di Guido Baglioni, professore emerito dell’Universita’ Milano – Bicocca
Evviva la partecipazione dei lavoratori? Questo titolo non sarebbe fuori luogo se corrispondessero al vero i dati dell’indagine condotta da Manageritalia sull’orientamento dei manager italiani in tema di partecipazione dei lavoratori (Cfr. Corriere della Sera del 28 maggio u.s.), Questo orientamento, sorprendentemente, si esprime nel “sì” di 9 manager su 10, con alcune rilevanti specificazioni: il 90% di essi condivide l’ingresso del sindacato nell’azionariato Chrysler come condizione per salvare l’azienda; l’80% accetterebbe senza remore di gestire un’azienda con il sindacato nel consiglio di amministrazione; l’83% potrebbe trovare nuove idee avvalendosi della compartecipazione dei lavoratori.
La repentina attualità della partecipazione, tema carsico per eccellenza, è dovuta in buona misura ai provvedimenti che riguardano le imprese automobilistiche di alcuni grandi paesi. In sé è un buon segno e, in particolare, non si parla solo dei lavoratori in modo generico ma della loro rappresentanza, il sindacato. Un interlocutore concreto e, in questi casi, necessariamente credibile.
Vediamo con qualche precisazione l’accordo Chrysler. Esso comprende due parti, certo connesse. La prima riguarda una revisione dei livelli salariali e normativi per avvicinarli alle condizioni dei lavoratori delle imprese straniere del settore. Si tratta di una forma di azione sindacale adattiva, con deroghe rispetto alle precedenti acquisizioni; praticata anche in Europa nel settore dell’auto e in altri settori, particolarmente in Germania.
La seconda parte ha anch’essa una impronta adattiva ma con una forma inconsueta.
Il sindacato riceve una quota azionaria del 55% della nuova Chrysler, quale corrispettivo dei suoi fondi previdenziali e sanitari non più finanziati dall’azienda. Si tratta di una quota di maggioranza, troppo elevata per rientrare nelle esperienze di azionariato organizzato dei dipendenti. Essa non è stata richiesta ma è il frutto di una accettata “forzatura” a causa delle condizioni negative della Chrysler. Con il 55% delle azioni, si ha il compito primario di determinare gli indirizzi strategici; invece, nel caso, la maggioranza esprime solo un membro nel consiglio di amministrazione.
Questa maggioranza, consapevolmente, non intende governare la nuova Chrysler, compito che spetta alla Fiat. Essa avrà certo voce in capitolo, soprattutto per il controllo e la tutela del suo patrimonio, che corrisponde ai crediti vantati da Veba, il fondo previdenziale e sanitario, concessi per superare la crisi aziendale.
La formula escogitata non può che essere a tempo determinato; e, infatti, si ipotizza il passaggio della Fiat al 51% nel 2013. Il fondo Veba dovrà puntare sul rendimento, perché potrà dare garanzie per pochi anni. Come si vede, la dimensione welfare prevale sui temi tipici del rapporto di lavoro, delle relazioni industriali. Questa è la manifestazione di una tendenza generale, che diventa più pressante negli Stati Uniti, in attesa della riforma sanitaria programmata da Obama.
Comunque sia, questa vicenda offre finora due indicazioni interessanti: la partecipazione o il coinvolgimento dei dipendenti possono assumere forme anche molto differenti purché ci sia la convergente volontà delle parti in causa; quando la partecipazione dei dipendenti riguarda situazioni difficili o problemi rilevanti, è più opportuno coinvolgere la rappresentanza collettiva dei dipendenti, se essa è adatta e convinta.
Dopo qualche giorno l’accordo per il salvataggio della General Motors ricalca quello precedente della Chrysler.
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Vediamo un altro evento partecipativo in Francia; da tempo sottotono e ora rilanciato dal Presidente Sarkozy, sulla base di un rapporto preparato da Jean Philippe Cotis. Il rapporto risponde alla ripetuta esigenza del Presidente di «moralizzare l’economia» e verte sulla possibilità di un accordo tra le parti sociali su una migliore ripartizione degli utili. Se mancasse tale accordo entro il 15 luglio, l’Esecutivo provvederà per legge.
Essa dovrebbe prevedere che un terzo del profitto vada agli azionisti, un terzo sia reinvestito, e il terzo rimanente sia distribuito ai dipendenti. E ciò per remunerare meglio il lavoro dopo aver privilegiato per anni il capitale. Infatti, negli ultimi 25 anni, la crescita della media annua del reddito disponibile dei lavoratori francesi è stata solo dello 0,8 per cento, per la riduzione della dinamica della produttività e per il parallelo aumento del ricorso a forme contrattuali di precariato e part-time.
