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Home - Notizie del giorno - Ex Ilva, “incontro insoddisfacente”, “come un dejavù”: Fiom e Uilm respingono la richiesta di cassa integrazione, cautela dalla Fim

Ex Ilva, “incontro insoddisfacente”, “come un dejavù”: Fiom e Uilm respingono la richiesta di cassa integrazione, cautela dalla Fim

2 Luglio 2024
in Notizie del giorno, In evidenza
Ilva, sbloccata la trattativa

È terminato l’incontro al ministero del Lavoro sulla procedura di cassa integrazione per 5.200 lavoratori dell’ex Ilva, con un esito “non soddisfacente” per i sindacati “in quanto è stato confermato che non è stato ancora sbloccato il prestito ponte di 320 milioni di euro, risorse necessarie per il piano di ripartenza”. Così Loris Scarpa, coordinatore della Fiom-Cgil per la siderurgia.

“L’azienda in amministrazione straordinaria ha ribadito la propria impostazione sull’avvio della cassa integrazione per 5.200 lavoratori. Sono fondamentali, per la prosecuzione della discussione, gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e la messa in funzione del secondo altoforno”. A oggi, però, “il piano per la ripartenza che è stato presentato in Confindustria a Roma il 7 maggio scorso è in contraddizione con i numeri prospettati di cassa integrazione. Lo sblocco delle risorse è centrale e condizione imprescindibile per realizzare un accordo di ripartenza”. Per la Fiom-Cgil “il cambio effettivo delle relazioni sindacali avviene se si costruiscono le condizioni per arrivare ad un accordo, dal momento che l’unico ancora in vigore è quello del 2018″.

Prospettiva condivisa anche da Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm, e Davide Sperti, segretario della Uilm Taranto, che sottolineano la mole dei lavoratori coinvolti nella procedura: “Numeri quasi raddoppiati” rispetto alla cig precedente, “senza confrontarci seriamente su una prospettiva che dia certezze a 20mila lavoratori di tutto il sistema ex Ilva, compresi le migliaia di lavoratori del sistema degli appalti per i quali permane una condizione di grave sofferenza e incertezza sotto ogni punto di vista”.

Un incontro che è stato come “un dejavù. Ancora una volta, dal 2019, anno della prima cassa integrazione unilaterale da parte di ArcelorMittal, siamo di nuovo a parlare di cigs a fronte di migliaia di lavoratori e famiglie che invece soffrono da anni, in attesa di risposte sul loro destino”.

“Per quanto ci riguarda – precisano -, fermo restando l`integrazione salariale alla cigs che deve essere riconosciuta ai lavoratori, a prescindere dall`eventuale accordo, per alleviare le gravi difficoltà persistenti, non si può continuare a parlare solo di cassa integrazione, legata alla durata dell`amministrazione straordinaria, senza avere un percorso di ripresa di tutte le attività e che ci faccia vedere una prospettiva di risalita produttiva e di rientro di tutti i 5.200 lavoratori, avendone già 1.600 in cigs nell`Ilva in AS, e che dia garanzie anche ai lavoratori delle aziende dell`indotto”.

“E’ altrettanto chiaro – sottolineano ancora Gambardella e Sperti – che è complicato discutere di cassa integrazione alla vigilia dell`ennesima procedura di vendita, annunciata dal ministro Adolfo Urso, per la quale è a noi sconosciuto il perimetro industriale ed i vincoli dei livelli occupazionali con cui verrà avviato il bando. È indispensabile avere certezza delle adeguate risorse messe a disposizione per l`annunciato piano di ripartenza, a partire dal prestito ponte di 320 milioni, di cui si è ancora in attesa dell`approvazione da parte della Commissione europea, fra l`altro insufficienti anche per fare la sola manutenzione di tutti gli impianti”.

