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Home - Approfondimenti - Interviste - Piano Casa, Di Franco (Fillea-Cgil): poche risorse, alcuni titoli e tanta confusione

Piano Casa, Di Franco (Fillea-Cgil): poche risorse, alcuni titoli e tanta confusione

di Tommaso Nutarelli
14 Maggio 2026
in Interviste
Di Franco (Fillea), le costruzioni volano grazie all’accordo di congruità e alla finanza pubblica: adesso è l’ora di redistribuire, aumentando i salari

Segretario che cosa non convince la sua organizzazione del Piano Casa varato dal governo?

La totale assenza di volontà politica da parte dell’esecutivo di intervenire proprio sull’emergenza casa.

Cosa le fa dire questo?

Ci sono due considerazioni da fare. La prima riguarda il metodo. Non c’è stato nessun tipo di confronto, di dialogo e quindi di condivisione con il sindacato. La seconda tocca i contenuti. Il Piano è privo di una visione strategica di lungo termine. O la casa è vista sia come un argomento di rilevanza sociale sia come un motore economico, dietro la quale si sviluppa anche una precisa politica industriale, oppure è chiaro che non può esserci uno sviluppo che porti a un’efficacia dell’intervento. E noi questo lo affermiamo perché non ci sono le risorse.

I dieci miliardi annunciati dal governo non sono sufficienti?

Per ora le uniche risorse certe sono i 970 milioni stanziati nella legge di bilancio per l’edilizia residenziale pubblica, spalmati in cinque anni, per ripristinare, secondo le previsioni del governo, 60mila alloggi che oggi sono in stato di abbandono. Un numero che non potrà essere raggiunto a causa dell’impennata dei prezzi dell’energia e dei materiali. Dei dieci miliardi una parte, 4,8 miliardi, sono accostati ai programmi di rigenerazione urbana, che sono di pertinenza dei comuni e che molte amministrazioni locali stanno già attuando. Quello che vorremmo capire è se questa somma dovranno poi tirarla fuori i sindaci. C’è poi un ulteriore miliardo di euro che arriva dal Pnrr, ma bisognerà capire quando potrà essere messo in campo. Del resto dovranno farsene carico i privati. Non c’è, infine, chiarezza nemmeno sulla matrice trasparente del costruito.

Di che si tratta?

In altre parole sono i costi da sostenere al metro quadro per costruire o ristrutturare un immobile, che dovrebbero essere l’elemento cardine sul quale pensare un piano di edilizia a lungo termine. Ipotizziamo che la matrice trasparente si aggiri sui 2mila euro al mq per delle abitazioni minimo di 60 metri quadrati. I dati disponibili, ossia quelli di Federcasa, ci dicono che ci sono 250mila famiglie che hanno i requisiti per accedere ai programmi di edilizia residenziale. Se moltiplichiamo queste cifre arriviamo a una somma intorno ai 30miliardi. Se l’esecutivo pensa di attuare un piano abitativo con solo queste risorse, senza definire la matrice trasparente, senza una legge sulla rigenerazione urbana e senza minimamente affrontare la questione dell’efficientamento energetico è chiaro che il piano non può andare molto lontano. Sulla rigenerazione urbana c’è una legge ferma in parlamento. Sull’efficientamento energetico il governo non ha ratificato la direttiva europea sulla casa green, non ha presentato una programmazione entro dicembre e ora rischiamo una procedura di infrazione.

Come giudica la presenza di risorse private nel Piano?

Lo sbilanciamento del Piano verso la partecipazione attiva di fondi privati è un rischio, perché potrebbe generare azioni non in linea con l’interesse pubblico, fino all’indebolimento della pianificazione urbana messa in campo dai comuni, che viene fatta in modo partecipato con le associazioni e la cittadinanza. Ridurre la burocrazia, velocizzare i procedimenti amministrativi e snellire le pratiche edilizie quando si parla di una questione dal forte impatto sociale come la casa potrebbe non essere un bene. Il pericolo è che si aprano praterie per la speculazione. E soprattutto il messaggio politico che filtra è molto chiaro: il governo non si assume la responsabilità di affrontare il problema investendoci delle risorse pubbliche ma scarica una parte consistente del Piano sulle spalle dei privati.

Si potrebbe obiettare che visti i limitati spazi di spesa il ricorso ai privati sia quasi imprescindibile.

Sicuramente non diciamo che debba esserci un ostacolo insuperabile a un partenariato tra pubblico e privato, ma quando questo subentra deve esserci una governance chiara, cosa che non è presente nel Piano, e non si deve andare verso una deregolamentazione eccessiva, che non fa bene al settore. In quanto alle risorse ripeto deve esserci la volontà politica di investirle, cosa che non sta facendo la maggioranza. Piuttosto che il Ponte sullo Stretto noi pensiamo che quella della casa sia una necessità da affrontare con maggiore urgenza. Poi si è parlato di affitti a prezzi calmierati ma bisogna capire se e come questi annunciati benefici per i cittadini troveranno attuazione. Come dicevo lasciare strada libera al privato può innescare la speculazione e allontanare il piano dal perseguire l’interesse collettivo. Lo abbiamo visto con il Pnrr per gli studentati. La maggior parte sono stati realizzati dai privati ma l’accesso a queste strutture è stato ad appannaggio di famiglie benestanti e non di quelle più deboli che avrebbero avuto bisogno di un aiuto per far studiare i figli.

Al di là dei limiti che mi ha detto, qualora il piano dovesse mettersi in moto il settore è pronto a realizzarlo?

Il settore è pronto nella misura in cui si trascina dietro i problemi di sempre. Le aziende vengono dalla stagione dei bonus quindi hanno i bilanci in positivo, la manodopera c’è e molta potrebbe essere assorbita dagli investimenti sulla casa. Poi è pur vero che quando arrivano molte risorse, in particolare dai privati, il settore non ha ancora una legge sulla qualificazione delle imprese e questo potrebbe aprire la porta a una proliferazione delle aziende come è avvenuto con il superbonus. Inoltre con il balzo dei costi di produzione la presenza di fondi privati potrebbe  comprimere le imprese e di conseguenza i diritti dei lavoratori. Lo abbiamo visto con il 110%, con i programmi di rigenerazione urbana sovvenzionati dai privati in città come Milano, dove nei cantieri c’era sfruttamento e situazioni di caporalato.

Realmente qual è il numero di case necessarie per far cessare l’emergenza abitativa?

È difficile dare un numero certo. Non è facile fare una mappatura puntuale e capillare. Quello che si può registrare è che ci sono pochi strumenti per aiutare le famiglie, specie le giovani, ad accedere al mutuo e ancora meno per contrastare il caro affitti. Nel fondo affitti ci sono pochissime risorse,  e visto il momento sociale ci aspettavamo un loro innalzamento.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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