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Home - Approfondimenti - Analisi - L’intelligenza artificiale non è il problema: la vera sfida è governarne i benefici

L’intelligenza artificiale non è il problema: la vera sfida è governarne i benefici

di Luigi Capoani e Linda Rotondo
6 Luglio 2026
in Analisi
Lavoro, sottoscritta intesa tra Cnel e Cref sull’intelligenza artificiale

di Luigi Capoani, Presidente dell’European Youth Think Tank, e Linda Rotondo, Analista dell’European Youth Think Tank

 

L’articolo di Nunzia Penelope, “Meno lavoro e meno conoscenza: nelle università americane l’AI adesso fa paura. E gli studenti fischiano i manager che ne vantano i pregi“, pubblicato su Il Diario del Lavoro, offre uno spunto di riflessione particolarmente interessante su un fenomeno che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato impensabile. I fischi rivolti dagli studenti americani a Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google, e ad altri esponenti del mondo tecnologico durante le cerimonie di laurea rappresentano un segnale culturale che merita attenzione. Per la prima volta nella storia recente, una rivoluzione tecnologica viene guardata con diffidenza proprio dalla generazione che, più di ogni altra, dovrebbe beneficiarne.

La paura espressa da molti giovani è comprensibile. L’intelligenza artificiale sta modificando rapidamente il mercato del lavoro, automatizzando attività che fino a pochi anni fa sembravano esclusivamente umane. Tuttavia, riteniamo che il dibattito rischi di concentrarsi sul bersaglio sbagliato. Il problema non riguarda l’intelligenza artificiale in sé, ma le scelte politiche ed economiche che determineranno chi beneficerà della maggiore produttività che essa genererà.

Ogni rivoluzione tecnologica ha cambiato il lavoro

La storia economica insegna che ogni grande innovazione ha trasformato il mercato del lavoro. La macchina a vapore, l’elettricità, la produzione industriale, il computer e Internet hanno eliminato alcune professioni, ma ne hanno create molte altre, aumentando nel lungo periodo la produttività e il benessere complessivo.

L’intelligenza artificiale rappresenta certamente una svolta particolare perché non automatizza soltanto attività manuali o ripetitive, ma anche numerosi processi cognitivi. Professioni amministrative, bancarie, assicurative, contabili e parte delle attività di analisi stanno già sperimentando una profonda trasformazione. Il Future of Jobs Report del World Economic Forum evidenzia come milioni di occupazioni subiranno importanti cambiamenti entro la fine del decennio. Parallelamente crescerà la domanda di nuove competenze nei settori dell’intelligenza artificiale, della cybersicurezza, dell’analisi dei dati e della digitalizzazione.

Non siamo quindi di fronte alla fine del lavoro, ma a una sua profonda riconfigurazione: da esecutivo a creativo, da operativo a strategico.

La produttività non è il nemico

Il vero rischio è interpretare l’aumento della produttività come un problema. Dal punto di vista economico, una maggiore produttività significa produrre più beni e servizi utilizzando meno risorse. È proprio questo il meccanismo che, storicamente, ha consentito di aumentare il reddito medio e migliorare le condizioni di vita.

Se l’intelligenza artificiale permetterà di svolgere molte attività in tempi inferiori, il sistema economico produrrà una maggiore ricchezza con un numero inferiore di lavoratori. La domanda fondamentale diventa allora un’altra: chi beneficerà di questa ricchezza?

È su questo punto che dovrebbe concentrarsi il dibattito pubblico.

 

Il nodo è la distribuzione della ricchezza

Negli ultimi decenni la crescita dell’economia digitale ha favorito una crescente concentrazione dei profitti nelle grandi imprese tecnologiche e nei possessori di capitale. Allo stesso tempo, in molti Paesi occidentali il lavoro continua a sopportare una pressione fiscale elevata.

Questa dinamica rischia di accentuarsi nell’economia dell’intelligenza artificiale.

Non si tratta di demonizzare le imprese innovative. Gli investimenti in ricerca e sviluppo rappresentano una condizione essenziale per mantenere la competitività internazionale. È giusto che le aziende possano innovare, investire e crescere.

Ma diventa allo stesso tempo necessario chiedersi come redistribuire alla collettività almeno una parte dei benefici derivanti da questo aumento di produttività.

Una riduzione della tassazione sul lavoro, accompagnata da una revisione della fiscalità che tenga conto della crescente importanza del capitale tecnologico, potrebbe contribuire a finanziare politiche di welfare, un reddito minimo garantito e formazione permanente e sostegno ai lavoratori coinvolti nella transizione.

Il problema, dunque, non è l’innovazione. Il problema è costruire istituzioni capaci di distribuirne i benefici.

