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Home - Approfondimenti - La nota - Niente fondi pubblici al documentario su Giulio Regeni: la decisione degli esperti diventa un caso politico

Niente fondi pubblici al documentario su Giulio Regeni: la decisione degli esperti diventa un caso politico

di Elettra Raffaela Melucci
8 Aprile 2026
in La nota
Niente fondi pubblici al documentario su Giulio Regeni: la decisione degli esperti diventa un caso politico

EVENTO ANNIVERSARIO DELLA SPARIZIONI DI GIULIO REGENI FIACCOLATA A QUATTRO ANNI DALLA SCOMPARSA DI GIULIO REGENI

Il documentario Giulio Regeni: tutto il male del mondo – prodotto da Ganesh Produzioni e Fandango – non è tra i progetti ammessi ai contributi selettivi 2025. Sorvolando sul fatto che le graduatorie della prima finestra di finanziamento del 2025 (primavera) siano uscite ad aprile 2026, le griglie di valutazione definiscono il lavoro di Simone Manetti non “di particolare qualità artistica”: senza “innovatività e originalità della sceneggiatura e del soggetto”, carente in “visione e stile” del regista, povero nel “linguaggio cinematografico o audiovisivo proposto”. Ma, soprattutto, una sottocommissione dei quindici esperti nominati dal fu ministro Gennaro Sangiuliano come colpo di coda del suo mandato non ha considerato Regeni un personaggio appartenente al pantheon “dell’identità culturale nazionale italiana”.

Le polemiche si stanno concentrando sul fatto che al suo posto ci siano l’ennesimo documentario su Gabriele D’Annunzio, uno sull’invenzione della moka e un altro sulle fettuccine Alfredo; o ancora, stavolta alla voce “film” ma sempre “di particolare qualità artistica” e/o “su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana”, l’“irresistibile storia” di Gigi D’Alessio di Luca Miniero (1.050.000 euro di contributi) e Tony Pappalardo investigations di Pierfrancesco Pingitore (800 mila euro di contributi). Fa rumore anche il niet a The Echo Chamber, ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, e a Illusione di Francesca Archibugi, ma di fondo, perché non è la prima né sarà l’ultima volta che piangiamo i grandi esclusi, a prescindere dagli umori politici (si legga alla voce C’è ancora domani di Paola Cortellesi, respinto dalla commissione nominata da Dario Franceschini). I finanziamenti pubblici alle arti seguono un criterio di discrezionalità che spesso si appiattisce sull’andamento degli umori più che su criteri oggettivi, una stortura del meccanismo che tutti hanno condannato come hanno provato a correggere.

Il caso del documentario di Manetti, però, è particolarmente sintomatico. In dieci anni, la timidezza istituzionale su un omicidio politico di tale gravità ha tradito imbarazzo da parte dei nostri rappresentati, restituendo talvolta l’impressione di un certo fastidio per una vicenda che avrebbe danneggiato i rapporti con il governo “democratico” di Al Sisi. Giulio Regeni è diventato così il centro di una frizione costante tra richiesta di verità e tutela dei rapporti internazionali. La verità, di base, è sempre scomoda e lo è ancora di più adesso dacché l’Egitto è uno dei nostri partner strategici all’alba di un lockdown energetico (apparentemente scongiurato questa notte). E allora si fa ancora più sconveniente bollinare questo documentario, pessimo tempismo chiedere di prendere una posizione quando gas e petrolio stanno diventando beni di lusso. In fondo è una storia già sentita: mai pestare i piedi al governo sbagliato.

Ma “raccontare la verità su Giulio Regeni – dichiara Annalisa Corrado, europarlamentare e responsabile Ambiente del Partito democratico – non può diventare terreno di compromesso politico o, peggio, di censura”. Il gruppo Pd alla Camera ha depositato un’interrogazione al ministro della Cultura Alessandro Giuli. L’atto, a prima firma della segretaria Elly Schlein, contesta anche le nuove norme “che hanno politicizzato il finanziamento delle produzioni cinematografiche”. Istanza acclarata anche dalle dimissioni di due eccellenti nomi della commissione di valutazione. Si tratta di Paolo Mereghetti, critico cinematografico noto per il celebre Dizionario dei film, e Massimo Galimberti, consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, che questa mattina hanno inviato una lettera al nuovo capo della Direzione Cinema e Audiovisivo, Carlo Giorgio Brugnoni. “Ho mandato stamattina una lettera di dimissioni dal mio ruolo, non solo sul documentario di Regeni ma diciamo che nella lettera di dimissioni volevo sottolineare la mia distanza da certe scelte, un discorso di coerenza”, ha spiegato Mereghetti. “Vorrei evitare di aumentare le polemiche, ma sottolineo che io avevo già difeso il documentario su Regeni su Io Donna”. Anche Galimberti ha parlato di “una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori, nell’approccio alle procedure, nell’analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti. Ci sono modalità che non condivido”. “E per quanto le decisioni di cui si parla siano venute da una sottocommissione e siano legate ai soggetti che le hanno prese, ne emerge una valutazione della cultura in cui non mi ritrovo. Essendo parte di un gruppo ho sentito di non potermi riconoscere in queste modalità”.

Secondo il Pd, le nuove regole avrebbero determinato “una forte centralizzazione politica delle scelte”, “riducendo i meccanismi automatici e trasparenti” e “orientando di fatto anche le scelte artistiche”. Nel mirino anche la “composizione della commissione incaricata della selezione”, rispetto alla quale “sono stati sollevati dubbi circa la piena imparzialità delle scelte”. Come, ad esempio, quelle Benedetta Fiorini, ex deputata (già forzista) poi nella triade leghista con l’attuale sottosegretaria alla cultura, Lucia Borgonzoni, alle elezioni regionali per la presidenza dell’Emilia-Romagna nel 2022.

