Di Gaetano Sateriale Cgil nazionale
Che il Paese abbia bisogno urgente di un salto di produttività e di efficienza in tutti i settori è fuori dubbio. È la condizione primaria per la ripresa degli investimenti interni e per l’attrazione di quelli esteri, e quindi per favorire la crescita. L’aumento del reddito e dell’occupazione è l’unica via per poter riequilibrare i conti pubblici senza tagliare i servizi primari ai cittadini. Solo così è possibile dare risposte all’impoverimento delle famiglie, a chi ha perso il lavoro, ai giovani che non lo trovano e a coloro che lavorano in condizioni di precarietà e di reddito inaccettabili.
Che per avviare questo percorso virtuoso e agganciare l’Italia alla ripresa avviatasi anche in Europa ci sia bisogno di un nuovo “Patto sociale” , tra forze economiche e sociali da un lato e Governo dall’altro, anche questo è condivisibile. Difficile pensare a provvedimenti legislativi che, da soli, sblocchino il paese senza il coinvolgimento attivo delle imprese e dei sindacati.
Ma per avviare questo percorso “collaborativo” di uscita dalla crisi sono necessarie tre condizioni. Che gli interlocutori siano credibili, che vi sia chiarezza di contenuti e regole certe e condivise nelle relazioni fra le parti. Nessuna di queste tre condizioni sembra al momento scontata.
Il Governo è arrivato per ultimo su questi temi, dopo un lungo periodo di assenza ingiustificata. I Patti efficaci (vedi ‘92/’93) si fanno all’inizio di legislatura, non in finale, quando tutto è più difficile. Nel frattempo, però, le parti sociali -associazioni di imprese, a partire da Confindustria, e sindacati- da mesi hanno aperto per loro iniziativa dei “tavoli per la crescita” . Ma a questo punto occorre chiedersi: e’ stata una falsa partenza, o si vuole procedere in quel confronto per verificare, almeno sul piano bilaterale, se c’è convergenza di intenti? Confindustria dovrebbe decidere come intende procedere.
Va infatti sottolineato che i tavoli per la crescita hanno già prodotto intese importanti: Emergenze sociali, Mezzogiorno, Ricerca e Innovazione, Semplificazione, Fisco. Si ritiene che quei testi siano superati dai tempi? In questo caso, andrebbe detto con chiarezza; in caso contrario, e cioè se li si ritiene validi, sarebbe il momento di togliere quegli accordi dal ‘’freezer”. Resta inoltre da completare il confronto sul tema della produttività: su questo punto la Cgil ha chiesto che non vengano prese scorciatoie, ma non intende affatto sottrarsi alla discussione sulla produttività del sistema paese, e della produttività di tutti i fattori di produzione e di servizio, a partire dalla necessità di fare investimenti in Ict e nella crescita di valore del prodotto. La recente vicenda Mirafiori ha fatto capire che ci sono due approcci possibili al tema della produttività. Uno parte dalla condivisione degli obbiettivi generali e scende a concordare le azioni per realizzare quegli obbiettivi (nel Paese, nel settore, nell’impresa). L’altro modo di affrontare il tema della produttività parte dall’incremento dei ritmi di lavoro e affida tutti gli altri temi alla esclusiva competenza del Governo e delle imprese. È chiaro che in questo secondo caso non è praticabile nessuna discussione che coinvolga tutte le parti sociali né in un futuro Patto, né in un normale accordo aziendale. Confindustria i giorni pari dice che si deve lavorare insieme, i giorni dispari dice che il modello Marchionne rappresenta il futuro delle relazioni industriali: anche in questo caso occorrerebbe decidere una volta per tutte quale strada si vuole imboccare.
Infine le regole. Nel Protocollo Ciampi del 1993, assieme ai “sacrifici” per la difesa della Lira e l’ingresso nell’Euro, c’erano le regole della concertazione, della contrattazione e della rappresentanza sindacale unitaria che hanno funzionato per il decennio successivo. Ora la concertazione non c’è più, i due livelli contrattuali sono stati superati in via di principio da un sistema di contrattazione prêt-à-porter che nemmeno Confindustria riesce a descrivere compiutamente. I contratti e le rappresentanze del Pubblico Impiego e della scuola sono bloccati da anni. Mirafiori ha introdotto il principio che i diritti sindacali sono variabili dipendenti dalla contrattazione: non esistono a priori.