L’intelligenza artificiale può rendere la ricerca migliore

Nel dibattito pubblico emerge spesso anche la preoccupazione che l’intelligenza artificiale possa compromettere la qualità della ricerca scientifica o addirittura sostituire il lavoro del ricercatore.

Riteniamo che questa interpretazione sia riduttiva. L’AI rappresenta oggi uno straordinario acceleratore delle capacità umane.

Può analizzare migliaia di articoli scientifici, sintetizzare letteratura, suggerire modelli matematici, assistere nella programmazione, facilitare l’analisi dei dati e ridurre enormemente il tempo necessario per svolgere attività ripetitive. Ma la ricerca scientifica non consiste nell’accumulare informazioni.

La vera ricerca nasce dall’intuizione, dalla capacità di formulare nuove ipotesi, di costruire modelli teorici, di interpretare criticamente i risultati e di verificare empiricamente le proprie idee. L’intelligenza artificiale non possiede una coscienza scientifica. Produce risultati probabilistici che possono essere estremamente utili, ma che devono essere continuamente verificati dal ricercatore.

Per questo motivo non dovrebbe essere vista come un sostituto dell’intelligenza umana, bensì come uno strumento capace di amplificarne le potenzialità.

Le università stanno già raccogliendo la sfida

Anche il mondo accademico sta rapidamente adattandosi. Sempre più università stanno investendo nella formazione dedicata all’intelligenza artificiale, consapevoli che vietarne l’utilizzo non rappresenterebbe una soluzione efficace.

L’obiettivo deve essere quello di insegnarne un uso responsabile, critico e metodologicamente corretto.

In Italia diverse università hanno già avviato percorsi specifici. Tra queste vi è l’Università Ca’ Foscari Venezia, che in partnership con Confartigianato Imprese Marca Trevigiana ha sviluppato iniziative dedicate alla formazione e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella didattica e nella ricerca, affiancandole a linee guida per un impiego etico e responsabile degli strumenti di AI. Analoghe iniziative stanno emergendo anche in altri atenei italiani, a dimostrazione del fatto che il sistema universitario sta cercando di accompagnare questa trasformazione anziché subirla.

Parallelamente, anche i sistemi di valutazione della ricerca dovranno evolvere. Più che limitarsi a verificare se un testo sia stato prodotto con strumenti di intelligenza artificiale, sarà sempre più importante valutare la qualità metodologica, la trasparenza delle fonti, la replicabilità delle analisi e il reale contributo scientifico apportato dal ricercatore.

La centralità dovrà rimanere il metodo scientifico, non lo strumento utilizzato.

Governare il cambiamento

I fischi degli studenti americani raccontano una preoccupazione reale. Ma quella preoccupazione rischia di trasformarsi in una critica rivolta alla tecnologia anziché alle regole economiche che ne disciplineranno gli effetti.

L’intelligenza artificiale non è né buona né cattiva: come ogni innovazione della storia economica, rappresenta uno strumento.

Potrà aumentare la produttività, accelerare la ricerca scientifica, migliorare la medicina, rendere più efficienti le amministrazioni pubbliche e favorire nuove opportunità imprenditoriali. La differenza sarà determinata dalla capacità delle istituzioni di accompagnare questa trasformazione attraverso politiche fiscali moderne, investimenti nella formazione continua, strumenti di protezione sociale e una redistribuzione più equilibrata dei benefici economici generati dall’innovazione.

Il dibattito, dunque, non dovrebbe essere tra favorevoli e contrari all’intelligenza artificiale.

La vera domanda è un’altra: come possiamo costruire un modello economico in cui il progresso tecnologico continui a rappresentare un’opportunità per tutti e non soltanto per pochi?

È questa, a nostro avviso, la sfida economica, politica e sociale più importante che accompagnerà l’Europa e le economie avanzate nei prossimi decenni.

 

Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno, sviluppando parte del proprio percorso scientifico presso l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dello European Youth Think Tank (EYTT), un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che promuove la ricerca interdisciplinare. Le sue attività di ricerca si concentrano sull’economia internazionale, sulla politica industriale, sull’innovazione tecnologica, sull’intelligenza artificiale e sul loro impatto sulla competitività, sulla produttività e sulle trasformazioni del mercato del lavoro.

Linda Rotondo è analista presso lo European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di sicurezza internazionale, relazioni internazionali e questioni strategiche europee. I suoi interessi di ricerca includono geopolitica, difesa, terrorismo e governance internazionale, con particolare attenzione alle sfide emergenti per la sicurezza europea e all’impatto delle nuove tecnologie sugli equilibri strategici internazionali.

Luigi Capoani e Linda Rotondo

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