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Home - Approfondimenti - Analisi - Il sindacato sia partner industriale dell’impresa

Il sindacato sia partner industriale dell’impresa

9 Luglio 2009
in Analisi

di Giuseppe Gherzi, DG Unione Industriali Torino

Per una riflessione sul sindacato di domani può essere utile muovere dalla considerazione di due casi che in questi ultimi mesi hanno avuto largo spazio nelle cronache di tutto il mondo.
Il primo caso da prendere in esame è quello del sindacato industriale americano. La United Automobile Workers of America ha riguadagnato un’indubbia posizione di rilievo nel confronto sul futuro dell’auto negli Stati Uniti. Ciò non si deve soltanto al fatto che le organizzazioni sindacali Usa sono in credito, in un certo senso, con l’amministrazione Obama, per aver attivamente sostenuto a suo tempo la campagna elettorale del nuovo presidente. La Uaw è tornata ad essere centrale nella discussione in atto sul destino dell’industria americana per le scelte che ha compiuto durante i lunghi mesi di travaglio che hanno portato a delineare un percorso e una soluzione della crisi della Chrysler e della General Motors.
Non deve essere stato facile per un’organizzazione dei lavoratori che ha la storia della Uaw rinunciare ad alcune delle prerogative e dei diritti acquisiti nell’industria dell’auto di Detroit. Ricordiamo che la Uaw è nata dai grandi conflitti sociali degli anni Trenta, in particolare dallo sciopero di massa del 1937 che portò all’introduzione della contrattazione collettiva all’interno della General Motors. Sulla base di quel successo, il sindacato dell’auto ha costruito poi una situazione di potere e di influenza che si è tradotta in alti salari, elevate garanzie pensionistiche per gli ex dipendenti, buone prestazioni sanitarie.
Questo complesso di condizioni non è apparso più sostenibile con la crisi globale che ha investito il sistema dell’auto e le grandi case di Detroit in particolare. La Uaw ha dovuto prendere atto che non era più difendibile il divario nelle strutture di costo che divideva i produttori americani dai concorrenti stranieri, con i loro trasnplants insediati negli stati meridionali dove non vigono i contratti collettivi.
Sotto l’urgenza della crisi, la Uaw ha fatto un’operazione di assoluto realismo. Ha accettato di scambiare una riduzione dei diritti e delle tutele in cambio di un coinvolgimento nelle politiche di rilancio industriale. In concreto, ciò ha significato convertire i crediti che il fondo pensione sindacale ha nei confronti di Chrysler e General Motors, in cambio di azioni. In virtù di questo scambio, la Uaw si ritrova oggi a essere il primo azionista della Chrysler, col 55% del capitale.
Molte cose frettolose sono state scritte su quest’intesa, siglata all’ombra del potere politico e del presidente Obama. Si è detto per esempio, anche da noi, che ciò segna l’ingresso del sindacato americano sulla via della partecipazione istituzionale all’impresa.
In realtà, si è trattato di una scelta all’insegna del pragmatismo. La Uaw si è resa conto che aveva due strade davanti a sé: la prima era di difendere le prerogative acquisite, partecipando da semplice creditore al fallimento della Chrysler; la seconda era di scommettere sul piano industriale presentato dalla Fiat di Sergio Marchionne e dunque sulla possibilità di un rilancio di un nuovo complesso dell’auto su scala mondiale.
La sua partecipazione al capitale d’impresa sarà quindi temporanea, in vista del risanamento aziendale. Poi, se tutto andrà bene come speriamo, il sindacato tornerà al suo ruolo classico, ma con la consapevolezza e il vantaggio di aver contribuito in maniera determinante alla ripresa industriale.
La Uaw ha capito cioè che, prima del conflitto distributivo fra salari e profitti, viene la necessità di mantenere in piedi l’impresa, di garantire l’attività industriale. Il conflitto di interessi, fisiologico nell’impresa, è secondario rispetto all’esigenza di tenere in vita il processo di generazione della ricchezza, a costo di affrontare sacrifici anche gravosi.
L’Ig-Metall – il sindacato metalmeccanico della Germania – è invece un’organizzazione che da decenni si fonda sopra un forte potere istituzionale. Proprio il caso dell’Ig-Metall merita di essere considerato come il secondo punto di riferimento.
Il sindacato tedesco si è avvalso del potere che gli conferisce il sistema della Mitbestimmung, la cogestione, per sostenere l’offerta avanzata del gruppo di componentistica austro-canadese Magna per rilevare la Opel. L’Ig-Metall insomma ha scelto la Magna contro la proposta della Fiat e si è servita della sua notevole influenza per condizionare la decisione del governo tedesco.
Poco ha contato che il piano industriale della Magna fosse considerato da tutti gli osservatori come assolutamente inferiore a quello della Fiat. Per l’Ig-Metall ha pesato soprattutto il fatto che la Magna ha sostenuto che non fossero necessari grandi tagli alla capacità produttiva e all’occupazione della Opel, specie in Germania. Gli è bastata questa rassicurazione, senza tener conto dell’improbabilità del ritorno all’utile della Opel, che ha i bilanci in rosso da circa un decennio, annunciato da Magna per il 2011.
Nel caso tedesco, il sindacato ha concesso la preminenza alla salvaguardia immediata dei diritti acquisiti, contro la prospettiva di un autentico rilancio industriale che richiedeva invece tagli e sacrifici onerosi. Il potere istituzionale che il meccanismo della cogestione assicura al sindacato è stato usato soprattutto come un potere di veto e di interdizione; non è servito a trasformare l’organizzazione dei lavoratori in un partner autentico dell’impresa durante un grave frangente di crisi.
Quale lezione possiamo ricavare da queste due vicende per il futuro del sindacato? E’ probabile che nel medio-lungo termine emergerà più forte il sindacato che si pone come effettivo partner industriale del mondo dell’impresa, in grado di valutarne le possibilità strategiche di successo, operando una scommessa certamente rischiosa, ma che gli dischiude un avvenire basato non soltanto sulla resistenza al cambiamento.
In altri termini, per assicurarsi un futuro il sindacato deve accettare oggi di correre un rischio, di condividere il rischio d’impresa. Non è più il tempo di un’interpretazione meramente statica e difensiva del proprio ruolo. Il sindacato deve accettare di misurarsi con la strategia imprenditoriale e con una prospettiva di sviluppo di lungo termine. L’alternativa è quella di chiudersi in una sorta di ordinaria amministrazione dei diritti acquisiti che minaccia però di compromettere gli interessi dei lavoratori nel più lungo periodo.
Sarebbe bene che il sindacato italiano cominciasse a riflettere su questi nodi portati alla luce dalle esperienze internazionali. 

(Tutti gli interventi nella rubrica Opinioni)

redazione

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