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Home - Approfondimenti - Interviste - Medicina generale, Barbaresi (Cgil): “Le proposte di Schillaci andavano nella direzione giusta, ma il governo non ha avuto coraggio”

Medicina generale, Barbaresi (Cgil): “Le proposte di Schillaci andavano nella direzione giusta, ma il governo non ha avuto coraggio”

di Elettra Raffaela Melucci
19 Giugno 2026
in Interviste
Medicina generale, Barbaresi (Cgil): “Le proposte di Schillaci andavano nella direzione giusta, ma il governo non ha avuto coraggio”

Tra retromarce, tensioni politiche e l’opposizione di una parte dei medici di famiglia, la riforma della medicina generale si è arenata. Sullo sfondo, però, resta una questione più ampia: il futuro dell’assistenza territoriale delineata dal DM 77 e il ruolo delle Case della Comunità che rischiano di trasformarsi in semplici contenitori senza il personale necessario a garantirne i servizi. Per la Cgil, il vero nodo è l’assenza di una strategia capace di rafforzare il Servizio sanitario nazionale, investire sugli organici e dare piena attuazione alla riforma prevista dal PNRR. Ne parla in questa intervista la segretaria confederale della Cgil, Daniela Barbaresi.

La riforma dei medici di famiglia è saltata. Eppure, in teoria, la volevano tutti. Che cosa è successo?

Per ora siamo all’ennesimo pessimo teatrino: la levata di scudi dei medici di medicina generale rispetto ai contenuti della riforma a cui stava lavorando, ha spinto il Ministro Schillaci a un imbarazzante inversione di marcia, mentre sulla stampa si rincorrono ormai quotidianamente ipotesi alternative a quanto aveva proposto per rendere operative le Case della Comunità: dall’idea di utilizzare i medici ospedalieri, su base volontaria e fuori dell’orario di lavoro (praticamente nei ritagli di tempo), a un accordo ponte con i medici di medicina generale affinché garantiscano almeno sei ore settimanali nelle Case della Comunità: soluzioni estemporanee che delineano un’idea alquanto riduttiva del ruolo dei MMG nell’ambito della riforma dell’assistenza territoriale delineata nel DM 77/2022. Così, dopo l’incapacità del Governo di superare i gettonisti nei Pronto Soccorso, assume quel modello per i medici di medicina generale nelle Case della Comunità. Uno scenario di forte incertezza e preoccupazione.

Avete criticato il metodo seguito dal governo. Che cosa è mancato nel confronto sulla riforma?

Di fatto c’è stato un atteggiamento poco coraggioso da parte del Ministero. Le proposte avanzate dal Ministro erano tardive e non sufficientemente incisive, ma almeno andavano nella direzione giusta: penso all’istituzione della scuola di specializzazione universitaria in medicina generale e alla definizione del rapporto di dipendenza dei medici di medicina generale, nell’ambito del al doppio canale convenzione-dipendenza. Di fronte a queste ipotesi abbiamo assistito, invece, a un pessimo spettacolo politico. Diversi esponenti del governo, compreso il sottosegretario alla Salute Gemmato, oltre alla Presidente del Consiglio dei Ministri, hanno di fatto lasciato solo il ministro Schillaci, costringendolo a un clamoroso dietrofront.

Dunque il governo non ha fatto abbastanza per portare a compimento la sua stessa riforma? Oltretutto, ormai siamo alla fine della legislatura.

Il 22 giugno ricorrono i quattro anni dall’adozione del DM 77 del 2022, il provvedimento che ha definito il riordino dell’assistenza territoriale: in questi quattro anni è stato fatto ben poco, mentre, però, la situazione del Servizio Sanitario Nazionale è peggiorata: non sono state stanziate le risorse necessarie, i tetti di spesa sul personale sono ancora lì e non è stato affrontato il problema degli organici. In uno scenario del genere si sarebbe dovuto ragionare su come garantire il personale necessario a partire da quello indispensabile per a far funzionare Case della Comunità, ospedali di comunità, assistenza domiciliare e distretti. Invece ci si ritrova all’ultimo momento a cercare soluzioni improvvisate per poter dire all’Europa di aver fatto qualcosa. Nel frattempo, registriamo ritardi enormi nell’attuazione del PNRR e degli stessi progetti strutturali della riforma territoriale. A febbraio, i progetti della Missione 6 e in particolare quelli relativi a Case e ospedali di comunità risultavano tra quelli con i maggiori ritardi dell’intero Piano, con solo un decimo dei progetti completati e un terzo delle risorse spese.