Alla luce di quanto e’ accaduto, il tema delle regole della rappresentanza e della democrazia diventa una priorità per qualsiasi tipo di Patto. Per essere più espliciti: il Governo e Confindustria pensano che si possa avviare un confronto efficace sulla crescita con le parti sociali e concluderlo senza la firma della Cgil? Se e’ cosi, non c’e’ molto da aggiungere; ma se non e’ cosi’, occorre tornare a darsi delle regole condivise, prima di tutto fra Organizzazioni sindacali.
Al recente documento della Cgil sulla Democrazia e la Rappresentanza la Cisl ha risposto che è già tutto scritto nell’accordo del 2008 e non c’è bisogno di concordare nulla di nuovo. Può essere una posizione di chiusura, oppure un punto di partenza per la discussione: dipende dalla volontà di ciascuno.
La verità è che l’accordo del 2008 conferma scelte importanti ma non dà risposta a ciò che è accaduto nelle vicende contrattuali recenti.
Poche questioni precise.
1. Cisl e Uil concordano ancora sulla necessità di generalizzare le Rsu nel pubblico e nel privato o immaginano che in questa fase sia meglio tornare alle rappresentanze sindacali nominate e non elette (Rsa)?
2. È utile regolare il sistema di rappresentanza nei grandi gruppi (l’unico luogo dove le relazioni industriali sono in sofferenza) oppure si improvvisano soluzioni di volta in volta?
3. In trattativa si decide a maggioranza di numero delle sigle presenti (come sostenuto nel libro bianco del 2001) oppure si pesa davvero la rappresentatività dei negoziatori (come è scritto nell’accordo del 2008)?
4. Cosa si fa in caso di dissenso palese tra i negoziatori? O meglio: è possibile rafforzare percorsi di verifica del mandato e ricomposizione delle posizioni durante la trattativa, invece che usare il referendum come strumento finale di redde rationem tra le sigle sindacali?
Il documento della Cgil avanza alcune proposte su questi punti non risolti dall’accordo del 2008, confermandone l’impianto. Se non è possibile cominciare un confronto su questi punti bisognerà spiegare almeno il perché.
Torniamo al Patto sociale per la crescita, immaginando di aver risolto positivamente tutte le tre condizioni -base per avviare il confronto. C’è una domanda da porsi che riguarda la scelta degli interlocutori. Ammesso che fossimo in presenza di un Governo nazionale solido e in grado di proporre un salto di qualità credibile al Paese, e ammesso che ci fosse una volontà parlamentare forte per tradurre i contenuti del patto in atti legislativi, la domanda è: per parlare di produttività, di efficienza e di competitività del sistema Italia, può essere il Governo nazionale del Paese l’unico interlocutore, a dieci anni da una riforma costituzionale che ha attribuito poteri nuovi e forti alle Regioni e alla vigilia di una riforma federalista? In altri termini: è ovvio che un patto sulla tenuta della moneta nazionale si fa con l’autorità centrale competente. Ma un patto in cui si devono migliorare i trasporti, la pubblica amministrazione locale, salvaguardare l’ambiente, sviluppare l’innovazione tecnologica, creare posti di lavoro nella conoscenza, realizzare infrastrutture, si può fare senza il coinvolgimento diretto e immediato delle Regioni e degli Enti locali che dovranno attuare fattivamente quelle scelte? Io credo che non sia possibile: sarebbe un modo vecchio e centralista di pensare all’economia e allo sviluppo. Un modello di programmazione dall’alto che non funzionava già più prima della crisi, figuriamoci ora che il tessuto amministrativo ed economico del paese si è ulteriormente slabbrato. Tanto meno sul piano fiscale si può immaginare di prendere provvedimenti nazionali, che vengano poi scaricati sulla pressione fiscale diffusa a livello regionale e locale: il federalismo fiscale insegna.

