Al ministro Giuli viene quindi chiesto di chiarire, in modo puntuale, le ragioni dell’esclusione e quindi “quali siano le motivazioni che avrebbero determinato l’esclusione del documentari” su Regeni dai finanziamenti pubblici, “tali da chiarire in modo inequivocabile che la decisione sia stata assunta esclusivamente sulla base di criteri tecnici e oggettivi, escludendo qualsiasi condizionamento di natura politica”.

Ipotesi smentita dal presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, responsabile Cultura e Innovazione di Fratelli d’Italia – “politicizzare la questione non fa che avvelenare il clima sul cinema sul quale stiamo facendo una legge di riforma che delega il Governo al riordino delle norme su cinema e audiovisivo, senza bloccare il tax credit” -, lo stesso che martedì 7 aprile, nel clou della polemica sul documentario di Manetti, ha organizzato alla Camera una proiezione del film Alla festa della rivoluzione di Arnaldo Catinari sull’impresa di Fiume (redivivo D’Annunzio), beneficiario dei contribuiti selettivi nel 2024 e onorato della presenza di Mollicone alla sua presentazione alla Festa del cinema di Roma.

Pur essendone venuto a conoscenza solo grazie (o a causa) delle “polemiche” sollevate da Domenico Procacci – “questa è una battaglia politica, ma dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte. Non può essere una scelta di merito” – , Mollicone precisa che il documentario “meritava di essere finanziato per il tema”, sostenendo che “su Regeni si debba andare fino in fondo: figurarsi se non avessi ritenuto meritevole di un finanziamento un documentario su un caso che ha ricordato un italiano torturato all’estero”. E per compensare, “offro la mia disponibilità per organizzare – analogamente a come fatto con tanti altri film – un confronto con i genitori di Regeni e la proiezione, come fatto al Senato”. Peccato ci sia chi rumoreggia sulla sua compromissione sul mancato finanziamento del documentario per il tramite di Pier Luigi Manieri, esperto della commissione e considerato vicino a Mollicone.

Ma è Giuli a blindare la polemica, dando motivazioni più di metodo che di merito. Il Ministro della Cultura, spiega durante la riposta immediata alla deputata Irene Manzi, per legge non esercita e non può esercitare alcuna influenza sulla commissione chiamata a valutare i contributi selettivi, né a monte nella formazione dei giudizi, né a valle rispetto agli esiti delle valutazioni. “Ed è giusto che sia così, perché proprio l’autonomia della commissione costituisce la garanzia fondamentale di imparzialità, trasparenza e oggettività”. I contributi selettivi, dunque, non sono attribuiti sulla base di valutazioni politiche, ma all’esito di una procedura tecnica, pubblica e predeterminata sulla base di bandi. Le domande vengono valutate da una commissione articolata annualmente in sezioni, con un criterio di rotazione “proprio per garantire l’imparzialità, la trasparenza, l’oggettività delle valutazioni”.

Ma la precisazione più pungente, quanto doverosa, è che per il documentario in questione una prima domanda di contributo selettivo era stata presentata nel 2024 e non aveva ottenuto il contributo richiesto. “Questo – sottolinea Giuli – conferma che ci troviamo di fronte a un giudizio tecnico reiterato nel tempo”. Che pure il Ministro non condivide “né sul piano ideale né sul piano morale, ma che non è il frutto di una scelta politica”, come già dichiarato alla stampa in questi giorni. “Va inoltre osservato che, a fronte del primo mancato finanziamento del 2024, non risultano essersi sviluppate polemiche pubbliche di analoga portata e su questo vi invito a riflettere”. In conclusione, “attribuire al ministero della Cultura una volontà di censura, un condizionamento politico è una rappresentazione priva di fondamento e il tragico caso di Giulio Regeni, ripeto, confermo e sottolineo con forza, ha una rilevanza politica, sociale e culturale che prescinde da qualsiasi prodotto audiovisivo lo riguardi, ben fatto o mal fatto”.

Una spiegazione poco convincente, secondo Gianni Cuperlo, per cui l’esclusione del documentario “è stato l’esito del sistema, che voi avete introdotto, di concepire la cultura come terreno di conquista”, e le dimissioni di Mereghetti e Galimberti lo dimostrerebbero. “La realtà è che avete piegato quella e altre commissioni a logiche e amicali e criteri di a volte sciocca fedeltà”. Giulio Regeni, aggiunge, “era uno dei figli migliori di questo paese” e con la decisione assunta da “persone scelte anche da lei, avete perso un pezzo della vostra dignità”.

Il docufilm è comunque già uscito in sala e lunedì 13 aprile partirà dall’Università Statale di Milano l’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni”, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, con la prima proiezione negli atenei del documentario che coinvolge 76 università e prevede, nell’arco di due mesi, incontri e proiezioni che chiameranno a raccolta circa 15mila persone attorno al tema della libertà della ricerca. Il 5 maggio, poi, sarà presentato al Parlamento europeo. Senza dimenticare il Nastro della legalità 2026 dei Giornalisti Cinematografici. Non sarà un capriccetto politico, insomma, a fermare l’onda gialla. “Non ci fermeremo finché non avremo la verità. Verità per Giulio Regeni”.

Elettra Raffaela Melucci

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