Roberto Maglione, direttore risorse umane Gruppo Finmeccanica
Le premesse
Chiedersi quale sarà il sindacato di domani significa chiedersi quale modello economico ci attende alla fine della crisi, e quali relazioni industriali sono necessarie per affrontare le sfide del cambiamento.
La riforma degli assetti contrattuali è certamente un primo passo nella giusta direzione, necessario per superare la logica del conflitto. Dalla crisi si può uscire con la consapevolezza che l’interesse dell’impresa è quello dei lavoratori e che i salari possono crescere insieme alla produttività e all’efficienza. Perché ciò accada, però, è innanzitutto necessario percorrere tutte le strade per ricuperare l’unità sindacale. La trattativa per il rinnovo del CCNL metalmeccanico sarà in questo senso una cartina di tornasole, il vero banco di prova del nuovo protocollo. Non c’è dubbio che vadano lasciate alle spalle quelle trattative interminabili che rischiano di non portare vantaggio né ai lavoratori né alle aziende, ed è per questo che regole nuove, e soprattutto regole certe ed applicate, sono necessarie per riformare il “rito sindacale” troppo bizantino che ci portiamo dietro, rendendo le relazioni industriali più simili, nei modi ed anche nei tempi, agli stili e alla velocità che richiede il mondo in cui viviamo. Non possiamo, però, arrenderci troppo facilmente alla rottura del fronte sindacale, perché porta con sé conflitto e non collaborazione, e se vogliamo davvero rilanciare l’economia del nostro Paese, dobbiamo remare tutti verso la stessa direzione, pur consapevoli dei diversi ruoli che ognuno incarna. Del protocollo del 15 aprile, dobbiamo quindi scongiurare un rischio, cioè che si trasformi in una lotta interna al mondo sindacale, e valorizzarne invece la potenzialità modernizzatrice del sistema industriale italiano. Oggi è più che mai necessario che si condivida un comune obiettivo strategico: la competitività delle aziende, e quindi del sistema pese.
Protocollo Relazioni Industriali Finmeccanica
In questo senso l’accordo firmato da Finmeccanica con le Segreterie Nazionali di Fim Fiom Uilm a Le Bourget il 18 giugno, e che segna l’inizio di un percorso per la stipula di un protocollo di relazioni industriali di Gruppo, è un segnale importante dei possibili terreni di collaborazione e dialogo che anche in questo scenario difficile possono esistere e debbono essere percorsi. Finmeccanica ha una tradizione di relazioni industriali proficue ed unitarie, grazie alla quale è stata possibile la firma di importanti accordi a livello di Gruppo. Il protocollo sull’apprendistato professionalizzante, che ha permesso l’assunzione di oltre 2000 giovani, e il protocollo quadri, finalizzato alla valorizzazione di una popolazione strategica per un Gruppo molto tecnologico come il nostro, sono esempi di un modo di impostare i rapporti con il sindacato, che fino ad oggi ha funzionato, nonostante qualche fisiologico momento di tensione. Ora si tratta di portare a sistema questa prassi, di valorizzarla al massimo grado fissandola in un documento che stabilisca un sistema di regole condivise, chiare, precise ed esigibili. Questa dovrebbe essere la funzione del protocollo delle relazioni industriali, con impegni sfidanti, sia per il sindacato sia per l’azienda. Un lavoro a 360 gradi, che porti a ridiscutere modalità di informazione, welfare aziendale, inquadramento, formazione e sicurezza. Condividere i problemi per cercare insieme le soluzioni, è questa l’ambizione che abbiamo e che siamo convinti possa realizzarsi. Innovare le relazioni industriali, significa riconsiderare alla base il modo di “fare sindacato” ma anche quello di “fare azienda”, nella consapevolezza che il sindacato può e deve essere una risorsa per l’impresa, all’interno di una cornice di relazioni, regole e responsabilità certe. Per questa strada speriamo anche di poter dare un contributo alla definizione del “sindacato di domani”, attraverso un riformismo concreto che parta dai problemi e dalle loro soluzioni. Vanno messe al centro le relazioni industriali in azienda, che poi, in un processo bottom up, possono trasferirsi a livello di rapporti tra Confederazioni ed Associazioni di Categoria.
