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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - L’Apocalisse di Pasquetta

L’Apocalisse di Pasquetta

di Maurizio Ricci
1 Aprile 2026
in Poveri e ricchi
L’Apocalisse di Pasquetta

DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

L’Apocalisse è in programma per Pasquetta. Lunedì, infatti, scade l’ultimatum di Donald Trump all’Iran: se non riaprite lo stretto di Hormuz, distruggo le vostre centrali elettriche e dell’acqua potabile. Per quanto si è visto finora, è altamente probabile che la risposta di Teheran sia rispondere attaccando, a sua volta, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dei vicini paesi arabi, alleati degli Usa, sprofondando, a questo punto, nel buio e nel caos tutto il Golfo Persico e il cuore del sistema petrolifero mondiale. Naturalmente, è anche possibile che Trump faccia, ancora una volta, marcia indietro, con una nuova dilazione o, semplicemente – come è nel suo stile – smetta di parlare di questo ultimatum. Anche una guerra che continuasse al ritmo attuale, tuttavia, per i protagonisti e per il resto del mondo significherebbe comunque scampare all’Apocalisse per rassegnarsi ad un durissimo Purgatorio. Visto che una tregua, infatti, non sembra sul tavolo, prolungare la paralisi dello stretto di Hormuz anche solo di qualche settimana, fino a maggio, farebbe schizzare il prezzo del greggio a 200 dollari al barile e anche oltre, assicurano esperti e tecnici del settore, accatastando allarmi rossi uno dopo l’altro.

Nel pessimismo generale, chi mantiene il sangue freddo sono, paradossalmente, quelli che sul barile scommettono davvero, con i propri soldi. Come il resto del mondo finanziario, anche gli operatori del mercato del petrolio, infatti, non prendono Trump sul serio, convinti che gli ayatollah abbasseranno la testa o, forse più facilmente, che Trump, alla fine, lasci perdere l’Iran. Questo, almeno, dicono le quotazioni sul mercato del petrolio. Il barile, entro maggio, si piazza a 118,65 dollari, come impone l’emergenza attuale. Ma già per settembre si può comprare a 90 dollari e a poco più di 80 l’anno prossimo. Un rincaro non indifferente, rispetto ai 60 dollari prebellici, ma non una corsa fuori controllo. Le quotazioni del metano (dove le difficoltà di fornitura sono già più consistenti per i danni ai giacimenti) sostanzialmente confermano: 53 euro a metro cubo ora e nei prossimi mesi (quasi il doppio rispetto a febbraio) fino all’aprile 2027, quando comincia a scendere.

Chi resterà scottato? Economisti e diplomatici nel loro orgoglio o finanziarie e commercianti nei loro portafogli? Chi segue l’emergenza con il fiato sospeso e, con le dita incrociate, tifa per la finanza, sono le banche centrali, in testa la Bce che vede materializzarsi, ad un orizzonte vicino, lo spettro più temuto: la stagflazione. A fine aprile, prossimo appuntamento del board Bce, Christine Lagarde e soci, infatti, manterranno invariati i tassi di interesse, ma potrebbero dover tornare presto a stringere credito ed economia per frenare l’inflazione.

In realtà, lo sconquasso da barile è un classico esempio di choc dell’offerta e i manuali di politica monetaria spiegano che, in questi casi, poco possono fare le banche centrali: aumentare i tassi di interesse non fa apparire magicamente il petrolio. La banca centrale, per così dire, gioca in un altro campionato: le manovre sui tassi incidono non sull’offerta, ma sulla domanda, consumi e investimenti, rendendoli meno convenienti. Ecco, dunque, che, se hanno ragione i mercati e lo choc è temporaneo, il petrolio, dopo l’attuale picco, rientrerà a livelli più accettabili e la Bce potrà gestire la situazione con misura e con calma, tenendo anche conto che le manovre sui tassi hanno effetti concreti ritardati di almeno un anno.

Ma l’esperienza fatta con l’impatto di Covid e invasione dell’Ucraina è troppo vicina. Allora la Bce, convinta che lo choc fosse temporaneo, esitò molto a lungo prima di stringere con decisione la politica monetaria. Troppo a lungo, secondo molti e Francoforte teme di ricadere nello stesso errore. Un aumento dell’inflazione c’è già stato: in Europa (il dato che ci interessa perché è quello su cui ragiona la Bce) i prezzi sono cresciuti dell’1,2 per cento fra marzo e febbraio e risultano più alti del 2,5 per cento rispetto ad un anno fa. Già gli analisti prevedono, per i prossimi mesi, una salita anche al 3 o al 4 per cento. Per evitare che le aspettative di inflazione si solidifichino, innescando la rincorsa fra aziende che alzano i prezzi e sindacati che rivendicano un recupero dei salari, a Francoforte sono già pronti, dunque, ad agire sulla leva dei tassi per rallentare l’attività economica e togliere benzina (questa, solo metaforica) alla rincorsa prezzi-salari.

Ma, come nei peggiori incubi, la situazione è di quelle in cui tutte le scelte sono sbagliate o, comunque, ti si ritorcono contro. Alzare i tassi di interesse, infatti, significa gravare sui costi delle imprese, già appesantiti dai rincari dell’energia, aprendo la strada alla recessione. E’ lo scenario peggiore, quello della stagflazione.

Purtroppo, anche tifare per una rapida conclusione del conflitto non basta. Magari scamperemo alla stagflazione, ma una parte del conto della guerra lo dobbiamo pagare comunque e subito. Lo vediamo negli annunci sulle bollette noi consumatori. Ma anche, nei suoi conti, economici e politici, il governo Meloni, che già aveva i suoi guai.

La logica della manovra finanziaria impostata quest’anno da Meloni e Giorgetti, infatti, era di tenere il rapporto deficit/Pil sotto il 3 per cento, in modo da stare nei canioni e sottrarsi ai vincoli della procedura di infrazione aperta dalla Ue, così da avere maggiori margini di manovra il prossimo anno (che è anche quello elettorale). La rincorsa delle accise, l’oscurarsi delle prospettive economiche, l’incombere dell’inflazione hanno vanificato questa strategia. Si riparte in salita.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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