatività eravamo molto più avanti. Un accordo del 1975 ci consente di rilevare direttamente il numero delle tessere di ciascun sindacato, per cui sappiamo esattamente quanto pesa ogni organizzazione.

Avevate già tutto, insomma?
Quasi. L’unica vera novità è l’Ipca, che peraltro sembra una scala mobile anomala. Forse è un punto di riferimento, ma quasi tutti i contratti non lo hanno nemmeno citato.

Voi avete firmato l’accordo del 2009, però ancora ne discutete con i sindacati.
Perché quello è solo un accordo quadro. Servivano  intese di implementazione, come ci sono state negli altri settori. Noi siamo ancora fermi lì, per cui l’unico punto di riferimento sono ancora le regole del 1993.

E come fate?
Non si sa. Noi diciamo che queste regole vanno decise prima di entrare nel vivo delle trattative per il rinnovo contrattuale. I sindacati dicono che possiamo farle in corsa. Vedremo.

Ma è importante deciderle prima?
A nostro avviso sì. Non sapremmo, per esempio, come regolarci in caso di conflitto. La concertazione non elimina il dissenso, non abbatte il diritto di sciopero.

I sindacati hanno raggiunto tra loro un interessante accordo per regolare le disparità di interesse. Potrebbe valere anche per voi?
E’ un’intesa tra di loro, sembra valida. Non mi sembra difficile mettere in campo qualcosa di analogo, rendendola operativa in tempi brevi.

Voi non avete firmato invece l’accordo del 28 giugno.
No, è stata una cosa che hanno concordato Cgil, Cisl e Uil con la Confindustria. C’è chi chiede di adattarla alle nostre specificità. Non so, non vorrei fosse un passo indietro.

Con i sindacati avete problemi?
Proprio no, l’attenzione ai principi della concertazione ci aiuta molto. Abbiamo due tavoli distinti di contrattazione, uno solo per la Falcri-Silcea. Prima avevamo un tavolo unico, lo preferivamo. E’ stata una scelta sindacale, noi più che auspicare che siedano tutti attorno allo stesso tavolo non possiamo andare.

Però gli accordi li fate.
Sì, e funzionano bene. Soprattutto quando non deve intervenire un terzo soggetto.

In che senso?
A luglio abbiamo fatto un accordo su un miglioramento molto importante del fondo esuberi, con soluzioni innovative e funzionali. Il problema è che questo accordo per essere operativo deve essere recepito da un decreto interministeriale.

E’ una cosa complessa?
Molto. L’iter è lunghissimo, servono da 18 a 24 mesi. Una cosa che non capirò mai. Soprattutto perché i tempi sono cosi’ lunghi a prescindere se sia coinvolto o meno denaro pubblici. Noi non chiediamo aiuti, ma sempre da 18 a 24 mesi dobbiamo attendere.

Massimo Mascini

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