Il problema, quindi, è un “tradimento” normativo sul modello di assistenza territoriale che il governo non è riuscito a costruire?

La vera domanda è: che cos’è, per il governo, l’assistenza territoriale? Le Case della Comunità non sono semplici poliambulatori e non sono solo strutture, ma rappresentano un’idea precisa di sanità territoriale. Il DM 77 definisce con chiarezza quali servizi debbano essere garantiti, quali standard vadano rispettati e quale e quanto personale sia necessario. Parliamo di un modello organizzativo fondato sul lavoro d’équipe, sulla presa in carico dei bisogni di salute, sull’integrazione tra professionisti diversi e tra sanitario e sociale. È un modello basato sulla multidisciplinarità, perché al centro devono esserci la persona e i suoi bisogni. E dopo quattro anni, che cosa è stato fatto per costruirlo?

Ce lo dica lei: cosa è stato fatto, ma soprattutto cosa non è stato fatto, considerando che il Pnrr ha stanziato ben due miliardi per realizzare le Case di comunità, che al momento però sono ferme.

Quando parliamo di Case della Comunità, i medici di medicina generale sono fondamentali, ma non bastano. Servono anche specialisti, infermieri, assistenti sociali e operatori socio-sanitari, amministrativi. Il DM 77 prevede standard molto precisi. Senza considerare i medici, sarebbero state necessarie circa 36 mila unità di personale aggiuntivo della cui assunzione non c’è traccia. Senza personale, le Case della Comunità rischiano di essere semplici scatole vuote. I ritardi sono evidenti. Secondo l’ultimo monitoraggio Agenas, riferito a dicembre 2025, delle 1.715 Case della Comunità programmate soltanto 66 disponevano di tutti i servizi obbligatori, compresa la presenza medica e infermieristica. C’è poi un altro dato che non può essere ignorato. I medici di medicina generale sono diminuiti in modo significativo negli ultimi anni. Ne mancano circa 6 mila e oltre la metà supera il massimale teorico di 1.500 assistiti. In alcune regioni, come Lombardia e Veneto, si registrano situazioni particolarmente critiche. Con questi numeri è difficile mettere i professionisti nelle condizioni di lavorare bene e rendere attrattiva la professione. Ma soprattutto è difficile garantire alle persone l’assistenza di cui hanno bisogno. Senza un vero investimento nell’assistenza territoriale non riusciremo mai a ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso, ad affrontare il problema delle liste d’attesa o a dare risposte adeguate alle persone con patologie croniche. Il tema è come costruire uno sviluppo omogeneo dell’assistenza territoriale in tutto il Paese.

Lei ha detto che il ministro è stato lasciato solo dall’esecutivo. Questo cosa rivela, rispetto all’approccio governativo alla materia?

Il fatto che il ministro sia stato lasciato solo, e addirittura delegittimato dallo stesso governo, certifica non solo l’irresponsabilità dell’esecutivo, ma anche una subalternità agli interessi corporativi di una parte dei medici di medicina generale, anche in funzione di un tornaconto elettorale. Ci sono però molti altri medici, soprattutto giovani, che preferirebbero non solo lavorare alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale, ma anche operare in modo diverso, nell’ambito di équipe, dentro una logica di multidisciplinarità e integrazione.

Davanti alle recenti aperture di Schillaci, è sufficiente una nuova intesa o serve riscrivere totalmente l’impianto da capo?

Nei fatti quell’impianto è saltato. Stando alle ultime notizie, l’idea è quella di lavorare a un accordo con i medici di medicina generale per raccogliere la loro disponibilità a garantire almeno sei ore alla settimana all’interno delle Case della Comunità. L’organizzazione di un servizio non può dipendere dalla disponibilità dei singoli professionisti, ma deve poggiare su personale strutturato e programmato. Il problema, quindi, è ripensare il modo di lavorare, perché al centro devono esserci i bisogni delle persone. Nella gestione del Servizio sanitario nazionale è necessario sapere su quale personale e su quali numeri si può contare. Noi siamo fortemente preoccupati per i ritardi e per l’incapacità del governo di gestire questa fase. Rischiamo di disperdere un’occasione irripetibile come quella rappresentata dal PNRR.

In questo susseguirsi di proposte “di ripiego”, voi come sindacato siete stati finalmente coinvolti?

