di Carlo Callieri, imprenditore, ex vicepresidente Confindustria
Le ormai evanescenti Parti Sociali, che negli anni ’90 hanno ancorato l’Italia all’Europa, spinto per l’ammodernamento, abortito, del Paese, supplito al default di una classe politica soffiata via da Mani Pulite, sono prossime a sparire, e fanno finta di non saperlo. Per dare a ciascuno il suo, i virus di competenza sono: per la Cgil, l’ideologismo; per la Cisl, l’affarismo; per la Uil, il tatticismo; per la Confindustria, il lobbismo.
A questi inquinanti specifici si aggiungono una serie di comuni debolezze e vizi, presenti in maggiore o minore misura in ciascuna delle quattro organizzazioni. Le altre sono irrilevanti e hanno ancora minor futuro.
Perché si è arrivati a tanto, quali e quanti correttivi è necessario introdurre, quali obiettivi perseguire oltre quelli di mera sopravvivenza? Sintetizzando la storia, con molte semplificazioni: nei primi anni ’90 una situazione di vuoto, istituzionale e politico, ha portato le Parti Sociali ad esercitare supplenza ed assumere responsabilità in ordine alla salvaguardia di interessi generali, in una fase di gravissima crisi.
Lo strumento della concertazione, oltre a meriti di risultato, ha portato coesione e valorizzazione dei ruoli.
Quando dal “vuoto” si passa al “pieno”, nella ultima parte degli anni ’90 e i primi del 2000, si scontano le colpe di un’ invasione di campo, e alla politica che si muove con revanscismo, anche arrogante, si risponde con opportunismo, separatezza, caduta di visione di interessi generali, particolarismo come funzione giustificatrice della propria esistenza.
La Confindustria di Antonio D’Amato si dichiara e organizza come lobby delle imprese, cancella le strutture di Relazioni industriali immaginando che abolire l’organo annulli la funzione.
Le Confederazioni dei lavoratori per parte loro rinfocolano le divisioni e le rivalità storiche, gli odi di bandiera ritornano ad essere fattori di coesione interna a ciascuna organizzazione, in mancanza di visione di interessi generali.
I nodi critici, ma anche opportunità sul tappeto riguardano:
l) il sistema di rappresentanza. All’irrisolto dilemma costituzionale: rappresentanza dei lavoratori o rappresentanza degli iscritti;
dell’impresa o delle imprese associate; si è aggiunta una crescita ed irrigidimento di strutture burocratiche imponenti e l’invecchiamento e l’obsolescenza di una moltitudine di persone. Riscoprire che la rappresentanza è basata sui rappresentati, sui loro bisogni ed obiettivi, ed è una funzione professionale prima che politica, ma non professionistica, sarà un duro risveglio, per chi ritiene, in quanto rappresentante, di essere al centro del sistema.
2) gli interessi da tutelare. Passare da una tutela generalista (tutti gli
interessi anche quelli individuali) ad una tutela generale, rivolta a
presidiare gli interessi fondamentali dell’impresa e del lavoro, è un
percorso difficile e complicato. E’ legato a un quadro di posizionamento competitivo dell’Italia rispetto al resto del mondo globalizzato, in una visione dinamica che unisce attualità e prospettive, e punta a individuare e rafforzare le capacità di creazione di valore di imprese e lavoro italiano apprezzabili nel mondo. La posizione italiana nella divisione internazionale del lavoro è oggi decrescente quantitativamente, al meglio statica qualitativamente in termini di valore intrinseco e percepito, e le condizioni di partenza sono molto sfavorevoli. Siamo gli Italiani nel Mondo, non l’Italia nel Mondo.
Rafforzare le leve di creazione di valore qualitativo e cioè crescita
diffusa di competenza, attraverso il sistema educativo, crescita
dell’innovazione, attraverso i sistemi di ricerca e sviluppo e i sistemi premianti curiosità e creatività, dovrebbero essere oggi e domani gli interessi al centro dell’iniziativa e dell’azione delle Parti Sociali.
Solo lo stretto collegamento con il campo, non certo il procedere
illuministico, è in grado di affrontare l’estrema complessità del tema con risposte efficaci.
3) l’attenzione ai sistemi di produzione e servizi rivolti esclusivamente al mercato interno, a bassa o nulla intensità di competizione, dovrebbe essere altissima considerato il loro peso in assoluto, come assorbimento di risorse, e vincoli per i settori esposti a competizione. Paradossalmente gli interessi di questi settori – dalla Pubblica
Amministrazione ai servizi collettivi, alle reti – dovrebbero essere tutelati da una rappresentanza differenziata rispetto a quella delle imprese e del lavoro esposti alla concorrenza internazionale. L’obiettivo di renderli generatori di valore per la competitività, invece che distruttori come oggi, impone una rappresentanza che tuteli gli interessi generali cui tali settori dovrebbero essere preposti, e non gli interessi delle specifiche organizzazioni e degli addetti.
4) il rovesciamento infine del rapporto tra libertà e legge, autonomia ed eteronomia, nell’iniziativa economica, nel lavoro, nell’educazione, nella ricerca e sviluppo.
5) il drastico ridimensionamento del pubblico – Stato, Pubblica Amministrazione, normative – e della politica, riportati a presidiare con regole e norme chiare, controlli trasparenti, i fondamentali obiettivi della civile convivenza.
Sono tutte queste, a mio avviso, le condizioni, da avviare a soluzione, perché le Parti Sociali, e con loro il Paese, cessino di segare non solo i rami su cui stanno appollaiate, ma gli stessi tronchi che portano quei rami.
Per il vessato tema del sistema contrattuale, le conseguenze di un sistema di rappresentanza che tuteli l’interesse generale porterebbe la definizione del salario minimo e della tutela a livello di Confederazioni, distinte tra industria, servizi, agricoltura, Pubblica Amministrazione; al superamento delle categorie; alla definizione tra azienda/territorio e rappresentanza aziendale/territoriale dei lavoratori di condizioni specifiche in termini di benefici legati alla produttività.
Un forte presidio andrebbe dedicato, a livello generale, di territorio, di aziende, alla formazione continua e alla riconversione delle competenze dei lavoratori, uniche vere garanzie di sviluppo delle aziende e di coloro che vi lavorano, uniti, piaccia o non piaccia, da un comune destino.
(Tutti gli interventi della rubrica Opinioni)


























