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Home - Blog - Posti vacanti

Posti vacanti

di Giuliano Cazzola
14 Aprile 2022
in Blog
Istat, nel 2017 disoccupazione in calo, ai minimi dal 2013

Ho molto apprezzato e condivido l’articolo di Claudio Negro  (Il sindacato oggi e il suo futuro) pubblicato da Il Diario del Lavoro nei giorni scorsi. Credo che per Claudio sia stato doloroso scriverlo, come per me lo è stato leggerlo. Una volta ebbi a dire che i sindacalisti sono come i sacerdoti; restano tali in aeternum  anche se hanno rinunciato ai voti e sembrano essere divenuti dei nemici della Chiesa. Le loro critiche di ex  sono l’espressione di un grande amore deluso, ma non spento.  Se dovessi rappresentare in modo figurativo il sindacato oggi (soprattutto la Confederazione in cui ho militato per trent’anni), non potrei fare altro che disegnare una persona bendata che cerca di colpire, con la mazza, una pignatta  appesa al ramo di un albero. La narrazione a cui ricorrono i dirigenti sindacali – a partire da  quelli che hanno maggiori responsabilità – è di solito generica, protestataria, non documentata, percepita attraverso un filtro ideologico piuttosto che fondata sulla realtà; proprio come le descrive, con esempi concreti, Claudio Negro nel suo articolo. Eppure – credo – che la realtà sia più complessa. Non mi è mai piaciuto contrapporre il vertice alla c.d. base; ma sono convinto che esista un sindacato migliore di quello che appare dalle performance dei gruppi dirigenti. Ovviamente il mio non vuole essere né un pregiudizio né un atto di fede. La mia opinione nasce da una constatazione: le imprese non sarebbero state in grado – al di là di tutte le possibili contraddizioni – di affrontare  le difficoltà degli ultimi anni senza il contributo dei lavoratori attraverso le loro rappresentanze collettive. Come sottolinea il Rapporto Istat sulla competitività (pubblicato il 7 aprile scorso) tra le maggiori economie dell’Area euro l’entità della ripresa italiana è seconda solo a quella francese, mentre in Germania e in Spagna il livello è risultato ancora nettamente inferiore.

In tutti e quattro i Paesi, la fase di espansione ciclica ha beneficiato del recupero della domanda interna per consumi (con contributi importanti della componente di consumi pubblici soprattutto in Francia) e investimenti: in Italia, in particolare, a fine 2021 il livello degli investimenti fissi lordi era dell’11 per cento superiore rispetto al livello di fine 2019. In particolare, nei tre mesi tra novembre 2021 e gennaio 2022, a confronto con l’ultimo trimestre del 2019, al netto della stagionalità, l’indice della produzione industriale in Italia era superiore dello 0,9 per cento, nonostante la caduta più ampia rispetto agli altri tre Paesi e la forte flessione congiunturale di gennaio scorso. Nel 2021, grazie alla ripresa dell’attività economica a livello globale – è scritto nel Rapporto – che ha spinto il commercio internazionale6 , le esportazioni italiane sono cresciute a un ritmo sostenuto, recuperando le perdite subite nel corso dell’anno precedente. Il valore complessivo delle vendite, che a seguito della crisi pandemica era sceso a 433 miliardi (un ammontare inferiore a quello osservato tre anni prima) nel 2021 ha raggiunto 516 miliardi di euro. Quanto al lavoro, dopo il crollo nei primi mesi della pandemia e la sostanziale incertezza registrata nella seconda metà del 2020, nel 2021 la dinamica occupazionale ha mostrato segnali di ripresa progressivamente più robusti. Le stime di contabilità nazionale per il complesso dell’economia hanno registrato un primo rimbalzo significativo nel secondo trimestre (+1,5 per cento su base congiunturale) e una più modesta espansione nel terzo e nel quarto. In media d’anno gli occupati interni sono cresciuti dello 0,6 per cento (+149mila occupati), recuperando solo in parte la caduta del 2020 (-2,1 per cento, pari a circa 528mila occupati in meno). Tra il 2017 e il 2021, il costo orario è aumentato complessivamente a un tasso medio annuo dell’1,4 per cento, un ritmo inferiore a quello osservato in Francia (+1,8 per cento), Spagna (+2,1 per cento) e Germania (+2,5 per cento); in particolare, l’Italia ha mostrato una dinamica più contenuta della componente retributiva. L’Italia aveva registrato, tra il 2014 e il 2017, un periodo di sostanziale stazionarietà del costo del lavoro, a cui aveva contribuito la riduzione degli oneri legata ai provvedimenti di decontribuzione introdotti nel 2015-2016, unita a una crescita molto contenuta delle retribuzioni orarie. In questo periodo, il costo del lavoro in Italia era aumentato dello 0,1 per cento in media annua, mentre era cresciuto dell’1,2 per cento in Francia, del 2,6 per cento in Germania e dello 0,6 per cento in Spagna (dove aveva giocato un ruolo, come per l’Italia, il contenimento degli oneri sociali). Nel biennio 2020-2021, l’impatto dell’emergenza sanitaria e degli interventi di politica economica introdotti per sostenere l’occupazione e i redditi hanno fortemente condizionato l’andamento del costo del lavoro. In particolare, nel secondo trimestre del 2020 tutte le principali economie hanno mostrato un picco del tutto transitorio nel costo del lavoro, dovuto al crollo dell’orario pro-capite unito alla sostanziale stabilità delle retribuzioni . Nell’ultimo anno, con il graduale ritorno alla normalità della gestione dell’input di lavoro e la risalita degli orari pro capite, il costo orario è aumentato a ritmi relativamente moderati, nonostante il progressivo emergere di spinte inflazionistiche: nel quarto trimestre 2021 in Italia l’incremento tendenziale è dello 0,3 per cento, inferiore a quello della Spagna (+0,7 per cento) e, soprattutto di Francia e Germania, dove il costo del lavoro è aumentato rispettivamente dell’1,4 e del 2,4 per cento. Questi differenziali costituiscono un problema che i sindacati dovrebbero affrontare attraverso un confronto con le organizzazioni delle imprese e con il governo. Anche perché – come rileva l’Istat – nei primi mesi del 2022, le prospettive per la congiuntura internazionale restano caratterizzate da elevata incertezza e rischi al ribasso. Lo scoppio della guerra ha modificato sostanzialmente il quadro internazionale. Al momento (metà marzo), nonostante le sanzioni economiche e finanziarie nei confronti della Russia, la trasmissione della crisi attraverso il canale commerciale è ancora limitata e i principali effetti economici negativi si stanno manifestando attraverso i rialzi dei prezzi delle commodities energetiche e alimentari. Un processo già iniziato nei mesi precedenti. La situazione è complessa ma non merita la rappresentazione di uno sfascio generale (ingenerosa verso se stessi e la propria iniziativa) che emerge dalle denunce e dalla propaganda sindacale. Premesso che il futuro è molto incerto, io resto sempre un po’ allibito  per come i sindacati affrontano il tema dell’occupazione, in termini di assoluta prevalenza della c.d. precarietà  che non esiste nella realtà delle statistiche. Trovo poi sbagliata l’indifferenza con cui (non) viene affrontato quello che, a mio avviso, è una questione cruciale del mercato del lavoro: il mismatch. Scrive il Rapporto dell’Istat che le prospettive di consolidamento della ripresa della domanda di lavoro trovano un riscontro nell’andamento crescente dei posti di lavoro vacanti – in un Paese in cui esiste un tasso di disoccupazione importante – segnalati dalle imprese nel corso dell’anno.

