In un Paese segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente domanda di cura, una riforma del lavoro domestico appare «non più rinviabile». Per questo motivo le parti sociali firmatarie del contratto nazionale del settore hanno presentato una piattaforma unitaria al Governo chiedendo un intervento legislativo urgente. Al centro, cinque priorità: tutele su malattia e maternità, incentivi per le famiglie che assumono regolarmente, una gestione più efficace dei flussi migratori e un contrasto strutturale al lavoro nero. Si tratta di un comparto coinvolge oltre 1,5 milioni di persone tra lavoratori, famiglie e assistiti e che vale quasi l’1% del PIL. Eppure, resta caratterizzato da un tasso di irregolarità tra i più alti del mercato del lavoro, caratterizzato da una fragilità strutturale e un’invisibilizzazione sostanziale. Ne parla in questa intervista la segretaria nazionale della Fisascat Cisl, Aurora Blanca.
Perché ritenete che una riforma del lavoro domestico sia oggi non più rinviabile?
In realtà questo aspetto lo avevamo già sottolineato alcuni anni fa, a seguito della pandemia da Covid. Oggi, però, l’esigenza è ancora più evidente: cresce la domanda di lavoro di cura, sia per l’aumento della popolazione anziana e non autosufficiente, sia per le famiglie che devono conciliare lavoro e cura dei figli. Il settore domestico è una leva strategica. Nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto – sottoscritto da Fidaldo, Domina, Filcams CGIL, Fisascat CISL, Uiltucs e Federcolf – sono disciplinate tre figure fondamentali: colf, badanti e babysitter. Proprio per questo riteniamo necessario inserirlo al centro di una riforma complessiva del Paese, capace di dare prospettive e nuova vitalità.
Come mai, secondo lei, le istituzioni non hanno mai affrontato davvero quello che è ormai un problema strutturale?
Il lavoro domestico è stato a lungo considerato un settore residuale, caratterizzato da un tasso di irregolarità che supera il 50%, una media più alta rispetto ad altri comparti, e composto in larga parte da lavoratrici. A ciò si aggiunge la necessità di gestire in modo adeguato il contributo dei lavoratori stranieri. C’è poi un elemento strutturale: il lavoro si svolge all’interno delle mura domestiche, rendendo questi lavoratori spesso invisibili e dando l’impressione che non contribuiscano alla crescita del Paese.
Il settore si regge in gran parte su lavoratori migranti: come dovrebbe cambiare la gestione dei flussi?
Sarebbe auspicabile aprire un tavolo di confronto con i ministeri competenti per comprendere meglio sia le esigenze di queste persone, molte delle quali sono già presenti in Italia, sia le cause del lavoro irregolare. Il tema non riguarda solo i lavoratori migranti, ma per loro assume caratteristiche più urgenti. I rapporti di lavoro durano mediamente circa cinque anni: questo implica anche una riflessione sulla contribuzione e sul riconoscimento dei diritti previdenziali, anche nei Paesi di origine, come già avviene in altri contesti. Favorire una gestione più efficace dei flussi significa anche accompagnare i percorsi contributivi e pensionistici e far emergere rapporti di lavoro oggi irregolari.
I recenti decreti del 2024 e 2025 hanno superato il meccanismo dei “click day” introducendo le assunzioni fuori quota. Sta funzionando?
Si tratta sicuramente di un passo avanti, ma non è risolutivo. Serve un confronto permanente. I flussi migratori sono cambiati nel tempo e oggi sono fortemente influenzati anche da crisi internazionali e conflitti. Le variabili in gioco sono molte. Nella nostra piattaforma non c’è una richiesta specifica su un singolo strumento, ma l’esigenza di rafforzare complessivamente il settore domestico, anche attraverso politiche più efficaci di ingresso e permanenza nel Paese.
Ma serve anche una vera politica di inclusione…
Esattamente. Non si tratta solo di colmare carenze del sistema, ma di garantire inclusione reale: permettere alle persone di sentirsi parte della società e di costruire un proprio percorso di vita, con opportunità di crescita e benessere.
Che ruolo possono avere le agevolazioni fiscali per aiutare le famiglie e incentivare la regolarità?
Gli incentivi possono sostenere la spesa privata per il lavoro di cura, analogamente a quanto avviene in altri ambiti del welfare. Oggi, invece, il lavoro domestico è quasi interamente a carico delle famiglie, spesso composte da persone anziane o fragili. Senza un supporto pubblico, il rischio è quello di alimentare ulteriormente il lavoro irregolare. L’obiettivo è costruire un sistema più equilibrato, in cui le risorse delle famiglie possano generare valore anche per il Paese. Va inoltre considerato che le famiglie datrici di lavoro non hanno gli stessi strumenti delle imprese: non sono sostituti d’imposta e, pur versando meno contributi, questo si traduce in minori tutele per i lavoratori, che oggi hanno accesso limitato alle prestazioni, come la NASpI.
Sareste favorevoli a un sistema di certificazione per le famiglie datrici di lavoro?
Il rapporto di lavoro domestico è già tracciato attraverso buste paga e versamenti contributivi, quindi una forma di certificazione sarebbe assolutamente possibile. Si potrebbe rafforzare anche il ruolo della bilateralità di settore, che già offre prestazioni integrative sia ai lavoratori sia alle famiglie.
Nel vostro piano evidenziate che il settore vale lo 0,9% del PIL e genera risparmi per lo Stato. Non c’è il rischio di delegare sempre più welfare alle famiglie?
In realtà lo Stato non sta risparmiando: piuttosto, non riesce a intercettare pienamente il potenziale fiscale e contributivo del settore. Si tratta di un comparto strategico, spesso sottovalutato, che potrebbe generare maggiori entrate. Sostenere le famiglie e rafforzare le tutele significa favorire l’emersione del lavoro regolare e, di conseguenza, aumentare le risorse disponibili per l’intera collettività.
Come si valorizza il lavoro domestico e come si organizza sindacalmente un settore così frammentato?
Il primo passo è far uscire i lavoratori dall’isolamento. In questo settore convivono due fragilità: quella delle persone assistite e quella di chi presta assistenza. Occorre riconoscere entrambe e favorire l’incontro tra questi bisogni. Parallelamente, stiamo lavorando sulla formazione e sulla certificazione delle competenze, anche attraverso il sistema di bilateralità come Ebincolf, basato su standard riconosciuti. La formazione aiuta a contrastare isolamento e stress e crea occasioni di socialità. Come organizzazioni sindacali siamo presenti in modo capillare sul territorio e promuoviamo momenti di incontro anche fuori dal luogo di lavoro. Perché il lavoro non è solo retribuzione: è anche dignità, relazione e libertà.
Elettra Raffaela Melucci