No. Ed è questo l’altro grande limite dell’operazione che, come Cgil e Funzione Pubblica Cgil, abbiamo ripetutamente denunciato: non c’è stato nessun confronto con le organizzazioni sindacali confederali, che oltre alla tutela dei lavoratori e lavoratrici, hanno a cuore l’interesse generale e la centralità dei bisogni delle persone. Il Ministro sembra aver subito la pressione di interessi particolari e corporativi, come quelli dei medici di medicina generale, dei farmacisti e via discorrendo. A dimostrazione del fatto che questa operazione è nata senza la necessaria partecipazione di tutti coloro che avrebbero dovuto potersi esprimere. A questo punto, il Governo ha la responsabilità di aprire una discussione parlamentare e trattare seriamente la riforma necessaria che coinvolge i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta.

Temete che questa riforma, così com’era scritta, aprisse la strada a ulteriori disuguaglianze regionali e a una maggiore privatizzazione?

Questa è un’altra grande preoccupazione. Alcune regioni, come l’Emilia-Romagna e la Toscana, si illudono di aver trovato la soluzione, rivendicando il fatto di aver concordato con i medici di medicina generale accordi in grado di garantire comunque le risposte necessarie. Ma il problema, al netto del merito di quelle esperienze, è che non possiamo pensare che ognuno possa cavarsela da sé. Peraltro, questa discussione si sta svolgendo mentre altre Regioni stanno definendo le preintese sull’autonomia differenziata. Ma cosa succederà quando quelle Regioni decideranno di pagare di più i propri medici? Dopo lunghi anni di tagli, la priorità è quella di rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, garantendo le necessarie risorse e il personale che serve, valorizzandolo adeguatamente, per rispondere ai bisogni di salute di tutte le persone, a prescindere dal luogo in cui vivono, nel rispetto dei principi di uguaglianza, equità e universalità.

Quindi il vero nodo di questa riforma rivela il tipo di modello di assistenza che il governo vuole costruire?

Il tema è proprio questo: un diverso modello di assistenza territoriale. Non è solamente l’edificio della Casa della Comunità con la targa all’ingresso. Il problema è capire come garantire i servizi previsti e con tutto il personale necessario, assicurando una forte integrazione tra servizi sanitari e sociali per cercare non solo di rispondere ai bisogni delle persone, ma anche di intercettarli, dando risposta più adeguata a partire dalle persone con patologie croniche, fragilità, non autosufficienza che richiedono un’assistenza continua. Si tratta di una diversa idea di assistenza sul territorio, disciplinata dal DM 77 del 2022. Ci vogliono volontà, organizzazione e soprattutto risorse, che il governo però non sta garantendo.

Come Cgil avete presentato una proposta di legge di iniziativa popolare sulla sanità pubblica, sulla quale state raccogliendo le firme. Con quale obiettivo?

Assieme a un’ampia rete di associazioni, abbiamo avviato la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare perché non vogliamo rassegnarci al declino del Servizio sanitario nazionale. La sanità pubblica è la principale infrastruttura sociale del Paese e merita risorse, attenzione e centralità. La nostra proposta non pretende di riformare da sola l’intero sistema, ma individua alcune priorità indispensabili per fermarne il declino, rafforzare il SSN e rendere effettivo il diritto alla salute. I punti fondamentali sono cinque: destinare almeno il 7,5% del Pil al finanziamento del Servizio sanitario nazionale; valorizzare il personale economicamente e professionalmente; investire nell’assistenza territoriale; rafforzare le risposte alla non autosufficienza; intervenire sulle liste d’attesa. Abbiamo dedicato anche un articolo specifico ai medici di medicina generale. Proponiamo l’istituzione della scuola di specializzazione universitaria in medicina generale, di comunità e delle cure primarie e la possibilità, per chi completa quel percorso, di accedere tramite concorso alla dirigenza medica del Servizio sanitario nazionale. I medici già convenzionati potrebbero scegliere liberamente se mantenere il rapporto convenzionale oppure passare alle dipendenze del servizio pubblico. Per noi, però, il punto centrale resta uno: mettere al centro il territorio e i bisogni di tutela della salute delle persone.

Quali sono i prossimi passi?

Con questa iniziativa vogliamo anche cogliere l’occasione per costruire una campagna di mobilitazione tra le persone, che rappresenta un’assunzione di responsabilità: battersi insieme a noi per la difesa e il rafforzamento della sanità pubblica, ripensare il Servizio sanitario nazionale e fermare quel processo di privatizzazione di cui riteniamo questo governo fortemente responsabile.

Elettra Raffaela Melucci

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