Stefano Di Niola
Lo sviluppo del sistema produttivo italiano, a partire dagli anni ’70 e in controtendenza rispetto alla maggior parte delle economie occidentali, ha contraddistinto il modello italiano come un quadro all’interno del quale l’imprenditoria diffusa rappresentava e rappresenta un elemento di forte caratterizzazione. Lo sviluppo di interi sistemi produttivi locali basati sulle micro e piccole imprese, studiati in tutto il mondo per l’efficienza organizzativa e per il forte impatto sulla società locale, ha consentito al nostro Paese di reagire più rapidamente ai mutamenti dei mercati rispetto a quanto possibile nelle nazioni organizzate prevalentemente con il modello Fordista.
I sistemi produttivi locali italiani, basati sull’interconnessione a rete di micro e piccole imprese, sono stati studiati in tutto il mondo (anche dall’allora governatore dell’Arkansas – Bill Clinton) come esempio di nuovo modello organizzativo economico e sociale tanto da favorire l’abbattimento di barriere divisorie tradizionali di spazi privati e di lavoro fino ad arrivare a quello che Sergio Bologna definisce il ‘territorio abitativo della produzione’.
Una organizzazione del lavoro, dunque, che trascende la mera economia e che, dal punto di vista delle flessibilità, riesce a competere con sistemi strutturati con lo schema della grande fabbrica fordista.
Tuttavia, secondo alcuni detrattori, il punto controverso di questo sistema è insito nel dimensionamento strutturale delle imprese italiane che non dispiega grandi numeri in termini di addetti per azienda e non riesce a programmare sul lungo periodo per mancanza di adeguata capitalizzazione.
Sicuramente questo aspetto non va sottovalutato; tanto meno però, pare possibile ridurne la portata con soluzioni semplicistiche di fusione tra imprese per legge o forte incentivazione legislativa. Si correrebbe il rischio di adottare meccanismi alla Maria Antonietta Il popolo non ha pane? Che mangi delle brioches!!
Probabilmente bisogna semplicemente fotografare dall’alto l’intricato labirinto delle microimprese italiane ponendo in essere tutti gli strumenti utili a migliorare i fattori di contesto, favorendone lo sviluppo e intervenendo per correggere eventuali storture.
In ogni caso, le questioni relative alla composizione del modello economico produttivo italiano devono farci riflettere su quello che siamo – e non quello che magari vorremmo essere – e su come possiamo rappresentarlo. Ognuno, agendo principalmente, ma non esclusivamente, nell’ambito del confine del mandato conferito da propri iscritti e avendo sempre a mente le ragioni per le quali milioni di persone, lavoratori o imprenditori che siano, aderiscono ai corpi intermedi della rappresentanza.
In questa direzione, a mio modo di vedere, vanno le relazioni sindacali dell’artigianato. E le linee guida di riforma degli assetti contrattuali e della bilateralità nell’artigianato del 21 novembre 2008, rappresentano un’occasione di maggior ammodernamento delle relazioni sindacali nel comparto che, lo ricordiamo, è sempre stato un antesignano di strade che altri settori hanno percorso anni dopo. A tal proposito, giova sottolineare che l’artigianato, già dal 2006, ha superato la questione dell’inflazione programmata come indicatore da utilizzare per il rinnovo dei CCNL e ha attribuito ai due livelli di contrattazione prevista pari cogenza, tranne che su alcune materie esclusive.
Oggi, dovendo dare attuazione all’intesa raggiunta nel novembre scorso, dobbiamo concretizzare alcune semplificazioni, ad esempio accorpando i 17 CCNL dell’artigianato in 9 Contratti di area, ma dobbiamo assolutamente valorizzare un altro aspetto di particolare rilevanza in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo in questi giorni. Mi riferisco alla questione degli ammortizzatori sociali che, nel nostro comparto viene gestita e organizzata attraverso il sistema degli enti bilaterali.
Appare quindi fondamentale rafforzare il dispositivo preesistente prevedendo la contrattualizzazione delle prestazioni e determinando meccanismi in grado di rispondere prontamente anche ai territori che non riescono ad esprimere massa critica tale da garantire la funzionalità del meccanismo.
Va insomma perseguito un alto obiettivo politico che sia in grado di dare soddisfare i bisogni concreti di quel sistema che, richiamando quanto menzionato inizialmente, riesce a coniugare aspetti meramente economici con le necessità dei lavoratori e del territorio nel quale si opera.


























