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Home - Rubriche - Giochi di potere - Tutti gli indicatori contro Meloni, rischio harakiri per la sinistra

Tutti gli indicatori contro Meloni, rischio harakiri per la sinistra

di Alberto Gentili
8 Aprile 2026
in Giochi di potere
Meloni, l’underdog dal consenso inossidabile ottenuto rinnegando sé stessa

GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Forse Giorgia Meloni non avrà perso il “tocco magico”, come sostiene Matteo Renzi. Di certo, però, la sua buona stella si è appannata. E non solo per la batosta subita ai referendum, per quei 15 milioni di “No” piovuti dolorosamente sulla testa della premier. A indicare una congiuntura astrale negativa, proprio nei mesi che precedono le elezioni, sono anche altri fattori. Ma Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Ernesto Maria Ruffini e tutti gli aspiranti protagonisti del Campo largo, farebbero bene a non cantare vittoria prima del tempo. Il rischio di fare harakiri è notevole, il tafazzismo a sinistra non passa mai di moda.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dal quadro, insolitamente a tinte fosche, in cui si ritrova incorniciata Meloni. Il primo dato, il più allarmante per Giorgia e la Fiamma magica, arriva dal fronte economico. Accade infatti che Donald Trump, l’amichetto della premier, ha pensato bene di sferrare una guerra contro l’Iran in compagnia di Benjamin Netanyahu. E il tycoon l’ha fatto (tant’è che negli States sono sempre più numerosi quelli che lo vorrebbero internare in un manicomio criminale) senza valutare le conseguenze dell’attacco sull’economia mondiale. Petrolio e gas schizzati alle stelle. Inflazione e recessione date per scontate. Aumento della fame e della povertà nel pianeta. Poi The Donald, dopo aver svalvolato e minacciato di annientare “la civiltà iraniana”, ha siglato una tregua di due settimane in modo da far riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma nessuno sa come finirà, vista la follia dell’energumeno di Washington. Così restano alti i prezzi di benzina e gasolio. In alto salgono le bollette di luce e gas. E l’impennata del carrello della spesa, dicono gli esperti, renderà ancora più arduo per le famiglie arrivare a fine mese.

Un vero bollettino di guerra, in tutti i sensi. E a pagarne il prezzo alle urne, da che mondo è mondo, è chi guida il governo. Tanto più che la crescita è al palo, l’inflazione torna a salire, il potere di acquisto dei cittadini continua a calare, la “povertà assoluta” (dice l’Istat), riguarderà più di un italiano su dieci. E c’è di più. C’è che al contrario di quanto previsto, Meloni non è riuscita a riportare il rapporto deficit-Pil al 3%. Dunque non potrà fare a dicembre una legge di bilancio “espansiva”, vale a dire elettorale, con cui sforbiciare tasse, alzare pensioni, distribuire mance di qua e di là. Non avrà il modo, insomma, per mantenere le tante promesse che nel 2022 la portarono a palazzo Chigi. Non a caso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, alla disperata ricerca di soldi, ha rispolverato un ever green italico: la richiesta a Bruxelles di flessibilità sui conti e sui parametri di bilancio.

Eppure, a Meloni travestirsi da Befana con la prossima Finanziaria sarebbe stato quanto mai utile. Sarebbe servito alla premier per provare a riallacciare quel “legame profondo” che si vantava di avere con gli italiani e che invece il referendum sulla giustizia ha dimostrato essere più che sfilacciato. E per tentare di mettere in ombra la mancanza di una classe dirigente all’altezza, come dimostrano scandali e inchieste che rincorrono dall’inizio della legislatura ministri e sottosegretari di Fratelli d’Italia.

Non solo. All’appuntamento elettorale della prossima primavera-autunno – sempre che non decida di imboccare la strada delle elezioni anticipate – Meloni ci arriverà con un lascito davvero misero. Anzi, del tutto assente. Il centrodestra era partito annunciando l’autonomia differenziata, l’elezione diretta del premier e la separazione delle carriere dei magistrati. Invece nessuna riforma arriverà in porto. E Giorgia, al di là del (probabile) record di governo più longevo della storia repubblicana che raggiungerà a settembre, non avrà niente da lasciare ai posteri. Anzi, una cosa l’avrà: la moltiplicazione dei reati, in nome del populismo penale, il raddoppio dei minorenni nelle patrie galere. E i miliardi di euro buttati per gli inutili centri in Albania dove deportare i migranti.

Se a tutto questo si aggiungono il malessere della Lega e Matteo Salvini azzoppato, la comparsa di un “nemico a destra” che risponde al nome del generale Roberto Vannacci e la tentazione di Marina Berlusconi di affrancare Forza Italia dal sovranismo e dall’ultradestra, c’è chi potrebbe dare Meloni per spacciata.

Così però non è. Perché l’underdog della Garbatella è una che ha lottato tutta la vita e non si arrenderà facilmente. E perché, soprattutto, il Campo largo è ancora solo un’ipotesi. Con il rischio che Schlein e Conte alla fine si facciano fuori a vicenda, determinati come sono a mettere le mani su palazzo Chigi solo in nome e per conto della propria ditta e non per la coalizione.

Insomma, il fronte progressista si trova davanti all’occasione di poter chiudere la partita calciando un bel rigore. Ma l’ennesima eliminazione in Bosnia dell’Italia del calcio, insegna che il tiro dagli undici metri non sempre finisce bene. Ci vogliono leadership, unità di squadra, intensità agonistica. Talenti rari in questa sinistra. E soprattutto ci vorrebbe la consapevolezza che i 15 milioni di “No” raccolti il 23 marzo non sono appannaggio del fronte progressista. Vanno conquistati, uno ad uno.

Chissà.

Alberto Gentili

 

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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