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Home - Approfondimenti - Analisi - Piano Casa: nessuna risorsa aggiuntiva, si riduce l’edilizia pubblica e si aprono spazi a privati e Fondi. L’analisi di Irene Tinagli

Piano Casa: nessuna risorsa aggiuntiva, si riduce l’edilizia pubblica e si aprono spazi a privati e Fondi. L’analisi di Irene Tinagli

di Irene Tinagli
12 Maggio 2026
in Analisi
Piano Casa: nessuna risorsa aggiuntiva, si riduce l’edilizia pubblica e si aprono spazi a privati e Fondi. L’analisi di Irene Tinagli

IRENE TINAGLI

Il governo ha presentato il suo Piano Casa annunciando dieci miliardi di euro e una svolta per l’emergenza abitativa. Ho analizzato il testo del decreto nel dettaglio. La realtà è più complessa e per certi versi preoccupante. Nessuna risorsa nuova. I fondi annunciati sono interamente riciclati da stanziamenti già esistenti: leggi di bilancio precedenti, fondi strutturali europei, risorse destinate ai Comuni per la rigenerazione urbana. Non viene messa sul tavolo una sola risorsa aggiuntiva.

Inoltre, il Piano Casa si presenta come un intervento ambizioso del governo, ma nella sua architettura emerge una contraddizione di fondo: più che rafforzare l’edilizia residenziale pubblica, ne riduce progressivamente il perimetro, spostandola verso modelli ibridi, social housing, convenzionato, integrato, sempre più esposti alla logica di mercato. È positivo che si promuova lo sviluppo di nuovi modelli di housing, anche ibridi e integrati, soprattutto alla luce del fatto che il tema sta emergendo con forza anche a livello europeo. Tuttavia, questo impulso non deve in alcun modo avvenire a scapito dell’edilizia residenziale pubblica (ERP), che resta il pilastro fondamentale delle politiche abitative.

Infatti il primo grande problema è che non c’è un piano di espansione dell’Edilizia residenziale pubblica. Al contrario, viene avviato un piano di dismissioni e vendita del patrimonio ERP. Al di là delle dismissioni, l’intervento si concentra prevalentemente sul recupero del patrimonio esistente, senza però garantire che questo patrimonio, una volta ristrutturato, resti nel perimetro dell’edilizia pubblica. Non esiste, infatti, alcuna condizionalità in tal senso. Inoltre, non è previsto che siano costruiti alcun tipo di alloggio pubblico sui terreni pubblici che verranno dedicati per rigenerazione.

Il rischio è l’utilizzo di denaro pubblico per valorizzare abitazioni che, nel tempo, possono essere alienati o comunque uscire dal circuito ERP Questo rappresenta un disallineamento rispetto agli indirizzi europei più recenti, sia della Commissione sia del Parlamento EU, che vanno nella direzione opposta, raccomandando un rafforzamento delle politiche e dell’edilizia residenziale pubblica come prima linea di difesa per arginare la crisi abitativa, e la permanenza/rafforzamento di questo stock nel tempo. Proprio per questo, se anche si volessero ristrutturare 60 mila alloggi ERP in un anno, come annunciato dal Ministro Salvini, calcolando una media minima di 20000 euro a ristrutturazione, la dotazione dovrebbe essere di 1.2 miliardi (e non 116 milioni, come previsto dal Piano per il 2026).

Il decreto, in sintesi, non prevede alcun piano di ampliamento delle case popolari. Al contrario, avvia un piano di dismissioni il cui ricavato non viene reinvestito in nuovi alloggi, ma destinato alla riduzione del debito pubblico. In un momento di grave crisi abitativa, il governo vende le case popolari destinate ai più fragili per fare cassa.

Il patrimonio pubblico rischia di uscire dal circuito ERP. Gli alloggi ristrutturati con fondi pubblici potranno essere riconvertiti senza alcuna garanzia che restino nell’edilizia pubblica. Denaro pubblico per valorizzare abitazioni che potrebbero, nel tempo, essere cedute ai privati.

Quanto alla governance, è accentrata e favorisce i grandi investitori. Le semplificazioni previste sono accessibili solo a investimenti di almeno un miliardo di euro, escludendo cooperative, fondazioni e PMI locali, proprio quegli attori che nelle migliori esperienze europee, come in Austria e Danimarca, garantiscono i risultati più efficaci e radicati nei territori.

Assente, infine, qualsiasi intervento sulla domanda. Non una parola sugli affitti brevi, sull’uso turistico degli immobili, sui meccanismi speculativi che alimentano i picchi di prezzo nelle aree urbane.

In sintesi, il Piano appare più orientato a stimolare e accompagnare il mercato privato e i fondi immobiliari che a governarlo, in una fase in cui sarebbe invece necessario rafforzare l’intervento pubblico, anche dando maggiori strumenti a regioni e comuni. Ho pubblicato una nota informativa completa con l’analisi dettagliata del decreto (vedi il testo integrale in allegato).

Irene Tinagli – Eurodeputata e Presidente della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi dell’Unione Europea

Irene Tinagli

Irene Tinagli

Economista e parlamentare Ue

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