È allarme energia. Lo shock che la guerra in Iran ha innescato, con l’impennata dei costi dei bene energetici dovuta al blocco dello Stretto di Hormuz, sta mettendo in allarme imprese e sindacati. Gli scenari che i vari centri studi hanno elaborato non promettono nulla di buono per la nostra economia, soprattutto nel caso in cui la fine del conflitto non dovesse essere rapida.
Una situazione che richiama alla mente il 2022, anno di inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, quando il caro bollette si fece sentire per imprese e famiglie. Confcommercio, in un’analisi realizzata con il CER, Centro Europa Ricerche, ha spiegato come l’attuale shock abbia, in parte, caratteristiche diverse rispetto alla crisi energetica generata dalla guerra in Ucraina. Sul petrolio l’andamento dei prezzi è stato inizialmente simile, ma nel caso iraniano l’incremento risulta più prolungato, arrivando a circa il +50% rispetto ai livelli pre-crisi, contro poco più del 30% registrato nel 2022. Per il gas, invece, la dinamica è opposta: la guerra russo-ucraina aveva prodotto un picco molto più elevato, fino a circa un +160%, ma temporaneo, mentre il conflitto in Iran sta determinando aumenti più contenuti ma comunque significativi.
Per quanto riguarda gli esiti sulle bollette delle imprese del terziario, nella sua analisi Confcommercio ha immaginato due scenari. Il primo, quello di base, ipotizza, per i prossimi mesi, una stabilizzazione dei prezzi su quanto osservato nei primi nove giorni dell’offensiva. Per le attività del terziario questo si tradurrebbe in un rialzo dell’energia dell’8,5%, passando da una media di 20.521 euro nel primo bimestre 2026 a 22.269 euro di marzo. Nella seconda ipotesi, con il protarsi delle ostilità, il balzo sarebbe del 13,9%, rispetto alla media di gennaio-febbraio, con una spesa di 23.380 euro e con un incremento medio aggregato della spesa di tutti i settori di 2.853 euro. Analogamente, per il gas gli incrementi sarebbero, per lo scenario base, del 30%, passando da una media di 7.833 euro nel primo bimestre 2026 a 10.181 euro, e del 43,5% nello scenario peggiore, con un aumento della bolletta di 3.408 euro, da 7.833 euro a 11.241 euro.
Se guardiamo nel dettaglio le singole strutture, le più colpite sono gli alberghi medi e le grandi superfici di vendita, rispettivamente con un consumo medio di 230 mila KWh e di 175 mila KWh. Per i primi, nell’ipotesi peggiore, l’aumento del prezzo dell’energia elettrica comporterà nel mese di marzo un aggravio che potrà arrivare a 965 euro, quello del gas fino ad oltre 1.200 euro mensili. Per le seconde gli incrementi sarebbero di 744 euro per la bolletta elettrica e 445 euro per il gas. Per un bar con un consumo medio di 17 mila KWh, gli incrementi sono rispettivamente 87 e 196 euro. Simile l’impatto per i negozi non alimentari con un consumo medio di 16 mila KWh, mentre per i ristoranti con un consumo medio di 31 mila KWh l’incremento della bolletta elettrica sarebbe di 146 euro, per il gas 508 euro.
Si tratta, dunque, di aggravi che colpiscono soprattutto le micro e piccole imprese, già esposte alla volatilità dei mercati energetici e con minore capacità di assorbire nuovi aumenti dei costi. Tra gli interventi richieste da Confcommercio misure di contenimento delle volatilità energetica e una piana attuazione del decreto bollette. Per evitare che i piccoli esercizi paghino il prezzo più alto, Confcommercio ritiene prioritario favorire processi di aggregazione della domanda per permettere alle imprese di imprese meno strutturate di accedere a contratti di lungo periodo per l’acquisto di energia da rinnovabili e semplificando gli investimenti per l’efficienza energetica.
Preoccupazione arriva anche dalla Cna. Se le attuali quotazioni del greggio e del gas dovessero durare fino a maggio ci sarebbe un rincaro di 6 miliardi per le imprese rispetto al 2025, mentre se la situazione dovesse protrarsi fino a dicembre la stangata sarebbe intorno ai 30 miliardi in più. “Costi energetici – afferma Cna – che rischiano di andare fuori controllo per 300mila piccole imprese che impiegano oltre 1,5 milioni di dipendenti”. Realtà produttive – centri estetici, lavanderie, meccatronici, autotrasporto, lavorazione della ceramica e del vetro, lapidei – che non consumano elevate quantità di energia, ma sono più vulnerabili ai rincari e dove il peso dell’energia ha un’incidenza sui costi totali tra il 12 e il 40%.
Come nella crisi del 2022, le tinto-lavanderie sono le più sensibili ai rincari delle bollette. L’incidenza sul totale dei costi l’anno scorso è stata del 35%, con una spesa media di 17mila euro l’anno e la prospettiva per le 14mila imprese del settore di arrivare a 22mila euro. Tra le attività ad alta intensità energetica anche i centri estetici per i quali l’incidenza delle bollette oscilla tra il 23 e il 32% in funzione delle tecnologie utilizzate e una spesa annua per gas e energia elettrica tra 32mila e 46mila euro.
