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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Bomba o non bomba: dalla grande paura alla disfatta di Trump. Ma l’ottimismo è fuori luogo

Bomba o non bomba: dalla grande paura alla disfatta di Trump. Ma l’ottimismo è fuori luogo

di Maurizio Ricci
8 Aprile 2026
in Poveri e ricchi
L’Apocalisse di Pasquetta

DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Abbiamo davvero rischiato la catastrofe nucleare? Era questo il sottinteso delle minacce di “cancellare una civiltà”, di “scatenare l’inferno”, che Trump è andato caricando sempre di più, dichiarazione dopo dichiarazione, mentre il timer dell’ultimatum all’Iran si avvicinava all’ora X? L’ipotesi, avanzata da qualche commentatore americano, viene compattamente ritenuta non credibile, ma il fatto stesso che possa essere proposta, anche solo con una probabilità dello 0,0001 per cento, è agghiacciante. Anche perché Trump potrebbe pensare, da buon palazzinaro, che chi urla più forte vince e convenga ripetersi, alla prima occasione. Che potrebbe essere vicinissima, se il negoziato con l’Iran non dovesse portare da nessuna parte, o, piuttosto, rivoltarglisi apertamente contro.

L’ultimo è, infatti, lo sbocco più probabile di queste agitate giornate. Il “cessate il fuoco” concordato da Washington e Teheran, fra i mugugni di Israele, non è, come è già stato scritto, “una vittoria di Pirro” o “una sconfitta travestita da pareggio”. E’, invece, puramente e semplicemente, una disfatta di Washington, al punto da far pensare che a mendicare il cessate il fuoco sia stato Trump e non il misterioso leader degli ayatollah. Sarebbe stato l’unico modo, per la Casa Bianca, per uscire dal vicolo cieco in cui il comandante in capo americano aveva cacciato la sua strategia, insieme ai mercati finanziari e all’economia mondiale. Adesso, il problema è stabilire se Trump sia pronto ad accettare la sconfitta o non si ribellerà alla logica delle cose, riaprendo il conflitto.

Per capire chi ha vinto e chi ha perso basta un elemento. Il negoziato che si aprirà venerdì in Pakistan avrà come base non i 15 punti avanzati nei giorni scorsi da Washington, ma i 10 punti controproposti da Teheran. Lo ha confermato lo stesso Trump: quei 10 punti, ha detto, sono “qualcosa su cui si può lavorare”. Ora, quei 10 punti sono solo una “base di discussione”. Ma in diplomazia, le basi contano. Soprattutto, perché, a prescindere da quello che sarà l’accordo finale, definiscono il perimetro delle cose da discutere.

Di cosa, dunque, si discuterà, a partire da venerdì, ad Islamabad? Della riapertura dello stretto di Hormuz, certamente, sottoposto, però, a qualche forma di controllo – non necessariamente esclusivo – da parte di Teheran. Della fine delle sanzioni che hanno zavorrato e impastoiato l’economia iraniana, portandola sull’orlo del collasso. Di eventuali riparazioni dei danni provocati da un mese di offensiva aerea israelo-americana. Del ritiro delle truppe americane dalle basi intorno al Golfo Persico.

Quante di queste condizioni possano essere accettate, o rese accettabili, da Usa e Israele non è chiaro. Sappiamo, però, di cosa NON si discuterà o si parlerà solo in via subordinata. Di un cambio di regime nella repubblica islamica. Della fine dell’appoggio di Teheran alle milizie, come Houthi e Hezbollah. Della definitiva archiviazione del programma nucleare iraniano, con l’asportazione dell’uranio arricchito già immagazzinato.

In altre parole, Trump avrebbe scatenato una guerra che ha provocato migliaia di morti (compresi una dozzina americani), distrutto buona parte delle infrastrutture, petrolifere e no, del Golfo Persico, provocato una stagflazione semiglobale, tolto ogni prestigio morale all’America, al costo di due miliardi di dollari al giorno, per ottenere la riapertura solo parziale di Hormuz (che era, invece, libero e apertissimo, fino all’inizio degli attacchi aerei) e la riammissione della repubblica islamica nel consesso internazionale, con programma atomico (che i tecnici internazionali, peraltro, non ritengono pericoloso) annesso. Aveva ottenuto di più Obama – ha sottolineato il New York Times – senza sparare un solo colpo di fucile e garantendo la sottrazione all’Iran del 97 per cento del suo combustibile nucleare.

Si prospetta, insomma, una conclusione umiliante per il presidente americano. È possibile che non basti la sua indomabile tendenza alla prosopopea delle illusioni per superarla. Per questo è difficile essere ottimisti.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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