Il consenso delle parti sociali potrà essere scarso e, in partenza, manca ovviamente quello del mondo imprenditoriale. A parte ciò, si possono formulare queste valutazioni, complessivamente critiche: un provvedimento di questa portata non può comunque essere obbligatorio per legge, senza il consenso di almeno alcune delle parti sociali, dato che esso condiziona, con una forte modificazione, le scelte per l’investimento e l’interesse economico di coloro che lo compiono; la motivazione che regge tale provvedimento riguarda il raggiungimento di una migliore equità distributiva. Nobile proposito, ma non sufficiente per implicare addirittura una rigida regolamentazione degli esiti dei processi produttivi; la quota di profitti che andrebbe ai lavoratori è aggiuntiva o sostitutiva del salario ora percepito? Il primo caso è poco realistico; il secondo caso porta ai lavoratori un grado troppo elevato di rischio e di incertezza, tenendo conto che essi non hanno richiesto la partecipazione ai profitti.
Comunque, questa prospettiva merita di essere seguita con attenzione.
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Sono noti i due fatti recenti in Italia in tema di partecipazione, fatti con sedi diverse, ma non indifferenti fra di loro.
Congresso confederale CISL. Tema ufficiale: “Partecipazione e responsabilità”. Tema ben accolto dal congresso, con la prevista convergenza del governo e, non prevista, la disponibilità della Presidente Marcegaglia.
Per Guglielmo Epifani si può parlare della partecipazione come “mezzo” non come “fine”. Infatti, la partecipazione è un mezzo, uno strumento, una volontà per avere imprese efficienti con uguali vantaggi per i lavoratori. La partecipazione come fine presuppone obiettivi antagonistici verso la proprietà e la gestione. Dopo la triste conclusione del Piano Meidner-Svezia, anni ’80 – il discorso non è più stato ripreso.
La CISL prosegue il suo cammino partecipativo; deve impegnarsi di più e concretamente nell’esperienza; in questo campo, in un paese senza grandi fabbriche, si va per gradi. Bisogna sperimentare l’attivazione in una decina di imprese di medie-grandi dimensioni, con tutta la prudenza e l’attenzione possibili; come se si dovesse allevare un bambino gracile e delicato.
Disegno di legge Ichino. Bozza provvisoria del 26/05/09, di testo unificato (già proposte Castro e Treu).
La partecipazione è stipulata con contratto collettivo fra le imprese e le organizzazioni sindacali. Le forme previste sono molteplici, di minore o di maggiore intensità. Cioè: informazione e consultazione (in conformità con il diritto comunitario); organismi congiunti e paritetici, dotati di competenze e poteri di indirizzo e di controllo in materia di sicurezza, salute, organizzazione del lavoro, formazione, remunerazione legata al risultato, servizi sociali, partecipazione agli utili; forme di azionariato, con o senza rappresentanza dei lavoratori nel consiglio di amministrazione; rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di sorveglianza; accesso al capitale attraverso fondazioni, società di investimento, associazioni, con scopo non speculativo (leggasi: non semplice attesa del dividendo) ma per l’esercizio della rappresentanza collettiva con il fine della condivisione del governo dell’impresa.
Si tratta, come è evidente, dell’intera gamma delle forme partecipative, non necessariamente l’una alternativa alle altre. L’impianto è delineato. Bisogna poi cominciare.
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I fatti ed i propositi sopra considerati, rilevanti e pieni di significati, non ci autorizzano a parlare di una ripresa della prospettiva partecipativa, di una possibile espansione.
Riflettiamo un attimo sulle ragioni di tali fatti: si tratta di salvare in ogni modo grandissime imprese con eccesso di capacità produttive, di diminuire in misura minima l’occupazione attuale, di raccogliere capitali, compresi quelli che possono essere messi a disposizione dai lavoratori. In più, siamo in un momento in cui il management (con non poche eccezioni) ha perduto statura morale e verifiche professionali. E’ meno di una volta un filtro sicuro e autorevole fra la proprietà e gli altri attori dell’impresa. Il sindacato, allora, è chiamato anche perché apporta consenso e legittimazione.
Le vicende del settore auto, quindi, hanno qualcosa di eccezionale in se stesse. Aggiungete che gli Stati sono stati presenti in prima persona (Stati Uniti, Germania, Russia); che si è parlato molto di più di welfare, di welfare aziendale che di rapporti di lavoro e di relazioni industriali; che, in sostanza, la dimensione partecipativa, anche se cospicua, risulta non poco anomala, parte di un “giro” più grande di lei, troppo grande.
Non dimentichiamo, infine, che la partecipazione può reggere se apporta efficienza e, soprattutto, se viene chiesta o accettata con convinzione dai lavoratori. In circostanze eccezionali, essa può essere proposta e sostenuta dalla rappresentanza sindacale ma ciò, nel medio e lungo periodo, non basta.


