Per le 10mila imprese che lavorano nella concia del cuoio l’energia elettrica pesa tra il 15 e il 20% dei costi complessivi, analoga incidenza per la lavorazione del ferro e la ceramica, mentre per le aziende del settore vetro, gas ed elettricità oscillano tra il 15 e il 30% in base alla tipologia di lavorazioni. Per le oltre 40mila imprese che producono articoli da forno la bolletta rappresenta circa il 14% dei costi mentre sfiora il 20% per gli autoriparatori. Incidenza superiore al 10% per le 9mila imprese del settore lapidei che operano nella trasformazione. L’energia pesa meno sulle imprese della trasformazione alimentare, circa il 7% dei costi totali e della meccanica, tra il 4 e il 5%, più sensibili alle oscillazioni delle materie prime che rappresentano intorno al 30% dei costi di produzione.
Per contenere gli effetti dell’aumento dei prezzi di greggio e gas il governo ha deciso un taglio delle accise di 25 centesimi al litro. Una prima misura di questo tenore è stata approvata con un decreto legge il 18 marzo scorso, per una durata di 20 giorni fino al 7 aprile, e poi estesa fino al 1° di maggio per il perdurare del conflitto che sta bloccando lo Stretto di Hormuz. Una dilazione che però non ha soddisfatto, in parte, diverse rappresentanze del mondo del lavoro.
Confartigianato, per bocca del suo presidente, Marco Granelli, rilevare la “necessità di ampliare gli interventi di riduzione delle accise al settore del trasporto persone, che occupa 85.000 addetti, e sottolinea che nel Dl Bollette si poteva fare di più per ridurre i costi energetici a carico delle piccole imprese”. Sulla stessa linea anche le associazioni ANAV, ASSTRA ed AGENS che lamentano l’assenza anche nel secondo decreto legge sui carburanti qualsivoglia misura a sostegno di tutti i comparti dell’autotrasporto passeggeri.
“Le quotazioni odierne del prezzo del gasolio – spiegano in una nota – registrano l’ennesimo rialzo, un +21% rispetto all’inizio del conflitto in Medio Oriente che impone al settore maggiori costi per oltre 40 milioni di euro mensili e quasi 500 milioni di euro su base annua. L’entità della situazione è tale da richiedere misure straordinarie per tutelare le aziende e garantire l’equilibrio economico dei contratti di servizio e dei bilanci”.
“Il protrarsi del conflitto e il rischio più che realistico di ulteriori impennate del prezzo dei prodotti petroliferi sui mercati internazionali delineano un quadro di crescente e grave difficoltà per un settore che garantisce la mobilità di quasi 7 milioni di cittadini ogni anno e per il quale il gasolio rappresenta la seconda voce di costo, dopo quella per il personale, con un’incidenza di circa il 20% sui conti aziendali. In questo contesto, il trasporto collettivo diventa ancora più essenziale per mitigare il rincaro dei carburanti sulle famiglie e garantire una mobilità accessibile a tutti”.
“Il taglio temporaneo delle accise appena prorogato fino al 1° maggio – spiegano le associazioni – ha un impatto nullo per le imprese del settore che utilizzano gasolio commerciale soggetto ad accisa ridotta. Urgono correttivi adeguati e ad hoc per le imprese del settore al fine di garantire la continuità dei servizi a favore dei cittadini e salvaguardare l’equilibrio economico dei bilanci aziendali. La crisi non è destinata a rientrare nel breve termine, pertanto chiediamo che con immediatezza vengano estese a tutte le imprese del trasporto pubblico locale soggetto ad obblighi di servizio pubblico e del trasporto commerciale di linea e di noleggio le misure di recupero dei maggiori sostenuti per l’acquisto di carburanti già adottate per il settore dell’autotrasporto merci”.
Un giudizio critico arriva anche dalla Cgil paragona il secondo taglio al prelievo fiscale sui carburanti un “pannicello caldo di fronte a una crisi energetica che si sta trasformando rapidamente in una crisi economica e sociale perfino peggiore di quella causata dalla guerra in Ucraina. Altri 500 milioni di euro a spese del contribuente, e degli investimenti in energie rinnovabili, che servono più a garantire gli extra-profitti delle compagnie energetiche che a difendere il potere d’acquisto dei cittadini”.
“Inoltre, si continua a non mettere in campo alcuna scelta strutturale, a partire da quella più importante: alzare significativamente la produzione di energie rinnovabili. Occorrerebbero poi il disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas, misure a sostegno di famiglie e imprese finanziate innanzitutto tassando gli extra-profitti delle compagnie energetiche e un tetto ai prezzi dell’energia” sostiene la confederazione di Corso d’Italia.
In merito all’uso di energia derivante da fonti rinnovabili, per compensare i picchi dei costi e ridurre la dipendenza del nostro paese, Italy for Climate, il centro studi di Fondazione Sviluppo Sostenibili, ha segnalato una prima riduzione nel 2025 delle installazioni di rinnovabili, passando da 7,5 a 7,2 GW (-4%). Secondo il centro studi tra il 2008 e il 2014 l’Italia ha più che raddoppiato la potenza installata di fonti rinnovabili, cresciuta da 24 a 51 GW, e con essa la produzione di elettricità, salita da 54 a 112 miliardi di kWh. Grazie a questo il paese è riuscito a tagliare la quota del fabbisogno energetico soddisfatta da importazioni dall’83% al 76%. Si tratta, in termini concreti, di oltre 30 milioni di barili di petrolio o 5-6 miliardi di metri cubi di gas naturale in meno ogni anno che, al prezzo di mercato di 0,6 euro/smc, equivalgono a un risparmio su base annua di circa 3,5 miliardi di euro.























