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Home - Rubriche - Giochi di potere - Il centrodestra ribaltato dopo la vittoria del no. L’unicum di Salvini che rifiuta un ministero e l’azione tranquillizzante di Marina Berlusconi

Il centrodestra ribaltato dopo la vittoria del no. L’unicum di Salvini che rifiuta un ministero e l’azione tranquillizzante di Marina Berlusconi

di Alberto Gentili
2 Aprile 2026
in Giochi di potere
L’ “anno molto peggio’” di Meloni, insidie e opportunità per Giorgia

LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

Prima del referendum, Giorgia Meloni era come un disco rotto. “Anche se vincerà il No, non cambierà nulla per me e per il governo”, ha ripetuto la premier fino allo sfinimento. Invece i 15 milioni di italiani accorsi alle urne, stracciando ogni previsione, per dire “No” alla presidente del Consiglio, di cose ne hanno cambiare per l’esecutivo di centrodestra. Eccome. La novità più eclatante è stato il repulisti: Giorgia che impugna la ramazza. Via, in un colpo solo, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, la capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio Giusi Bartolozzi e la ministra del Turismo Daniela Santanché. Tre capri espiatori cui addebitare la sconfitta.

C’è però un altro evento, meno vistoso, che dimostra quanto la batosta referendaria abbia cappottato il governo e la coalizione di centrodestra: il rifiuto di Matteo Salvini a prendersi il ministero dello Sviluppo economico. Un unicum. Mai, nella storia repubblicana, un partito aveva respinto un dicastero di tale portata. Per di più gratis: in cambio Meloni non voleva nulla. Le sarebbe bastato spostare Adolfo Urso al Turismo al posto della Pitonessa e lì, nella prestigiosa poltrona di via Veneto, avrebbe volentieri collocato Luca Zaia. Ma il Doge e il suo segretario hanno, appunto, detto di no.

Eppure, da tempo Salvini era a caccia di maggior peso per la Lega. Tanto più perché il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, fu imposto da Sergio Mattarella e il segretario leghista l’ha sempre considerato come un “tecnico”. E perché, nonostante i numerosi tentativi, il re del mojito non è riuscito a rimettere le mani sul Viminale che Meloni ha affidato a Matteo Piantedosi, ex capo di gabinetto di Salvini, facendolo passare per un leghista. Ma, in un sussulto di lucidità, il leader del Carroccio ha capito che l’offerta dello Sviluppo economico (ministero ribattezzato nel 2022 del Made in Italy e delle imprese in ossequio al nazionalismo di Fratelli d’Italia) era una grossa fregatura. “Abbiamo già sul groppone l’Economia con Giorgetti, se ci carichiamo sulle spalle anche lo Sviluppo e le crisi industriali, finisce che alle elezioni ne usciamo con le ossa rotte, in un bagno di sangue”, è stato il ragionamento del segretario leghista.

Ebbene, proprio questa è la prova ulteriore che, dopo il referendum, il governo è messo davvero male. E, purtroppo, anche l’Italia. Il quadro economico, a causa della guerra scatenata in Iran dall’amico Donald Trump, è infatti a tinte fosche. Le previsioni di crescita sono passate da un asfittico 0,6% a un penoso 0,4%. L’inflazione è stimata al 2,4% quest’anno, contro una previsione iniziale dell’1,7%.

E non sono le uniche brutte notizie. Come se non bastasse, con ogni probabilità, è evaporato anche il sogno di Giorgia di varare a fine anno una legge di bilancio espansiva. Vale a dire: elettorale. L’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, è infatti decisamente improbabile a causa di un’impennata del rapporto deficit-Pil dovuto ai colpi di coda dei bonus edilizi a favore dei condomini. Il verdetto di Eurostat si conoscerà il 22 aprile. Ma Giorgetti coltiva poche speranze.

In più, tra ministero dell’Economia e quello dello Sviluppo, c’è fa fronteggiare il caro-bollette e l’impennata di gasolio e benzina. E c’è da fare i conti con la speculazione che farà lievitare il carrello della spesa degli italiani, portando ancora più in alto gli indici sulla povertà. Rogne decisamente fastidiose. Da qui il niet di Salvini al dicastero attualmente occupato da Urso: “Non chiediamo niente, non chiediamo cambi nella squadra di governo, non vogliamo rimpasti”, ha messo a verbale ufficialmente. E con i suoi ha sibilato: “Ci vogliono dare lo Sviluppo, ma quale sviluppo, qui si rischia la recessione…”.

In un mondo diventato al contrario, a causa della crisi strisciante innescata dalla sconfitta referendaria, per fortuna c’è Marina Berlusconi. Lei, almeno, ha garantito continuità rispolverando, dopo la bocciatura della riforma della giustizia, l’impostazione padronale di Forza Italia del papà. Della serie: “E’ mia, la finanzio io, la gestisco io”. Quasi un tranquillante per Meloni & Co. in giorni e settimana dove nulla sembra tornare al suo posto.

Mentre Salvini sfogliava la margherita (poltrona allo Sviluppo sì, poltrona allo Sviluppo no) la presidente Fininvest si è mostrata determinata a dettare la linea: “Dobbiamo essere più liberal e liberali”. Ma, qui sta un altro problema, una rivoluzione liberale non si costruisce scandendo ordini. Richiede posizioni chiare, forti, ben riconoscibili sui diritti civili, sulla politica estera, in economia. E finché Forza Italia starà nel centrodestra, sotto il cappello di Meloni, questa svolta è soltanto un sogno. Una chimera.

Certo, Marina da tempo coltiva la tentazione di affrancarsi dalla premier. Ma, per prendere il largo, servirebbe un altro sistema elettorale. In primis, occorrerebbe il meccanismo proporzionale puro che, fino a Mani Pulite, ha governato l’Italia. Finché regge il bipolarismo muscolare inaugurato proprio da Silvio Berlusconi, non c’è spazio per terze forze liberal-democratiche e non c’è modo di defenestrare Meloni. Per averne conferma basta chiedere a Carlo Calenda, rimasto solo soletto a vivacchiare sotto il 3%. Oppure, servirebbe che la Cavaliera o il fratello Pier Silvio scendessero direttamente in campo per sfidare Meloni. Ma i due eredi dell’Unto del Signore non si sentono pronti o adeguati al ruolo. E, soprattutto, hanno tantissimo da perdere: le concessioni tv, le aziende, le partecipazioni bancarie. La questione che arrovella i capi del Biscione: “Ha senso mettere a rischio tanta ricchezza?”. La risposta è stata, e con ogni probabilità resterà, un “no”. Insomma, ha prevalso e prevarrà la prudenza.

Così, almeno su questo fronte, Meloni può stare serena. Per ora.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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