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Home - Blog - L’Italia nel giorno della marmotta

L’Italia nel giorno della marmotta

di Nunzia Penelope
16 Ottobre 2020
in Blog
L’Italia nel giorno della marmotta

Alla fine siamo tornati al punto di partenza. Come nel giorno della marmotta condannati a rivivere la stessa storia: contagi che aumentano, ospedali in pressing, governo e regioni che si scontrano, cittadini smarriti, nervi che saltano. Sembra marzo, ma è ottobre. Fuori dai super mercati iniziano a formarsi di nuovo le file. Esselunga ha già limitato a tre confezioni il lievito che ogni cliente può acquistare. E quella parola che torna a risuonare: ”lockdown”.

Per tre mesi ci siamo illusi di vivere una vita normale che normale non era. Ora siamo daccapo. Ma a marzo davanti a noi c’era la speranza dell’estate, ora c’è solo la promessa di un inverno che sarà lunghissimo.  

Ci si tranquillizza a vicenda, attaccandosi al fatto che i contagi sono sì già superiori alla primavera, ma i ricoveri no, le terapie intensive no, i morti no. Però non ci crediamo davvero. Sappiamo che rischia di essere peggio, e non solo, non tanto, per la letalità del virus, ma per la totale disorganizzazione delle istituzioni che questa impennata dei contagi sta evidenziando. Una disorganizzazione che se era in qualche modo giustificabile in primavera – la novità del virus che ci ha colpito, a sorpresa, per primi – non lo è per niente oggi, dopo mesi e mesi nei quali avremmo potuto studiare un vero Piano B per l’autunno.

E invece.

Il governo è in affanno, non sa cosa fare: chiudere o non chiudere, e cosa chiudere, quando, come? L’apericena, la movida, la pizzeria? Cos’altro? Il coprifuoco alle 22, alle 23, le cene a casa? La mascherina anche in famiglia, anche per fare sesso, anche per farsi la doccia?

Le regioni intanto vanno per conto proprio, la Campania chiude le scuole, la Lombardia medita di seguirla. La titolare del Ministero dell”Istruzione si arrabbia e tuona che no, così non si fa. Ma allora “come” si fa? cosa esattamente si dovrebbe fare?

In quei tre meravigliosi mesi estivi in cui abbiamo potuto tornare a vivere almeno un po’ (ma in troppi, va detto, hanno vissuto ben oltre il consentito, e ora si paga pegno tutti), ci siamo dimenticati di fare alcune cosette fondamentali. Per esempio, porci il problema di come gestire i mezzi di trasporto pubblico nelle grandi città una volta che fossero riprese le attività e le scuole. Eppure non era difficile prevedere che sarebbero stati un problema. Davvero non ci si poteva pensare prima, trovare un sistema qualunque, usare i bus turistici, scaglionare gli orari, pagare taxi a tutti gli studenti, chesso’. Ma qualcosa tentare.

Invece, niente. Ci si è ritenuti appagati di quel limite ridicolo dell’80%, che già di per sé, nel numero, dimostrava di essere appunto ridicolo: se gli stadi, che pure sono all’aperto, possono essere riempiti solo al 15%, per dire, come si poteva ragionevolmente pensare che un autobus potesse in sicurezza riempirsi al’80% senza conseguenze? E davvero qualcuno può a credere che quella spiegazione pseudo scientifica, ”il rischio è solo se si sta in bus oltre i 15 minuti”, abbia un senso in grandi città come Roma, o Milano, dove le distanze, per non dire il traffico, gli ingorghi, fanno sì che la percorrenza sui mezzi pubblici vada ben oltre il quarto d’ora?

Non avrebbe avuto maggiore senso occuparsi dei mezzi pubblici, anziché di cambiare milioni di banchi scolastici, con una spesa assurda e chiaramente inutile? Abbiamo sul serio discusso tre mesi di banchi, e nemmeno un minuto di come arrivarci ai quei banchi?

E i tamponi, vogliamo parlare dei tamponi? Perché non abbiamo accumulato le scorte necessarie quando abbiamo avuto il tempo di farlo? Perché ridursi all’ultimo momento per scoprire poi che ci sono le file di ore infinite fuori dai drive in degli ospedali? che ci sono ritardi di giorni e giorni nel risultato dei tamponi, redendoli così del tutto inutili ai fini del tracciamento?

Era così difficile programmare, organizzare, ripensare la sanità, almeno nelle suo forme più basiche e fondamentali? Era così impossibile appellarsi subito al  Mes, prenderne la dote di 36 miliardi pronta cassa e destinarli al Piano B per l’autunno? (E scusate se lo dico, sarò sicuramente poco popolare, ma  dovendo tentare una forzatura nella maggioranza politica Pd-5Stelle, era più urgente impuntarsi sulla parziale modifica dei decreti Salvini, o impuntarsi sull’uso del Mes, oggi come oggi? Invece di disquisire inutilmente di come spendere i soldi del Recovery Fund, che arriveranno a babbo morto – letteralmente – se pure arriveranno?)

E gli ammortizzatori sociali, parliamo anche di questo: era impossibile prevedere che rinnovare il  blocco dei licenziamenti di mese in mese non sarebbe stato a lungo sostenibile? era così impossibile a maggio, a giugno, mettersi tutti attorno a un tavolo, governo, sindacati, imprese, e ragionare su come attenuare il dramma dei posti di lavoro che saltano- salteranno- a centinaia di migliaia causa Covid? Invece di convocare gli inutili Stati Generali, il governo Conte non avrebbe fatto cosa più sensata convocando le parti sociali per trovare una soluzione assieme? (Nemmeno voglio fare cenno al casino totale della cassa integrazione, che l’Inps ha erogato a spizzichi e bocconi, con ritardi che non si erano mai visti nella storia dell’ente. Era così difficile anche quello? essere puntuali?)

Ma basta, basta. Non voglio fare la parte della disfattista. Ho fatto scorta di mascherine, prima che nuovamente scompaiano, di alcol e di disinfettanti; non di lievito, perché non intendo cucinare pizze e pani, né cantare sui balconi, né aspettare funerei bollettini pomeridiani. Mi chiuderò in casa, mi metterò in letargo assieme ai miei gatti, rinuncerò a vedere parenti e amici, e aspetterò che torni primavera. Sperando che basti. Ma non ditemi più che l’Italia ha saputo cavarsela meglio degli altri, non ditemelo mai più, perché potrei mettermi a urlare.

Nunzia Penelope

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