L’incidenza dei posti di lavoro retribuiti per i quali le imprese sono attivamente alla ricerca di personale è cresciuta rapidamente a partire dagli ultimi mesi del 2020, superando già nel corso del primo semestre del 2021 i livelli del 2019. Come è noto,  i posti vacanti si riferiscono alle ricerche di personale che, alla data di riferimento (l’ultimo giorno del trimestre), sono iniziate e non ancora concluse. L’incremento più pronunciato dei posti vacanti si è osservato nel settore delle costruzioni, all’interno del quale il tasso di posti vacanti è salito dall’1,2 per cento del quarto trimestre 2020 al 3,3 per cento del terzo trimestre 2021, con un lieve calo a fine anno. Un netto aumento si registra anche nell’industria in senso stretto (dallo 0,9 per cento della fine 2020 all’1,6 per cento del quarto trimestre 2021) e nei servizi di mercato (dall’1,0 al 2,0 per cento). In entrambi i casi sono stati superati i livelli del 2019. L’incremento delle posizioni vacanti si associa a un aumento significativo della quota di imprese che segnalano difficoltà nel reperimento della manodopera necessaria per lo svolgimento della propria attività. Problemi di questo tipo sono emersi nel corso del 2021, sia nei settori della manifattura – nei quali tale quota è salita dall’1,4 al 6,1 per cento – sia in quella dei servizi di mercato, dove l’incidenza di tali segnalazioni è passata dal 3,2 al 12,8 per cento. La tendenza all’aumento dei posti vacanti, unita a una crescente difficoltà nel reperire la manodopera ricercata sembra segnalare, in un mercato del lavoro che nel 2021 ha registrato un tasso di disoccupazione medio del 9,5 per cento, la presenza e il possibile aggravamento di fenomeni di mismatch tra domanda e offerta di lavoro, a detrimento del potenziale produttivo delle imprese.

A ciò si aggiunge una tendenza all’aumento delle cessazioni dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato per dimissione del lavoratore, con flussi in uscita mediamente superiori ai livelli precedenti la pandemia. Sulla base dei dati Inps sulle Comunicazioni obbligatorie, relativi alle attivazioni e cessazioni dei rapporti di lavoro a carattere permanente, il numero di dimissioni nel complesso dell’economia risulta nei primi tre trimestri del 2021 superiore dell’8,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. L’aumento è del 9,3 per cento nell’industria in senso stretto e del 4,5 per cento nei servizi, mentre registra un vero e proprio balzo (+33,9 per cento) nelle costruzioni. Di fronte a questi problemi i sindacati alzano le spalle e invitano le imprese a pagare di più i lavoratori dimenticando che sono loro i firmatari dei contratti. Io non voglio colpevolizzare più di tanto il reddito di cittadinanza. Il buon senso mi induce tuttavia ad una riflessione: se qualcuno ritiene che le retribuzioni contrattuali siano troppo basse per cui non valga  la pena di impegnarsi a lavorare a quelle condizioni, dovrà pur contare su di un’altra fonte di reddito e di sostentamento. O no?

Giuliano Cazzola

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