“Se si vuole veramente rilanciare Ilva c`è bisogno di risorse che permettano l`acquisto di materie prime per un volume d`affari potenziale di diversi miliardi – aggiungono – altrimenti non c`è discontinuità rispetto alla gestione Mittal e si continuerà a tirare a campare solo qualche altro mese. Se l`ex Ilva è stata dichiarata per legge un gruppo strategico nazionale, il Governo deve intervenire con misure straordinarie per garantire la continuità produttiva. E se l`ex Ilva dovrà essere messa sul mercato dovrà essere fatto valorizzandone tutte le potenzialità di tutti gli impianti del gruppo e di tutto il personale e con i lavori dei forni elettrici già avviati, come da impegno del Governo. Per questo ieri abbiamo inviato la richiesta di aggiornamento del tavolo presso la presidenza del consiglio dei ministri”.

“Per tutte queste ragioni, respingiamo con determinazione questo ennesimo tentativo di prendere tempo a discapito del futuro di migliaia di persone e con il concreto rischio di generare un disastro ambientale, industriale e occupazionale”, concludono Gambardella e Sperti.

Più cauti dalla Fim-Cisl. Per il segretario nazionale Valerio D’Alò “l’incontro odierno ha risposto in gran parte alle nostre aspettative su quanto ci aspettavamo da questo incontro. Un incontro – precisa – che non aveva l’obiettivo di entrare nel dettaglio e nei numeri della Cassa Integrazione, quanto piuttosto la necessità di avere chiarimenti da parte dell’Amministrazione Straordinaria di Acciaierie D’Italia, un aggiornamento sulla prospettiva del Gruppo e il Piano di ripartenza. L’azienda ci ha fornito un primo aggiornamento su aumento dei fornitori, sugli acquisti e sui primi investimenti per rimettere in moto gli impianti. Ci hanno anche dato primo riscontro rispetto al Piano”.

“Noi abbiamo posto dei punti precisi rispetto all’uso della Cassa – sottolinea il segretario della Fim – che sarà per ora inevitabile vista la produzione di circa 1 milione di tonnellate di acciaio, anzi già in uso dal 20 febbraio 2024 data di avvio dell’Amministrazione Straordinaria”. La richiesta, comunque, è di una gestione “lontana da quella disastrosa della Morselli e che deve prevedere oltre alla rotazione tra i lavoratori, un’integrazione salariale e la formazione per tutti i lavoratori. Su questo l’azienda ha dato le sue disponibilità – anche sull’integrazione salariale del 70% – portando questa cassa al livello di dei lavoratori di Ilva in AS”.

“Abbiamo richiesto – continua D’Alò – anche la tutela all’interno del percorso di rilancio di tutto il bacino di lavoratori (1600 circa) e con essa il riconoscimento dell’accordo che firmammo in sede ministeriale nel 2018 che tratta proprio questo aspetto. Anche su questo abbiamo ricevuto disponibilità da parte dell’azienda. Allo stesso modo – aggiunge – come condividiamo la fotografia attuale del milione di produzione, così chiederemo che l’andamento de numeri della procedura vada diminuendo in base al riavvio degli impianti e all’aumento produttivo. Durante l’incontro l’azienda ci ha inoltre comunicato che riconoscerà in pieno gli aumento salariali previsti dal CCNL dei metalmeccanici senza riassorbire gli stessi sui superminimi – come richiesto dalla Fim”.

“Resta per noi imprescindibile -conclude il segretario nazionale – , che al di là dell’esclusione dei manutentori dalla Cassa, i numeri di partenza della stessa rispondano alle esigenze di salvaguardia degli impianti e rispetto dei coefficienti di rimpiazzo. Su questo ancora siamo lontani da numeri condivisi. Infine per poter dare prospettiva agli impianti di finitura (tubifici, Laf, Pla2) abbiamo chiesto l’azienda che venga percorsa la strada di acquisto di bramme”.

L’incontro è stato aggiornato a dopo la convocazione a Palazzo Chigi, come richiesto unitariamente da Fim, Fiom, Uilm.

e.m.

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