Riforme e sindacato
Ci sono dei dati da cui si deve partire: la bassa produttività e l’alto livello della tassazione sul lavoro, lo stato della spesa pensionistica, i dati preoccupanti sull’accesso dei giovani nel mondo del lavoro e sulle reali possibilità di carriera e di guadagno che gli si offrono, la qualità del nostro sistema universitario e il suo collegamento al mondo del lavoro, la fuga dei cervelli e l’età media della nostra classe dirigente.
Per rispondere a queste sfide bisogna valorizzare il nostro tessuto produttivo fatto di eccellenze e capacità innovativa che sta reggendo alla crisi forse meglio di altri paesi. Dobbiamo dare fluidità al sistema economico, liberando e valorizzando le risorse, in primo luogo quelle umane. Non è un caso se Finmeccanica sta puntando fortemente sulla selezione, formazione e valorizzazione dei giovani talenti, con uno specifico ed articolato programma che parte dallo Young People Programme e dal Master Fink, e prevede un lavoro di ascolto, affiancamento, addestramento e formazione che li accompagna durante tutto l’arco della vita lavorativa (life long learning) Perché è necessario dare alle nuove generazioni l’opportunità di partecipare alla costruzione del futuro dell’Italia e del suo sistema produttivo, permettendogli di essere da subito protagonisti del cambiamento, come furono le generazioni che fecero grande l’Italia nel dopoguerra.
Questi obiettivi coinvolgono anche il sindacato che deve mostrasi capace di gestire il cambiamento, di rappresentare il mondo del lavoro così com’è oggi, con tutte le sue sfaccettature. La vera sfida per chi fa sindacato, è uscire dallo storico egualitarismo, per il quale è nato, riuscendo a “gestire” e rappresentare le differenze; è su questo che può e deve sfidare le imprese, chiedendo una meritocrazia vera e trasparente. Se il sindacato sarà in grado di incarnare anche questo nuovo ruolo non potrà che aiutare le aziende ad essere migliori, più eque più giuste e più efficienti, e potrà anche colmare il gap che rischia di allontanarlo dai giovani. Come sempre nei momenti difficili e cruciali della storia, è vincente chi è in grado di leggere e prepararsi in anticipo per il futuro, questi sono i veri riformatori, di cui abbiamo bisogno.
Interessante, per esempio, è leggere come si stanno comportando i sindacati a livello mondiale e quali relazioni industriali ci consegna la crisi: la gestione tra USA e Germania della crisi dell’auto ed il ruolo giocato dai sindacati di quei Paesi vanno approfonditi. Anche in Italia si parla molto di modelli partecipativi, ma qualsiasi soluzione si riterrà di adottare in quel settore, dovrà comunque tenere distinti i ruoli di sindacati ed aziende, in un sistema di confronto ed informazione puntuale che eviti il conflitto ma che non scivoli verso una confusione dei diversi ruoli e responsabilità di ognuno
È certamente una fase difficile per tutti, ma dobbiamo guardare agli aspetti positivi, forse mai come oggi c’è davvero la possibilità di cambiare modificare, modellare il modo di fare impresa e di fare sindacato. Non a caso la crisi, anche in Italia, ha stimolato la fantasia di tutti, si stanno facendo accordi innovativi per minimizzare i danni del vuoto lavoro per imprese e lavoratori: si sono riscoperti i contratti di solidarietà, il welfare aziendale, l’orario plurisettimanale ecc. Quando ci si accorge che la barca è la stessa per tutti, si dovrebbe smettere di guardare le ragioni del conflitto e mettersi a cercare soluzioni. Chi invece si limita a gestire l’esistente si condanna a gestire il declino, che sia imprenditore dirigente o sindacalista.
(Tutti gli interventi nella rubrica Opinioni)


























