L’Italia potrebbe perdere quasi 4 milioni di residenti entro il 2050 e oltre 13 milioni nell’arco dei prossimi 55 anni. Secondo lo scenario mediano delle nuove previsioni Istat, elaborate con base al 1 gennaio 2025, la popolazione scenderebbe da 58,9 milioni nel 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080.
Alla base c’è soprattutto il persistente squilibrio tra nascite e decessi. Il saldo migratorio con l’estero è previsto positivo per tutto il periodo, ma non sufficiente a compensare il deficit naturale. Le nascite, stimate intorno a 355mila l’anno fino al 2030, scenderebbero a 335mila nel 2050 e a 281mila nel 2080.
Per l’Istat la diminuzione della popolazione è uno degli esiti più solidi delle previsioni: nel medio periodo nessuno degli scenari considerati indica un ritorno ai livelli del 2025 e nel lungo termine la contrazione emerge anche nelle traiettorie più favorevoli.
L’inverno demografico rischia così di lasciare l’Italia con quasi 7 milioni di persone in meno in età lavorativa entro il 2050. La popolazione tra i 15 e i 64 anni è infatti destinata a ridursi in misura significativa, passando dal rappresentare il 63,4% del totale dei residenti al 55,3%. La conseguenza sarà una minore disponibilità di forza lavoro, con ricadute sul sistema economico e sul welfare.
L’aumento dei tassi di attività riuscirà ad attenuare, senza però compensarlo completamente, l’effetto della progressiva contrazione della popolazione in età lavorativa. Nel complesso, la forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scenderà da 24,8 a 21,4 milioni: circa 3,4 milioni di persone in meno. Gli uomini attivi passeranno da 14,1 a 12,2 milioni, con una flessione del 13,5%, mentre le donne attive diminuiranno da 10,7 a 9,2 milioni (-13,7%).
La maggiore partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto femminile, svolgerà dunque una funzione di parziale compensazione, limitando la perdita di forza lavoro determinata dal calo demografico. Ancora più marcata sarà la diminuzione degli inattivi. Tra gli uomini passeranno da 4,6 a 3,6 milioni (-20,8%), mentre tra le donne scenderanno da 7,8 a 5,2 milioni (-34,2%). Complessivamente, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuiranno da 12,4 a 8,8 milioni, con una riduzione del 29,2%. La componente femminile continuerà a essere la più numerosa, ma il divario rispetto agli uomini si restringerà sensibilmente.
Il quadro sarà però molto diverso a seconda delle aree del Paese. Gli attivi diminuiranno meno nel Nord-Ovest (-8,7%) e nel Nord-Est (-9,9%), mentre la contrazione sarà più accentuata nel Centro (-13,2%) e soprattutto nel Mezzogiorno, dove raggiungerà il 21,5%. Anche gli inattivi diminuiranno ovunque, ma nel Centro e nel Mezzogiorno resteranno su livelli più elevati rispetto alle altre aree, in particolare tra le donne.
Una parte della perdita di forza lavoro potrà arrivare dalle fasce di età più mature. In uno scenario caratterizzato dal calo demografico e dal contemporaneo aumento della speranza di vita, la popolazione tra i 65 e i 74 anni crescerà infatti fino al 2039, passando da 6,9 milioni nel 2025 a 9 milioni, per poi diminuire fino a 7,5 milioni nel 2050. L’Istat collega questa evoluzione anche all’ingresso nella fascia dei 65-74enni delle generazioni meno numerose nate dalla metà degli anni Settanta.
Se il tasso di attività dei 65-74enni aumentasse dall’attuale 11,8% al 16,5% nel 2050, il numero di attivi in questa fascia passerebbe da 817mila a 1,2 milioni. L’ipotesi è sostenuta dalle aumentate condizioni di sopravvivenza e di salute e dal previsto spostamento in avanti dell’età pensionabile. Considerando l’intera popolazione tra i 15 e i 74 anni, il tasso di attività salirebbe così dal 58,1% del 2025 al 60,2% nel 2050.
Anche includendo le età più mature, tuttavia, la contrazione della forza lavoro non verrebbe annullata. Tra i 15 e i 74 anni il calo sarebbe di 2,9 milioni di persone, pari all’11,5%, rispetto ai 3,4 milioni e al 13,6% registrati considerando la sola fascia 15-64 anni. Il contributo delle età mature e anziane riuscirebbe quindi a compensare la riduzione delle classi di età centrali per circa 419mila potenziali lavoratori.



























